“Cultura è ciò che si sceglie e che ha un costo, che comporta una fatica. Riguarda uno stato di attenzione, di veglia”. Un dialogo con Romeo Castellucci

Posted on Settembre 28, 2019, 10:25 am
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Desiderai il dialogo per una ragione portante – l’uomo che ha disastrato le forme, con spettacolare audacia teatrale, reso alla fama. Cosa fa? Adempie il rito degli applausi o ne fa scempio, estraniandosi in un monastero interiore? Così, cercai Romeo Castellucci, da alieno al teatro, affascinato dalla giunzione del genio. Sapevo ciò che sanno tutti: la “Socìetas Raffaello Sanzio”, fondata nel 1981 a Cesena da Romeo e dalla sorella, Claudia Castellucci, con Chiara Guidi e Paolo Guidi, i lavori che infuocano, ora travi di marmo della storia recente del teatro – da Gilgamesh ad Amleto. La veemente esteriorità della morte di un mollusco, da Orestea (Una commedia organica?) a Giulio Cesare, al ciclo della Tragedia Endogonidia. Affrontai l’apice di quell’uomo, Romeo Castellucci, una autentica presenza, detto tra i massimi registi teatrali in Europa, una vera intelligenza. Dal sottosuolo cesenate all’apertura dell’Opéra national de Paris con la messa in scena del Moses und Aron di Schönberg, nel 2015. Prima c’era stato il Leone d’oro alla carriera dalla Biennale di Venezia, nel 2013, l’anno dopo la laurea honoris causa in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo da parte dell’Università di Bologna.

Una foto di scena da “Salome” (2018), spettacolo con la regia di Romeo Castellucci, allestito per il Festival di Salisburgo e pluripremiato; photo Ruth Walz

Ora, leggo in un comunicato, Castellucci ha ricevuto un “triplo premio per Salome (allestita nel 2018 al Festival di Salisburgo sotto direzione musicale di Franz Welser-Möst per la Wiener Philharmoniker) dagli “Oscar” della lirica europea, un sondaggio della rivista tedesca Opernwelt tra cinquanta critici musicali internazionali: l’allestimento dell’opera di Richard Strauss, basata sull’atto unico di Oscar Wilde, ha ricevuto il premio come “Miglior spettacolo” decretando Castellucci come “Miglior regista” e “Miglior scenografo” della stagione 2018-19”. Il 5 ottobre, a Bruxelles, Castellucci si appicca un’altra medaglia: “l’onorificenza di membro dell’Accadémie Royale de Belgique, storica accademia scientifica e artistica della Comunità francese del Belgio, fondata nel 1772”. D’altronde, nel 2020, a Salisburgo, sarà impegnato per la regia del Don Giovanni e “nel 2021 a Parigi per L’Apres midi d’un Faune, il poema sinfonico di Debussy ispirato a Mallarmé, al Théâtre du Châtelet”. Il tema è sempre quello: porre l’artista sul trono, censirlo in uno sfarfallio di medaglie: si rischia l’accecamento? Come conciliare la platea gremita con la necessità dell’eremo? Su questo, cinque anni fa, cominciammo a intenderci, a interloquire, con Castellucci. Intitolai quel dialogo “La caduta verticale della bellezza”, fu pubblico su La Voce di Romagna. I passaggi che replico non sono maceria, ma materia di pensiero, ora. (d.b.)

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Ma la fama non fa paura, non giunge a corrompere l’opera?

«Un riconoscimento è un peso. Che influenza sia chi lo riceve che chi osserva chi è stato insignito del premio. Chiaramente, il premio ci dispone in una maniera diversa di fronte all’opera. Il mio problema è non ascoltare la voce che blandisce, continuare a lavorare in modo indifferente».

Quanto è necessaria la solitudine nel lavoro artistico?

«La solitudine è senza dubbio la condizione dell’artista perché è la stessa dello spettatore. L’era dell’informazione satura la solitudine, la scongiura. Eppure, siamo insieme ma siamo soli. E l’unica cosa da fare è condividere questa solitudine».

