17 Settembre 2026

Fino all’ultima pagina. Rilke & Baladine: storia di un legame assoluto

Si erano già sfiorati anni addietro, a Parigi, ma chi poteva immaginare che nel 1919 avrebbero iniziato ad amarsi? Nel giorno del loro incontro, all’Hotel Richmond di Ginevra, il 25 giugno 1919, Rilke ha quarantatré anni, Baladine Klossowska trentatré. Madre di due bambini che diverranno poi famosi: Pierre (filosofo e scrittore) e Balthus (pittore), Baladine si era da poco separata dal marito, Erich Klossowski, pittore e storico dell’arte. 

Nata a Breslavia nel 1886 come Elisabeth Dorothea Spiro da una famiglia di ebrei sefarditi, figlia del maestro di coro della sinagoga, prima di dedicarsi alla pittura con il nome di Baladine, sfiorò anche il mondo della danza, con il nome di Merline. Pierre Jean Jouve la ritrae nel suo romanzo Le monde désert (1927) in uno dei suoi personaggi, la misteriosa e affascinante donna russa di nome Baladine Nikolaievna, che ha una relazione con il protagonista, il poeta Luc Pascal, e con Jacques de Todi: 

“Baladine ha una presenza provocante. Se uno ha notato certi movimenti che il suo grande corpo può fare, non riesce più a staccare gli occhi. Un qualificativo abbastanza appropriato sarebbe ‘uccello femmina’. Gambe alte e piacevoli a vedersi, piede ben arcuato, anche e petto presenti, ma la vita morbida; […] il viso largo e ammaliatore di un gatto, le labbra sottili passate col rossetto, lo sguardo cenerognolo. I capelli anch’essi provocanti, un po’ scuri, sensuali”.

La pittrice-ballerina Baladine-Merline sarà la destinataria di alcune tra le lettere più vertiginose mai scritte da Rilke, una serie ininterrotta di telegrammi e di lettere, di cui 167 di Rilke e 189 di Merline, pubblicata nel 1954 dall’editore Max Niehans di Zurigo, per la cura di Dieter Bassermann, arrivata in Italia nel 2015 nella selezione di 42 lettere di Rilke nel periodo 1919-1922, curata da Francesco Bruno ed Enzo Restagno, per le edizioni Archinto, che abbiamo inteso completare per il restante periodo 1922-1926, con 56 lettere di straordinario valore umano.

Fin da subito, lo scambio epistolare con Merline è molto diverso da quello che Rilke intrattenne con altre donne durante la sua vita, e la sua particolarità risiede essenzialmente nel fatto che si colloca nel suo ultimo periodo creativo, nel momento della sua massima tensione. La loro corrispondenza è fin dall’inizio posta sotto il segno dell’ascolto del mondo che sembra inesorabilmente tacere, dopo la composizione delle prime Elegie, nel 1912, sulle scogliere di Duino. Da allora il poeta è caduto nella sterilità creativa – una sterilità che lo lacera ormai da anni, e che la prova della guerra non ha fatto che accentuare. Vive ormai in una costante fuga dal mondo, tanto in senso geografico quanto affettivo. È in preda ad un’inquietudine mistica ancora legata allo stupore della prima “visitazione” dell’Angelo e della sua voce. Cerca invano di portare quella voce nella scrittura: ci vorranno diversi anni per arrivarci e questa penosa attesa richiede pazienza e sacrificio. Dovrà passare attraverso diverse crisi per ritrovare un equilibrio tra il suo io e il mondo. Dovrà trovare il luogo propizio per ridurre la distanza dal mondo, per farsene attraversare, per aprirsi a quello spazio interiore che lo condurrà a diventare lui stesso “mondo”. 

La relazione con Merline scompagina dunque la solitudine tanto attesa, lo costringe, per così dire, a difendersi, a spiegare alla giovane donna che il sentimento passionale e l’infinita pazienza dell’opera sono incompatibili.

Nelle lettere che precedono la composizione delle Elegie, Rilke si libra nel canto d’un amor cortese che coinvolge vieppiù Merline nelle difficoltà laceranti dell’opera in gestazione, nella condivisione della sua stessa solitudine. Progressivamente, le loro lettere si insinuano nel Weltinnenraum rilkiano, in quello spazio interiore di mondo dove si aboliscono i confini tra dentro e fuori, tra la cosa osservata e il soggetto che osserva, senza più separazione. L’ingresso e la permanenza in quello spazio interiore – dimora metafisica dei due amanti – arginerà in parte la lontananza e le sofferenze legate ad un complesso “amore da lontano”. 

