Sapeva come blandire quel bastardo di Caronte. Muore 16 anni fa Marco Pesaresi, il più grande fotografo dei maledetti Novanta

Posted on Dic 22, 2017, 4:56 pm
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L’obolo di Caronte, qualunque lingua parlasse il bastardo, lui sapeva come pagarlo. Dopo aver sondato, con la macchina fotografica, gli inferi di tutto il pianeta, metaforici e fisici – mi riferisco al progetto Underground, dedicato alle metropolitane delle capitali del mondo, firmato vent’anni fa, che tanto piaceva a Francis Ford Coppola – Marco Pesaresi è entrato dentro il proprio inferno privato. Nella metropolitana del cuore e delle viscere, con binari fragili come palpebre, tesi al precipizio. Il volo fu eclatante e natalizio. 22 dicembre 2001, censì il Tempo, l’altro grande bastardo, cane bastonato. Rimini, porto. Rimini. La natia. La tanto amata. La mai fotografata prima con così tanto delirio d’ardore. Marco volò, nessun angelo lo tirò fuori dalla macchina, ma una gru, dalla carcassa sbrindellata di salsedine. Tra gli oggetti recuperati dalla vita ultima del più folgorante fotografo italiano dei Novanta, un portafogli. Dentro. Monete e banconote. Di ogni foggia. Di ogni paese. Banconote russe, indonesiane, messicane, americane… Qualunque lingua parlasse il bastardo, Caronte, Marco avrà saputo come compensarlo, penso. Portami di là, poche storie, poche palle. E dall’al di là, il più fragoroso fotografo dei Novanta, il fotografo della morte e della gloria, degli ultimi, dei pervertiti dalla sorte, ora ci fotografa tutti, magro, allampanato, con quel sorriso salubre.

Marco Pesaresi

Bello, giovane e un po’ dannato: Marco Pesaresi

Arruolato dall’agenzia Contrasto alla foce del 1990, Marco Pesaresi – vita lampeggiante come quella dei predestinati, se ne va a 37 anni, appena pieno di premi, già star della new wave della fotografia italiana – è un genio senza fondo, dotato di sguardo predatorio e compassionevole, greve di agonie esistenziali e di tenerezze ultime. Andate nel sito della Contrasto e scrivete, nel motore interno di ricerca ‘marco pesaresi’: bravi, ora dormite sonni tranquilli, ghermiti dalla meraviglia. Ora. Non basta piangere sui morti. I morti, se sono geniali, vanno fatti risorgere. Isa Perazzini, la straordinaria mamma di Marco, con le sue memorabili rughe cuneiformi, mamma che conosce l’avaria del dolore, sa quante lotte acerrime abbiamo fatto. Per far inchiodare una fotografia – una misera, bellissima fotografia – di Pesaresi sulla soglia del Museo civico di Rimini; per far installare un monumento funebre – in verità, bruttino – sulla lapide di Marco, al cimitero monumentale di Rimini; per costruire, presso Savignano Immagini, l’archivio che raccoglie tutti i materiali fotografici di Pesaresi. Mamma Isa, attuale presidente dell’Associazione Savignano Immagini, che promuove, insieme al Comune di Savignano sul Rubicone, il SI Fest, storica manifestazione dedicata a fotografia e visione, ha lottato come una leonessa. Ora, 16 anni dopo, attendiamo ancora. Che l’opera fotografica di Pesaresi sia visibile a tutti, in un ragionato museo digitale – come accade nei migliori archivi digitali di mondi culturalmente più seri del nostro – per non dire in uno spazio fisico; che intorno a Pesaresi si crei un nucleo di lavoro permanente in grado di studiare e catalogare l’immensità dell’archivio. Che, insomma, l’opera di Pesaresi non resti lo sparuto spunto per qualche sporadica mostra. Di Marco, fotografo, grande scrittore ‘di viaggio’ – i suoi taccuini sono una lettura emozionante, da leggere sinotticamente alle immagini – c’è ancora molto da narrare, quasi tutto. Quando muore, Pesaresi ha con sé, sotto la blusa, una copia appena acquistata della Poesia degli ultimi americani, la raccolta dei ‘beat’, da Kerouac a Ginsberg a Norman Mailer, nell’ennesima ristampa, allestita da Fernanda Pivano. Amava le vite disfatte dei poeti, Pesaresi. Ha vissuto con la compassione forsennata dei poeti, Pesaresi.

Davide Brullo