Il poeta che sfidò Charles Manson. A 50 anni dall’omicidio di Sharon Tate e dai massacri della “Famiglia”

Posted on Agosto 08, 2019, 6:29 am
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Quante volte hanno catturato il bel bimbo del Sogno Americano, afferrato per i capelli, tuffato nella vasca da bagno di casa, uccidendolo. Qualcosa di sadico anima la creatura: tramuta l’Eden in camera delle torture, volta l’abbraccio in assassinio, il bacio in pistola, il patto in tradimento.

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Questa storia ha due storie – le altre, si moltiplicano di conseguenza. Il fermo immagine è lei, bellissima, straziata brutalmente, dopo che hanno ammazzato gli amici, li aveva invitati a casa, al 10050 di Cielo Drive, dorato quartiere di Los Angeles. Wojciech, l’attore, Abigail, la sua ragazza, Jay, il parrucchiere delle star. Roman, fedifrago, sull’orlo di essere padre, non c’era, preferiva le ansie londinesi. Scannarono anche Steven Parent, che era lì per caso. Sharon Tate era di una bellezza fragorosa, qualcosa di intoccabile. L’ultimo film che gira, distribuito postumo, Una su 13, la vede insieme a Vittorio Gassman, a Orson Welles e a Vittorio De Sica. Di fatto, la sua carriera comincia con Polanski, due anni prima, con Per favore, non mordermi sul collo! In appendice al film, Polanski la fotografa, seminuda, divina, “Playboy” pubblica – è il 1967. A massacrarla sono loro, Susan, Patricia, Linda, le tre ‘grazie’ della Famiglia Manson. Sharon è all’ottavo mese di gravidanza – al figlio mai nato fu dato nome Paul Richard. La squartano, come un maiale. Susan intride un panno nel sangue di Sharon, questa specie di Madonna hollywoodiana. Sulla porta di casa scrive la parola “PIG”. Maiale. Patricia defeca in sala. Charles Manson non c’è: non si lorda di sangue. Lui, il padre, il dio, guida la carneficina da lontano. Guarda.

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50 anni fa. Il 9 agosto. Il giorno dopo, vengono massacrati Leno LaBianca e la moglie Rosemary. Leno è un imprenditore nel campo degli alimentari, la strada la ha tracciata per lui il padre, Pasqualino, figlio di italiani immigrati a Los Angeles. Leno ha soldi, ha comprato la casa che fu di Walt Disney, la rivende, non gli piace. Si sposa, divorzia, si risposa. Leno e la moglie furono massacrati a coltellate. Era il 10 agosto 1969. La Family, dopo il massacro, squaderna il frigorifero. Le donne si danno al cibo. Poi fanno la doccia. Una piscia sulle scale. Segue ritorno da papi Charles in autostop.

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Dietro la storia, efferata, c’è la leggenda. Il film di Polanski. Rosemary’s Baby. Esce nel 1968; al posto di Mia Farrow avrebbe voluto Sharon Tate. Il film sancisce la fine della relazione tra Mia e Frank Sinatra. Così perfetto da sembrare diabolico, quel film: prefigurazione, forse, dell’assalto demoniaco al 10050 di Cielo Drive. Così sussurrano. Polanski ha titillato le voglie del dominio – e non smetterà di farlo. Rosemary’s Baby è stato definito il più imponente manifesto propagandistico del satanismo che sia mai stato escogitato. E nella Los Angeles di fine anni sessanta c’era più di una signorina invasata che sosteneva di aver dato alla luce di figli del diavolo… Ultimata la lavorazione di Rosemary’s Baby, Sharon Maria Tate e Roman Polanski si sposarono a Londra”. Così scrive Ed Sanders. Il poeta che sfidò Charles Manson.

