“Si trova incessantemente nel mio cuore”. Il romanzo perfetto di Penelope Fitzgerald
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Marilena Garis
“Melencolia I” di Albrecht Dürer non è solo l’opera d’arte considerata da sempre massima rappresentazione di quel rattrappimento interiore, di quell’ansia, di quella afflizione, a metà tra rabbia e sfinimento, definita in vari modi e conosciuta fin dall’antica Grecia. È anche (innanzitutto?) una vera summa di filosofia, scienza, arte, esoterismo, religione e vivida testimonianza di quanta conoscenza ribollisse in quel periodo fervido e rivoluzionario che è stato il Rinascimento.
Lo illustra mirabilmente un saggio di un fisico statunitense, David Ritz Finkelstein, intitolato Manifesto della Melanconia (Adelphi, 2024). Finkelstein, scomparso nel 2016, Professore emerito al Georgia Institute of Technology di Atlanta, è noto per aver compreso la natura dei buchi neri e aver spiegato che lo spazio non finisce alla loro superficie, ma continua anche al loro interno.
Ripercorrendo gli studi di Erwin Panowsky e di Frances Yates, Finkelstein analizza il sostrato simbolico dei tantissimi soggetti e strumenti che compongono l’opera: l’ottaedro, la macina, la clessidra, il cane, il compasso, i chiodi, il demone nero con la testa di topo, l’onda, la scala, il quadrato magico, il bambino, la cometa. Ma di questo “puzzle costruito meticolosamente”, come lui stesso lo definisce, ci rivela innanzitutto una serie di parti sapientemente occultate da Dürer.
Basandosi sulle opere e sugli scritti dell’artista di Norimberga, così come sulle opere di Leonardo da Vinci (che lavorava alla Gioconda a Firenze quando Dürer a Venezia studiava il “segreto della prospettiva”), sulla Bibbia (ebraica e cristiana), sul De occulta philosophia di Cornelio Agrippa e su I Geroglifici di Orapollo, la decrittazione di Finkelstein porta alla luce nuovi elementi: anagrammi, rebus, giochi di parole, “fantasmi”, volti subliminali, come quelli che si palesano sull’ottaedro o in altri spazi dell’incisione se solo regoliamo diversamente la nostra percezione visiva: una donna con la testa eretta, un uomo barbuto, un guerriero vestito da arabo, altre figure dissimulate.

E poi, naturalmente, l’angelo meditabondo, seduto con il viso appoggiato ad una mano. A guardarlo meglio, ci suggerisce il fisico statunitense, anche il volto dell’angelo è ambiguo, nasconde un sorriso:
“Lo sguardo dell’angelo è sollevato, non depresso e le sue labbra non sono visibilmente ricurve verso il basso”.
La sua espressione è attenta, concentrata, “soprattutto il suo sguardo non è diretto a terra”, la posa è più volta alla contemplazione che non alla malinconia.
Siamo dunque giunti ad un ribaltamento della tradizionale interpretazione dell’opera che ne faceva appunto l’icona della tristezza e dell’impotenza.
Tutto è opaco nel quadro, oscuro, misterioso. Anche la casa che si vede sulla destra dell’incisione è polimorfa e piena di strumenti: il muro frontale regge una campana, una matrice quadrata di numeri, una clessidra e una meridiana; quello laterale, una bilancia. La casa ha finestre, ma è senza porta.
“La casa di Dio – commenta Finkelstein – non ha porte, ma solo finestre, possiamo guardarvi dentro, ma non entrarvi”.
La scala è per gli angeli. Poco prima di questa incisione l’artista di Norimberga scriveva:
“Ma cosa sia la bellezza assoluta io non lo so. Dio solo la conosce”.
Qual è, dunque, l’esito del lungo viaggio dentro quest’opera densa di misticismo, teologia, teorie matematiche, riferimenti magici, dottrina ermetica, neoplatonismo? La rivelazione finale è questa: la nostra percezione è inattendibile, la verità assoluta è inaccessibile al genere umano. Non possiamo conoscere nulla in modo chiaro.
Dopo il 1514, anno della “Melencolia I”, Dürer abbandona la ricerca della verità e della bellezza assolute, abbandona la concezione del mondo basata sulla filosofia naturale e l’ideale di una teoria matematica del bello. L’uomo ha una prospettiva limitata: Dürer giunge ad una visione relativistica della conoscenza. Il sorriso ambivalente dell’angelo allora, pessimistico o intriso di gioia a seconda di come lo si voglia guardare, è quello della consapevolezza di chi ha capito che non possiamo raggiungere la verità attraverso i nostri sensi. Dürer non nega che esista, ma dispera di poterla mai conoscere. La coscienza dei limiti della capacità umana di conoscere fa di Dürer un nostro contemporaneo. La frase a lui attribuita riportata da Panofsky è, in questo senso, esemplare:
“La bugia è nel nostro intelletto, e il buio è così saldamente radicato nella nostra mente che perfino il nostro brancolare verrà meno”.
Nelle pagine finali di questo saggio di Finkelstein, l’erudizione dello studioso lascia il posto alla conoscenza dello scienziato ed egli parla della “fallacia matetica”, il corrispettivo matematico della “fallacia patetica”, in cui il poeta proietta le sue emozioni sulla Natura. Ebbene, noi siamo portati a pensare la Natura come un sistema matematico, ma una legge di Natura, una “Teoria del tutto” non può esistere. Questa aspirazione “sopravvive nella fisica come passione per l’unità e la semplicità”, ma è incompatibile con la teoria quantistica. La scienza dunque, secondo Finkelstein, se non ci offre leggi assolute, tuttavia è “un elemento chiave nella strategia di sopravvivenza della specie umana” e, al contempo, “un’apertura per l’animo bisogno umano di dialogare con qualcosa di più grande di noi stessi”.

Ad argomentare ulteriormente la visione del mondo di Finkelstein e l’idea di una radicale incompletezza di qualsiasi rappresentazione del mondo, è il saggio posto alla fine nel volume di Adelphi, dedicato a Vuoto e relatività. In esso, Finkelstein affronta le teorie della relatività di Einstein e della fisica quantistica e ragiona sulle coincidenze tra il pensiero millenario buddista tibetano e il concetto di unità materia-spazio-tempo-legge variabile della fisica contemporanea.
La fisica classica, ragiona Finkelstein, dava per assodato che vi fosse una variabile speciale delle cose, il loro “stato”, indipendente da chi osservava o interagiva con le cose. Nella fisica quantistica, invece, non vi è alcuna variabile speciale. L’atto di determinare una proprietà è frutto di “una interazione tra sperimentatore e sistema che ha conseguenze significative per entrambi”. Tutto è relazione, interazione, tutto è mutevole, non esiste alcuna legge di natura assoluta prefissata. E tanti idoli vanno abbattuti per liberare l’essere umano da concezioni rivelatesi false alla luce dell’esperienza.
La teoria quantistica in questo XXI secolo accrescerà (ha già accresciuto) inevitabilmente l’incertezza e l’angoscia dell’essere umano, già provato nel ’900 dalle scoperte freudiane: potrà spalancare (ha già spalancato?) un vuoto abissale. Il vero compito per il presente e per il futuro sarà, ci suggerisce Finkelstein, imparare a gestire questo vuoto.
Baldo Meo