Tanti auguri Marco! Pesaresi compie 54 anni: 20 anni fa il suo lavoro più grande, “Underground”, amato da Francis Ford Coppola e da Tiziano Terzani. Le sue fotografie sono sciabolate

Posted on Set 17, 2018, 12:36 pm
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Il compleanno, però, è un altro. Marco Pesaresi compirebbe 54 anni, oggi, 17 settembre. Ne continuo a scrivere, come se ne andasse della mia vita. Marco Pesaresi è stato uno dei grandi fotografi italiani dei Novanta: in Contrasto dal 1990, con la macchina fotografica Marco non ‘cattura’ l’immagine, l’istante, ne è catturato.

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Questo sorprende di Marco Pesaresi: non ‘ruba’ un viso e un attimo, sottraendolo alla corsa, ma è derubato da una pietà adamantina, assoluta. Pesaresi fa spazio a ciò che fotografa: s’intride di quei volti, di quelle vite. Accumula esistenze. Fino al punto di esplosione. 22 dicembre 2001, Rimini, la scelta di morire, con spregiudicato pudore.

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Il compleanno è un altro, dicevo. Nel 1998 Contrasto pubblica il lavoro più alto e tortuoso di Pesaresi, Underground. Un percorso davvero epocale nelle metropolitane di tutto il mondo, da Milano a New York, da Tokyo a Parigi, Mosca, Calcutta. Pesaresi riconosce l’emblema della modernità: dopo essersi librato in volo, ora l’uomo si muove sottoterra, dove un tempo si agitavano i mostri, l’Erebo, l’inferno. Questi pitoni d’acciaio, orrendi, che trivellano ciò che deve restare nell’alcova delle cose oscure. Con la macchina fotografica, Marco porta la fiamma nell’oscurità, porta la luce agli inferi. La metropolitana, infatti, stimola una claustrofobica malinconia, a colpi d’ago inietta una fatale depressione (velocità, valzer di vite inopportune, esegesi dell’ansia).

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Il libro dedicato alle Underground di tutto il mondo è un successo clamoroso. Contrasto fa le cose in grande: introduzione di Francis Ford Coppola (“Mi servo della metropolitana di New York da poco tempo e mi diverto: è una meravigliosa opportunità per osservare la gente”), testi singoli di grandi scrittori o giornalisti internazionali (Dominique LaPierre, Manuel Vàzquez Montalbàn, Tiziano Terzani…). Marco Pesaresi, nelle Note di viaggio, racconta la traiettoria del lavoro. “Ho cominciato a fotografare nella metropolitana quando vivevo a Londra nel 1991”. Il progetto fotografico, custodito con dedizione e amore, dura cinque anni. Infine, “tornai in Italia spossato e felice. Arrivai a Rimini verso mezzanotte, pioveva leggermente con gocce d’acqua larghe e discontinue… Il paesaggio era quasi surreale, forse triste con qualcosa di magico e luminoso, di non visto, di non capito”. Marco va proprio lì, nel non visto, nel non capito. Nella terra del non, delle negazioni, del nulla che scintilla. Per questo s’immerge nella metropolitana, l’innaturale assoluto.

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Pesaresi

“Rimini città del sole e della notte, della luce e delle tenebre”: una fotografia di Marco Pesaresi tratta dal lavoro “Rimini”, edito da Contrasto nel 2008

Dieci anni fa, nel 2008, ancora Contrasto, pubblica il secondo, magnetico lavoro di Pesaresi, Rimini. Pesaresi è morto da sette anni, ma questo è un lavoro che va letto a dittico, al fianco di Underground. Lì le metropolitane di molte città, qui l’anamnesi, nei suoi aspetti inattesi e oscuri, di una città. Le feste di paese, il mare d’inverno, i luoghi della notte, della sessualità appariscente, della perversione prepotente. Sempre, Pesaresi va negli spazi estremi, del non, va nei luoghi negati dagli altri, negli ignoti. Quelle fotografie, che ora sono celeberrime, adornate da un testo di Federico Fellini, raffigurano la Rimini delle contraddizioni e delle follie, la Rimini narrata da Pier Vittorio Tondelli e scambiata da Umberto Eco per Los Angeles, la Rimini felliniana e fallocentrica, spietata nella compassione. Se le metropolitane di Pesaresi sono l’anatomia del nostro cuore, così la sua Rimini raffigura i nostri desideri siderali, la nostra ambizione a mordere tutto, a perderci in niente.

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Ogni fotografia è una sciabolata. Eccolo, Pesaresi. Ogni fotografia, una stimmate. Farsi carico di esistenze esiziali, esasperazione nella luce. Nella biblioteca di Pesaresi i libri di Dino Campana, di Byron, di Hermann Hesse, di Dostoevskij e di Tolstoj, di Bakunin e di Buzzati scalpitano di fianco ai saggi dei paesi che Marco ha visitato. La sua casa rigurgita di taccuini: ogni fotografia è preparata da diverse annotazioni. Come se le parole predisponessero allo scatto, fatale come un proiettile.

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Ora fotografie e lavori di Pesaresi sono custoditi a Savignano sul Rubicone, dove si svolge il SI Fest e si assegna il Premio ‘Pesaresi’ (quest’anno andato a Chiara Fossati). “L’archivio di Marco Pesaresi è stato depositato dalla madre Isa Perazzini a Savignano sul Rubicone, nei locali di Palazzo Vendemini, con lo scopo di conservarlo, catalogarlo e valorizzarlo nel tempo. L’archivio conta oltre 55.000 documenti fra negativi, provini a contatto, stampe, diapositive, fotografie”.

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Ricordo la vasta collezione di piante grasse della mamma di Marco Pesaresi, Isa Perazzini, donna speciale. Piacevano a Marco, mi diceva. Le piante hanno spine enormi, fiori delicati, che abbagliano. Pesaresi ha inghiottito l’ultima spina della vita. Si è inorgoglito di spine. Penso che Marco abiti lì, in fondo, nel giardino delle piante spinose, a cui non serve altro che una idea d’acqua, ancora a risolvere le spine in punture di gioia, il pianto in primizia. (d.b.)