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L’altra storia, appunto, è quella di Ed Sanders. Ed ha la faccia buffa di un personaggio uscito dai Peanuts. Nato a Kansas City, fa trent’anni esattamente una settimana dopo il doppio massacro perpetrato dalla ‘Famiglia Manson’. Ed ha genio ed energia: l’epopea hippie lo travolge. Va a vivere al Greenwich Village, sperpera la propria tradizione (lo ammette lui: “Mi sono reso conto che, durante gli anni passati nella conrocultura, a volte mi ero comportato male e mi ero allontanato da certi aspetti della tradizione giudaico-cristiana in cui ero cresciuto”), si specializza in lingua greca, scrive il primo poema su una carta da culo, in carcere. Arrestato per eccesso di pacifismo. Apre una libreria a Lower East Side, New York, il “Peace Eye Bookstore”, covo di beat e antro di retate della polizia; fonda una rivista d’avanguardia, “Fuck You. A Magazine of the Arts”; celebra concerti di poesia rock con il suo gruppo, i Fugs. Quando legge la storia di Charles Manson ne resta ustionato. Nati nello stesso liquido amniotico fatto di utopismo, ribellismo, canzoni dei Beatles, religioni orientali, new age e Lsd, uno, Ed, si sbatte per il libero amore e l’amore per il prossimo, l’altro uccide, è il dito indice del maligno. Gli opposti si attraggono.

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Intorno a Charles Manson, l’uomo che sognava Hollywood nei sobborghi del carcere, che sverginava le ragazzine con facili schitarrate, che aveva una infarinatura di ipnotismo e sfrigolii da eresiarca, che mescolava il “White Album” dei Beatles con l’Apocalisse, che aveva fatto il pappone e smanettava la pazienza del prossimo raccontando della prossima guerra ordita da falangi di neri, armati fino ai denti, è fiorita una bibliografia fenomenale. Il libro più grande, però, l’ha scritto lui, Ed Sanders, il poeta beat, l’amico di Lawrence Ferlinghetti, l’immortale. “La maggior parte dei libri e dei documentari su Charles Manson e la sua ‘famiglia’ si risolve in qualcosa di schifosamente cruento, illeggibile, inaccettabile. Nessuno ha la luce di The Family. Il libro è una micidiale fusione di giornalismo e prosa poetica, che regge ancora perché non rientra in alcuna categoria, in alcun ‘genere’, è qualcosa di unico, di indifendibile, di ossessivo. Il caso Manson era enigmatico e insondabile: soltanto un poeta poteva dare forma all’orrore, qualunque cosa questo significhi”. Questa è Saraha Weinman – autrice, per altro, di un ottimo studio su The Real Lolita, 2018 –, la chiusa di un vasto saggio, The Family Affair (sottotitolo: “Come Ed Sanders, il poeta pacifista, scrisse il libro definitivo sui massacri orditi da Manson”), pubblicato su “Poetry”.

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Sembravano così candide, sorridenti, innocenti, luminose, le ragazze-amanti di Manson, capaci di una ferocia che silenzia, che ci fa ammettere che il male c’è, il caos ha intelletto.

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The Family esce nel 1971. Sconquassa. Nel 1972 lo traduce, per tramite di Raffaele Petrillo, Feltrinelli. Il titolo è esplicito: La “Famiglia” di Charles Manson. Gli assassini di Sharon Tate. La copertina è nera, emerge il viso ipnotico di Manson, appare la scritta, bestiale, “Pig”. Meno dirompente la versione replicata lo scorso anno nella collana ‘Narratori’ (alla voce “traduzione” c’è anche il nome di Silvia Rota Sperti). Il titolo resta quello originario, La Famiglia; la copertina non allude a Charles Manson (tre ragazzine hippie, belline, sorridono: il male in sinuosa beltà); il libro è presentato come un romanzo. L’anno scorso, in una densa recensione su la Repubblica, Luca Valtorta concludeva, “Manson ha fatto perdere per sempre alla parte più pura dell’America la sua innocenza”. La considerazione è vera. E non è vera. L’America, culla della libertà, icona della democrazia, fin dal primo assassinio ha voltato l’Eden in stupro, l’orazione in strazio, il sogno in incubo, la foresta in frastuono di fabbrica. Gli dèi sono stati trucidati: Hollywood li ha ricreati, più belli, pittati, per alimentare le nostre aspirazioni perdute. Di Ed Sanders, in Italia, non c’è altro – tranne un racconto, La suocera, raccolto in New York Stories, una antologia di narratori curata da Paolo Cognetti per Einaudi, nel 2015. Tra Fitzgerald e Thomas Wolfe, Don DeLillo e Truman Capote, c’è Ed. Ecco. La Famiglia può essere avvicinato al lavoro di Capote, A sangue freddo. Capote – con il talento che gli è proprio – disseziona la banalità del male; Ed Sanders, da buon poeta, vuole vedere il male in pieno viso.