Decisiva è l’adozione della lingua francese, “lingua prestata” per tacito accordo, in cui si alternano il tu e il voi, con alcune ampie parentesi in tedesco, quando i sentimenti divengono più profondi. Questo spostamento linguistico pare obbedire a un duplice imperativo, dettato dalla vita e dall’opera: il francese quale lingua dell’amore, il tedesco quale lingua poetica.

Le lettere diventano così una sorta di “contrappunto dell’anima” dove si alternano momenti di grande intimità ad altri in cui si cerca di cogliere una verità più grande o semplicemente si tenta di “reggere” l’urto dell’esistenza-opera, di contenere la “gravitazione del cuore” che li avvolge in un amore unico: 

“Lo so, cara Merline, non è con i sofismi che si corregge la gravitazione del cuore, ma questa stessa gravitazione ha le sue leggi che bisogna accettare e alle quali bisogna sottomettersi nel senso più elevato, più siderale – Avendo avuto la grazia di una felicità così incomparabile, non saremmo noi ben costretti a raggiungere delle consolazioni non meno elevate, non meno penetranti? Facciamone la scoperta, tesoro, da questo momento, facciamone umilmente la buona, la laboriosa scoperta…”

(30 agosto 1920)

Inevitabilmente, lo scambio epistolare si iscrive nel mito. La lettera si fa corpo dell’assenza-presenza, tenta di sconfiggere la lontananza, i dubbi, le pene, talvolta la disperazione della giovane donna, che vorrebbe condividere con Rilke un “amore da vicino”, ma è allo stesso tempo capace di rinunciare a lui, se necessario: 

“Vi amo, René, e se Dio mi chiedesse il sacrificio di rinunciare a voi, potrei farlo, è molto molto di più, René, dell’amore di qui – non so di cosa sarei capace adesso –”.

(21/22 novembre 1920)

È sufficiente leggere alcuni stralci delle lettere di Merline per comprendere quanto profondamente ella abbia compreso ed accolto Rilke dentro di sé, amandolo anche nella sua angoscia e nella sua inesorabile solitudine.

Il loro amore subisce ripetute deviazioni che passano attraverso l’opera. Il poeta cita a più riprese I quaderni di Malte, per spiegare il suo percorso interiore: 

“Le esperienze di Malte mi costringono talora a rispondere a quelle grida di sconosciuti; lui l’avrebbe fatto, se mai qualche voce simile l’avesse raggiunto: m’ha lasciato una sorta d’eredità d’azione che non saprei distogliere da una destinazione caritatevole. D’altra parte è sempre lui che mi costringe a continuare in questa dedizione senza confini, che mi chiede d’amare tutte le cose che intendo plasmare con ogni mia capacità d’amore”.

(16 dicembre 1920)

È a partire dal Malte (1910) che il poeta sperimenta dolorosamente il vuoto, la necessità di fare spazio dentro di sé, nell’attesa del riempimento mistico (indimenticabili sono le maschere e le figure vuote che popolano i Quaderni: lo spaventapasseri; il mendicante cieco; l’epilettico che pare mosso da una forza divina; l’astuccio vuoto, il cui velluto conserva ancora la forma dell’antico gioiello; la maschera di Beethoven, la cui sordità viene reinterpretata non come una condanna, ma come un’elezione mistica, il “vuoto acustico” perfetto, l’orecchio vergine, isolato dai rumori perituri del mondo, capace di accogliere e far sgorgare dal silenzio la totalità del suono trascendente).

Rilke chiede a Merline di obbedire alle sue voci interiori, la esorta a seguire il suo stesso percorso spirituale. Si tratta della dilatazione della sua soggettività verso il Weltinnenraum, nell’attesa della rivelazione. Il racconto di quest’attesa lacerante, narrata lettera dopo lettera a Merline, rende il loro epistolario una delle più intense vicende spirituali del Novecento.