Tra i tuoi lavori, ‘maneggi’ Wagner e Hölderlin: perché loro?

«C’è stata una attrazione, ma anche un destino. O il caso. Wagner ha inventato il teatro moderno come esperienza unica, collocando lo spettatore al centro del problema. Musicalmente, poi, Wagner è un morbo, la sua opera, con l’utilizzo della mitologia, è oceanica, pronta a infinite interpretazioni, molto diversa dal melodramma italiano, che ha narrazioni più circoscritte alla realtà borghese. Insomma, è un incontro ineluttabile. Come quello con Hölderlin, che ha giocato tutto sulla poesia e per cui la parola è azione».

Esistono affinità tra Parsifal ed Empedocle?

«Entrambi si sono posti a guida di un gruppo umano, aprendo una strada dall’esoterismo all’essoterismo, alla comunità. Parsifal entra in un cerchio di adepti, i cavalieri del Graal, e spezza il cerchio spalancando la via alla società».

Cosa c’è dentro la carne di Castellucci? Quale è stato l’evento, l’incontro determinante per la sua vita?

«Intanto, mia sorella Claudia, di due anni più grande di me. Rapinavo immagini e sensazioni dai suoi libri di scuola ed è grazie a lei se ho lasciato l’Istituto tecnico agrario per iscrivermi al Liceo artistico. Poi, ci sono stati i giganti, che ho ammirato pur con un senso di antagonismo. Ricordo Carmelo Bene, che aveva scelto il “Bonci” di Cesena per una serie di spettacoli in anteprima. Per un ragazzo di 15 anni era un privilegio incredibile vederlo, e anche il fatto di non capire, di osservare la rottura dei vincoli della mimesi è stata una occasione importante».

Nella sua opera spinge spesso sul concetto di “disciplina”.

«Per me disciplina non è un metodo o uno stile, ma una tecnica, per lo più intangibile, invisibile. La mia disciplina è trovare una strategia ogni volta diversa per avere un contatto con lo spettatore. Che è materia vivente e nella cui intelligenza ho fede».

In ogni suo lavoro si tocca la dimensione religiosa.

«La dimensione religiosa non è un argomento, ci siamo dentro. Tutto ciò per il quale abbiamo bisogno di genufletterci ha un carattere religioso: può essere lo schermo di una televisione o i colori freddi di un supermercato, non mi interessa. Dove abbiamo bisogno di venerare è già religione. Per il teatro, poi, questo rapporto è inevitabile, fin dalle sue origini».

Ma come si può nominare Dio a teatro, affrontarlo pur con gli escrementi?

«Il rapporto può essere anche negativo. Ci si può rivolgere all’assenza di Dio. Riguardo al lavoro a cui lei allude, “Sul concetto di volto nel figlio di Dio”, si parla della caduta verticale di ogni bellezza, che è poi la vera condizione umana, neppure degna di essere nominata. Da qui, gli escrementi. Perché solo dalla dimensione più profonda, solo dal “De profundis” è possibile formulare domande al Creatore».

Molti politici si sciacquano le labbra parlando di “cultura”: ma cosa intendiamo per fatto culturale?

«La cultura, come forma di intelligenza che rispettiamo, non è quella che passa dal dominio dell’informazione e dell’immagine, la cui gestione è un esercizio di potere. Cultura è ciò che si sceglie e che ha un costo, che comporta una fatica. Riguarda uno stato di attenzione, di veglia».

Ritiene necessario un luogo che ospiti la drammaturgia contemporanea, magari affidato a lei?

«In Italia dovrebbe esserci un luogo oppure un momento di confronto alto sul teatro contemporaneo inteso come arte vivente e non museale. Questo non c’è o è osteggiato. In Italia gli enti culturali sono gestiti dai politici, dunque sono materia di scambio, sono inerti. Per il resto, ho dei dubbi sul fatto che un artista abbia la lucidità intellettuale necessaria per gestire un luogo di questo genere».

*In copertina: Romeo Castellucci in un ritratto fotografico di Yuriy Chichkov