Francesca Serragnoli, la poetessa che con le briciole costruisce le stelle

Posted on Gennaio 22, 2019, 7:28 am
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Due eventi particolari mi riportano tra le poesie di Francesca Serragnoli, che amo tanto. Il primo è la pubblicazione, su “Buenos Aires Poetry”, la rivista diretta dal poeta Juan Arabia, un caposaldo della ricerca lirica in Argentina, di una silloge di poesie di Francesca. Il secondo è il passaggio di Francesca, qualche giorno fa, su Rai Uno, nella trasmissione “Il caffè di Raiuno”. La puntata è andata in onda alle 6 di mattina, io auspico che poeti come Francesca siano in primo piano nei tiggì di prima serata, ma anche questo è un segno, nel deserto dell’era. Ad ogni modo, mi par buono, a supporto della straordinarietà di questa poesia, della sua forza di ulcera e cristallo, pubblicare una riflessione intorno all’opera di Francesca, senza altra ‘notizia’ che la necessità di leggerla. (d.b.)

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Preliminari. Francesca Serragnoli è nata a Bologna nel 1972 e la topografia riveste una certa importanza nel suo lavoro poetico. Francesca Serragnoli ha pubblicato due raccolte di versi, Il fianco dove appoggiare un figlio (ora Raffaelli, 2012) e Il rubino del martedì (Raffaelli, 2010), che confluiscono, in parte, in un libro con testi inediti, Aprile di là (LietoColle/Pordenonelegge, 2016). La sua opera, riconosciuta da svariati premi, è presente in diversi reperti antologici tra cui Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004). Francesca scrive poco. In questa radiosa rarità non c’è posa ma nitidezza di disciplina. Francesca si aggira nella poesia italiana con uno straccio per veste: raduna le briciole, e con le briciole costruisce le stelle, una mappa degli astri.

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Poiché siamo provati dal quotidiano, dalle domande maliziose di tutti i giorni – una prova che perdiamo sempre per emottisi di indulgenza – Francesca con pochi elementi, scabri, sa fare la verticale e la vertigine. “Il buio è un insetto che fa il morto/ rivive se lo bacia il fuoco”. Proprio così: il buio non potrebbe essere altro che insetto.

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Le associazioni non sono mai occasionali o effimere, un frinire retorico. Le parole sono vere solo all’ombra del loro significato – il senso va estratto con un brivido di cabbala. “Gli anni diventano/ vespe rade che ciondolano in tondo/ davanti a un nido chiuso da uno straccio”; “Ogni respiro è una bandiera/ bianca davanti a Dio”; “Stringo il sonno come una vecchia corda”; “Il temporale pesava come una lapidazione”. Il bisogno di afferrare le cose nella loro struggente lucentezza – fino a ferirsi. D’altronde, leggere Francesca Serragnoli comporta ferirsi le mani lungo le linee del palmo, e deviarne la fortuna e le curve, a colpi di rasoio.

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Leggere nello stato chino, da inginocchiati, sperimentando una più pura povertà. Leggere, insomma, da analfabeti e da sconosciuti agli affetti e agli affari: solo così la poesia agirà come uno sciacallo della notte nel nostro corpo, ripulendo le carcasse.

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Citando la parola, così rètro, ora, abatjour, vado al rotolio di versi di Francesca Serragnoli che amo di più.

Non è ridere incidere col coltello
una bocca morta.
Dentro questo vietnam girato a spalla
lascio all’abatjour indicare
un fioco pallore di luna
attendere bambina piegata sul prato
i grilli uscire dal buco del cuore.

La parola abatjour ha un suono magico in Francesca, che va al di là del suo significato – i poeti fanno così, s’innamorano spasmodicamente di alcune parole che risuonano nell’arpa delle loro costole. La reminiscenza shakespeariana – da Macbeth: “ci sono coltelli nei sorrisi” – è forse inconscia, la grammatura del dramma. Per la prima volta il Vietnam, così, con la lettera minuscola, diventa una emozione nuova, una inedita esperienza del sentire, prossima – in ciò che risuona dentro di me – all’accoglienza dell’azzeramento, al niente come ultimo grado dell’amare (con “i grilli” che escono “dal buco del cuore”). I grandi poeti fanno così: danno forma, con parole mai udite prima, a sentimenti sconosciuti. Scavano nella salina del senso.

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Chi è poeta – ce ne sono così pochi ora – non ha genealogie e le misture bibliografiche sono soporifere. Il poeta non ha generalità né genesi: accade. In Francesca si precipita fino alla rivoluzione astrale delle giunture. Giunge e immerge il giorno sotto le palpebre.

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Se si hanno “fili scoperti in faccia” vuol dire che si è pronti a tutte le elettricità. La gloria è nella screpolatura del quotidiano, dell’ordinario.

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Proprio di fronte alla catastrofe ci si ostina al compito – l’apocalisse non ci sorprende, è come la sequenza di un giorno qualsiasi. “Loro sanno/ che ogni sera/ Dio le guarda/ ma continuano/ con la spugna in mano/ a pulire perfettamente il tavolo/ fino a far ingelosire la luce”. In un racconto riuscito, Richard Matheson ha un pensiero simile. Il racconto s’intitola L’ultimo giorno e racconta l’ultimo giorno sulla Terra: un asteroide si avvicina al nostro pianeta, destinato a esplodere. Mentre gli umani si perdono in orge e violenze, la madre del protagonista, come se niente stesse accadendo, prepara la cena ai figli, sparecchia, lava i piatti. Non è frustrata, non ha nulla da recriminare: ha sempre fatto ciò che desiderava, ha scelto di compiere un servizio che porta fino in fondo, senza fierezza, con decisione. E infine guarda il cielo dell’ultimo giorno, “Dio cala un sipario sfarzoso sulla nostra commedia”, sussurra, abbracciando il figlio. “Sedevano là, sui gradini della veranda, la sera dell’ultimo giorno; e sebbene il fatto non avesse poi molto senso, si volevano tutt’e due molto bene”. Quel bene, minuscolo e duro, vince sulla fine del mondo.

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Sull’argine della sera, quando non abbiamo più parole per identificare la disperazione o l’orrido degli oranti, bisogna leggere Francesca. Per capire, semplicemente, che getto siamo, che altezza ci separa dal nostro destino.

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Tanta umiltà da farci congiungere le mani in forma di vaso: basta sapere che ad abbeverarsi verrà il lupo, il mostro. Francesca sa che gli angeli sono carnivori, che tra confessione e confondere c’è solo l’anatema di un ciglio verbale.

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Scrive fino a farsi misera, piccolissima, fino a sparire – la scrittura avanza verso il lettore cancellando il viso dell’autore. Scrive fino a starti tra le mani, in tasca, nei capelli, Francesca. La scrittura è smisurata, ma scrivere è esercizio di umiliazione.

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Tanto cerchi di stanare la poesia di Francesca Serragnoli, tanto lei sfugge, “eppure mi raccogli”, scrive. Ma è lei a raccoglierci – più la leggiamo più ci facciamo piccoli e puri, una fiala di luce, e lei ci mette sopra gli occhi, come un sovrappiù di palpebra.

Davide Brullo