La gestazione dell’opera d’arte letteraria, con i suoi abissi e le sue vette irrespingibili, è al centro della prima parte del carteggio: i misteri più oscuri e profondi, più alti e luminosi di un’anima che d’un tratto si disvelano ad un’altra. Quella che Rilke va componendo in quelle lettere è un’autentica confessione, uno sconvolgente e rigoroso esercizio di “disponibilità” all’ascolto del mondo, di ricezione della sua voce interiore. Il poeta si assume il compito di divenire “puro e cieco strumento”, pura eco del mondo, e questo suo viaggio di dilatazione – di meditazione ricettiva potremmo dire – raggiunge vette mistiche di rara intensità. Il poeta sente la necessità di un “isolamento sempre più stretto” e quello che si instaura con Baladine è un dialogo con il destino, una catabasi necessaria a generare l’opera. Ciò che cerca di descriverle, è con i suoi occhi che desidera percepirlo: 

“Se vedessi, se tu vedessi le rose: è tutta una profusione e, credimi, Cara, non ne traggo alcunché, i miei occhi non assorbono nulla all’interno di essi stessi, tutto rimane davanti a loro: soltanto attraverso i tuoi occhi i miei oserebbero prenderne possesso”.

(6 giugno 1921)

Afferrando, attraverso lo sguardo laterale, questa dimensione indicibile dell’essere e del non-essere,  contenendo nel cuore l’interno e l’esterno di una visione totale del mondo, Rilke si incammina verso l’estremo: la purezza che sa di dover raggiungere è quella di un cristallo che si prepara a risuonare la voce del mondo: 

“è per la ‘disponibilità’ che ora lotto; che nessuno, quindi, mi tocchi o mi scuota poiché, proprio come la formazione di un cristallo, la disponibilità dipende dai più lontani influssi, che ci raggiungono soltanto quando ci troviamo nella costellazione, e non ci devono smuovere il caso, l’arbitrio, la brama o la resistenza!”.

(22 febbraio 1921)

Nell’esperienza restituita dalle lettere a Merline, Rilke vince la sfida: la volontà irriducibile di vivere intensamente il vuoto e la morte nella vita, diventa sublime parola lirica. In questa ascesi Merline pare aver incarnato uno dei segni premonitori del ritorno dell’angelo, soffrendo ed accettando di condividere con Rilke una lotta che si risolve – grazie alla sua straordinaria figura – in un lungo abbraccio nel segno della fraternità, nel segno di un amore più grande: “Io prego molto per voi”, gli scrive nel novembre 1920, “per il vostro riposo, per il vostro lavoro, che sia benedetto infinitamente.  Solo da lontano voglio vedere brillare la vostra stella. Ho paura che le mie lettere vi infastidiscano, una sera voi mi diceste gentilmente che non possono più aggiungere nulla. Questo è sicuro e le scrivo quasi solo per me, per fare un po’ di ordine, per non dimenticare nulla […] Spero che un giorno mi amerete più che mai. E che tutto ciò che ora dev’essere trattenuto, si getterà su di me come un oceano!” (12/15 novembre 1920).

Parole che oggi suonano profetiche: un oceano sgorgherà letteralmente dalla penna di Rilke, nel febbraio 1922, quando in pochi giorni d’estasi, d’assalto, comporrà le Elegie duinesi e I sonetti a Orfeo, e lo annuncerà alla sua donna con un grido, il 9 febbraio 1922: “Merline, sono salvo!”. Da quel grido d’esultanza, le lettere che vanno dal 1922 al 1926 ci raccontano l’ultimo periodo di vita di Rilke, fino al 15 dicembre 1926. E, accanto a lui, la figura di Merline emerge in tutta la sua statura, artistica e umana, quale interlocutrice d’eccezione. Felice o infelice, amò senza riserve e fu amata a sua volta; ebbe sempre il coraggio di seguire lo slancio del suo grande amore.