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Il poeta che per la City Light Books di Ferlinghetti aveva pubblicato Poem from Jail, smette la giacca lirica, assume un paio di investigatori privati, s’immerge nella vita di Manson, il suo alter ego rovesciato. The Family non è un poema in prosa: è un libro secco, tragico, una anamnesi spietata nella ‘teologia’ dei ‘figli dei fiori’, ingresso nella devianza acida, precipizio nel gorgo sadico. Quei massacri furono un rituale da Baccanti luciferine, infiammate dalla dissipazione, dal desiderio di morte – che si rivolge nel dare la morte agli altri. La colla religiosa è fondamentale: l’eccesso di vita (ogni religione ambisce a vincere la morte, a dare una risposta oltre la risposta definitiva della morte) provoca morte. Voglio ‘votarmi’ fino a svuotarmi, aderire completamente all’ordine impartito a un altro, corrispondere, per annientamento.

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Fu “una storia grande e tragica”, scrive Sanders, una storia-simbolo del tramonto americano, della sua corrosiva contraddizione. “Il caso Manson… Aveva i sogni di gloria e di celebrità, aveva religioni di ogni tipo, aveva le stragi interne e le guerre, il tutto concentrato in un’enorme e vorticosa storia di sesso, droghe e crimini violenti”.

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Il libro crea problemi a Ed. La congrega chiamata “The Process Church of The Final Judgment” cita in giudizio l’editore perché Ed ha impunemente avvicinato la loro attività alle manie teofolli di Manson. Ed procede nella sua lotta. Nel 1976, per la casa di Ferlinghetti, pubblica il manifesto Investigative Poetry. Come a dire: il poeta è l’essere adatto a investigare l’orrore, angelo della consolazione, ha i polmoni capienti per affogare tra i perduti senza farsi predare. Solo il poeta può accettare l’uomo in tutte le sue oscenità. D’altronde, è Orfeo a penetrare gli inferi.

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Incipit: “Il 22 luglio 1955, giorno più giorno meno, Charles Manson era alla guida di una Mercury 1951 rubata e stava andando da Bridgeport, nell’Ohio, a Los Angeles. Insieme a lui c’era sua moglie Rosalie, diciassette anni, incinta. Tutto comincia da lì”. Descrizione di Manson: “Un ometto sudicio e dalla parlantina facile, che andava a caccia di giovani fanciulle, chitarra a tracolla, blaterando di misticismo e di guru”; “Locandiere degli sballati”; “Era schietto. Aveva una capacità incredibile nel manovrare una parte di una personalità contro l’altra, nell’individuare al primo istante le debolezze dell’interlocutore, creare confusione, in tal modo, presentarsi come leader”; “Evidentemente l’ostia di quella comunione era l’Lsd”; “Fu verso la metà del 1968 che Manson cominciò a dichiarare di essere al tempo stesso Gesù e Satana, Cristo e il Demonio”.

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Si chiama family, famiglia, quella di Manson. Accoglie chi non ha casa e chi fugge da casa, Manson. La famiglia dei senza-famiglia. La famiglia è la matrice dello Stato, la comunità nella comunità, luogo di reciproco servizio. La famiglia è la colonna portante della storia: qui è un verminaio di virus, un circuito di iene. Il demonio albeggia nell’istituzione considerata pia, un putiferio.

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Ed Sanders compie 80 anni il 17 agosto: nel 2015 è tornato nel luogo del delitto, firmando la biografia di Sharon Tate, Sharon Tate: a Life. Susan Atkins è morta dieci anni fa; Patricia Krenwinkel detiene il primato di detenzione nello stato della California; Linda Kasabian, testimone fondamentale nel processo, ha compiuto 70 anni il 21 giugno. Charles Manson, condannato all’ergastolo, è morto il 19 novembre 2017. Il poeta, Ed, ha continuato a scrivere poesie – perché il linguaggio può deformare un uomo e le sue intenzioni, e bisogna abitarne la soglia bianca. (d.b.)