Tanto le prime lettere ci parlano di un amore appassionato, quanto le ultime testimoniano una fratellanza-sorellanza incrollabile, secondo le stesse parole di Merline: “La vostra amicizia, René, è il coronamento di tutta la mia vita!” (17 agosto 1924). Nell’ultimo periodo, il faticoso vangelo di solitudine, così sofferto nella prima parte del carteggio, diventa “vraie vie” nella malattia e nel cammino verso la morte. Nel non-detto delle ultime lettere e nei silenzi di Rilke traluce in filigrana qualcosa di fondamentale, una sorta di progressivo – e condiviso – “distacco dal visibile”, infine accettato da entrambi e trasfigurato nella grande arnia d’oro dell’invisibile. Il vertice della lezione rilkiana, insomma, che Merline dimostra di aver accolto in sé, con tutto quel suo umanissimo amore che si espande all’infinito, quello delle “grandi amanti colme di forza”, l’amore senza possesso, l’amore-fraternità, l’accettazione della sofferenza come l’altra faccia della vita nella vita stessa.

Forte è la fede di Baladine Klossowska: nelle sue lettere attraversiamo un percorso di resilienza, di accettazione e abbandono. Indimenticabile la sua immagine sul balcone di Beatenberg, il 31 dicembre 1923 a mezzanotte, quando apprende il primo (serio) ricovero di Rilke a Valmont. Esce sul balcone con una sua foto: 

“L’ho mostrata a Dio […] L’ho tenuta così a lungo, ma alla fine gli ho detto ‘no, non Vi chiedo nulla […] Ve lo dono.’ Ti ho restituito al cielo, come il cielo ti aveva donato a me”.

(2 gennaio 1924)

Lettera dopo lettera si è letteralmente conquistati dall’umanità di questa donna, madre e artista nel contempo, sempre più consapevole del suo amore, delle sue responsabilità e del suo posto nel mondo: 

“ho lavorato e ho vissuto e sentito tanto. […] tutto quest’anno mi ha aiutato a ritrovare me stessa, […] e penso che tutto questo doveva essere così, tutto questo è successo dentro di me, ha preso posto in me, con così tanta accuratezza, che avrei bisogno di dirvelo, perché voi avete una grande parte nella mia vita”. 

(1 aprile 1926)

L’ultimo anno, cui Merline fa qui riferimento, comprende i sette mesi condivisi con Rilke, dal gennaio al settembre 1925. In quel periodo le lettere tacciono ed è la vita che parla, finalmente: lui è a Parigi, all’hotel Foyot, vicino all’appartamento di Merline in rue Férou. Possono quindi vedersi tutti i giorni e raggiungere un’intimità che ancora non avevano avuto modo di sperimentare (se non nei primi sei mesi che trascorsero insieme a Muzot, dal giugno al novembre 1921). 

La corrispondenza successiva a quei mesi parigini fluttua di fatto nell’invisibile di quella che fu la loro reciproca – vera – comunione. Le parole lasciano spazio al non detto, alla preghiera (a Saint-Sulpice e a Notre Dame), alla speranza di una vita in comune, alla maturazione umana e artistica di Merline, mentre Rilke si incammina nei regni del silenzio e della malattia, dignitosamente vissuta e accolta fino alla fine. Preferisce non parlare delle sue sofferenze, le regge in silenzio, talvolta con qualche grido di dolore, ma sempre con una nota di speranza per Merline. Un costante invito alla pazienza e alla fiducia, pur nella precarietà della sua salute malferma, e fino alla gioia di vederla più forte, più serena, dopo i giorni di Parigi, incamminata nella sua vita, nel suo lavoro: 

“Vedere, tesoro mio, che la vostra vita si afferma, sempre più vostra, che siete ben circondata e al tempo stesso laboriosa, condotta nelle vostre giornate dagli affetti e dal lavoro che vi anima: non posso dirvi quanto queste notizie, buone tra tutte, mi toccano e mi riguardano. Continuate, Merline, a seguire quest’inclinazione vitale; quanto debbono altresì rallegrarsi i vostri cari bambini, immagino, nel vedervi felice. [Leggendo] alcune righe delle vostre lettere ho avuto l’impressione che voi abbiate dipinto, a grandezza naturale, gli auguri che portavo da così tanto tempo nel mio cuore, per voi!”.

(10 maggio 1926)

Arriviamo così ai confini della vita, fino agli ultimi celebri versi con cui si chiude l’esistenza terrena di Rilke: “Sono ancora io, io che brucio/ Ormai qui inconoscibile?”, fino all’ultima lettera a Merline del 23 dicembre 1926: la sua ultima pagina scritta.

Marilena Garis

*In copertina: Rilke, Baladine e Balthus

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