Nella mia mente caustica Dersu Uzala è parente di Fitzcarraldo. Forse perché amo quei due registi – Kurosawa e Werner Herzog – e la personalità al cospetto della foresta. Certo, non esistono personaggi più diversi: Fitzcarraldo sfida l’impossibile, vuole portare l’Opera – emblema della sapienza occidentale – nella giungla latinoamericana; Dersu Uzala sprofonda nella taiga pregando la tigre: riconosce il verbo degli alberi, il gergo delle nuvole, la notorietà delle bestie e del loro andare. Fitzcarraldo è la prepotenza dell’io, l’estro, l’audacia; Dersu Uzala si orienta al vagare del cosmo, onora il regno, gioca a sparire, s’inabissa nel silenzio. Per ragioni opposte – che si congiungono nel golfo del genio – Dersu Uzala e Fitzcarraldo sono i film che preferisco.

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L’avventura di Dersu Uzala comincia, nella versione filmica, nel 1910, quando l’etnografo ed esploratore russo rievoca la sua avventura sulla tomba di Dersu. Dersu Uzala costituisce una svolta e una pietra miliare nella filmografia di Akira Kurosawa: è il grande film che segue, dopo cinque anni, il grande fallimento di Dodes’ka-den, la depressione del regista, il tentato suicidio. Kurosawa andò a dirigere in Siberia il suo film più delicato, più profondo. Uscito nel 1975, Dersu Uzala vince l’Oscar come miglior film straniero, l’anno dopo. Dersu Uzala, il protagonista, appartiene all’etnia hezhen, che vive lungo le regioni tagliate dall’Ussuri, praticando lo sciamanesimo. Nelle catene del Sichote-Alin’ domina la tigre: il clima, miracoloso, la fa convivere con l’orso e con il lupo. Dersu Uzala, in fondo, è una specie di Mowgli, adulto.

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Come si sa, il film di Kurosawa si fonda sul libro più noto di Vladimir Arsen’ev. Figlio di un ferroviere, educato nell’esercito russo, Arsen’ev cominciò da ragazzo a compiere escursioni in Estremo Oriente, ai confini dell’impero sovietico: scrisse una sessantina di studi catalogando la flora e la fauna dell’Ussuri, varcando la taiga, fino al Mar del Giappone e a Valdivostok, dove scelse di abitare. Il cacciatore Dersu Uzala permise ad Arsen’ev di compiere spedizioni in luoghi altrimenti inaccessibili: è a lui, dunque, morto nel 1908, che l’esploratore russo dedica il suo libro, un’epica piccola, portatile, bellissima, del 1923. Mentre la Russia era lacerata dalla Rivoluzione e dalla guerra civile, Arsen’ev – che diventò Commissario per le minoranze etniche – preferì sondare la taiga, l’equilibrio che lega fame e rischio, sperimentando la nobiltà arcana della bestia, del salto. Morì a 57 anni, a Vladivostock: era scienziato, Arsen’ev, ma il profilo, fermato dalle fotografie, con occhi da poiana e linee esatte, è quello di un poeta, piuttosto. Una bieca maledizione cadde sui parenti: la moglie di Arsen’ev, Margarita Nikolaevna, fu arrestata nel 1934 e nel 1937, accusata di essere membro di un club di sabotatori fondato dal marito; fu uccisa il 21 agosto del 1938. Qualche mese dopo, in un campo nei pressi di Vladivostok, sarebbe morto Osip Mandel’stam. Priva dei genitori, Natalia, la figlia di Arsen’ev, fu arrestata nel 1941 con l’accusa, topica, di “attività anti-sovietica”. Si fece dieci anni; morì nel 1973, “riabilitata”, come la madre. Nel 1961, nonostante arresti ed esecuzioni sommarie comminate alla famiglia Arsen’ev, l’Unione Sovietica produsse un film tratto da Dersu Uzala: nel poster esplode una magnifica tigre, dall’alto la livrea sembra il libro tibetano dei morti.    

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Federico Italiano ha dedicato a Dersu Uzala una delle sue poesie più belle – una di quelle che preferisco – inserita in L’invasione dei granchi giganti, libro straordinario, pubblicato da Marietti dieci anni fa. Questa è la prima stanza:

Avrei voluto conoscerlo, Dersu il gol’d, e forse

lo conobbi davvero, nel tempo

in cui una pagina era una mappa, geografia,

rilievo, in cui l’orma sussurrata di una tigre

era al tatto presente, sulle lenzuola,

e le colline, le foreste, i laghi emergevano

dal grigio-verde dei riflessi d’abat-jour.

Seguii Arsen’ev come uno zio, un capitano

di famiglia, amavo la sua indecisione, la delicatezza

del suo pensiero pietroburghese, strofinato

sulle cortecce di betulla e rimescolato

nel tè campestre, tra zanzare e scoiattoli.

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Dersu Uzala, appunto, anzitutto è un libro. In Italia lo pubblicava Mursia, per la cura di Ezio Savino. È stato editato diverse volte, dal 1979. Ora è scomparso dall’orizzonte librario, perso in una taiga di idiozie. Da tempo mi sono messo in testa di riproporlo, di farlo ritradurre. È un libro magnetico, l’altro lato di Cuore di tenebra, quello luminoso. Arsen’ev non gioca all’Arcadia: sa che il bosco ha zanne e l’uomo ne è espulso. Dersu Uzala non è una sorta di Adamo, tanto meno di Amleto – è un uomo omerico, che conosce il valore dell’ospitalità, il peso del fato, la nitidezza del grazie e la grazia di ammazzare. Ogni generazione, mi dico, ha i suoi libri, i suoi editori, la sua letteratura – questa, attuale, mi è ostile: dov’è il vento, l’avventura, la belva, il salto nell’ignoto, la disposizione a esplorare, a perdersi, a preferire, senza deleghe, l’invisibile e perfino l’insuccesso?

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“Bisognava dar da mangiare ai cavalli. Così decisi di approfittare di questa circostanza: mi distesi all’ombra di un cedro e mi addormentai. Dopo un paio d’ore fui svegliato da Olent’ev. Vidi che Dersu aveva tagliato della legna, raccolto della corteccia di betulla e messo tutto insieme nella baracca. Pensavo che volesse bruciarla e cosi cominciai a dissuaderlo dal fare ciò. Ma invece di rispondermi, egli mi chiese un pizzico di sale e un pugno di riso. Mi interessava sapere cosa volesse farne e gli diedi ciò che mi aveva chiesto. Il gol’d avvolse accuratamente nella scorza di betulla alcuni fiammiferi, in un altro cartoccio mise il sale e il riso e appese ogni cosa nella baracca. Aggiustò quindi dall’esterno la corteccia e cominciò a prepararsi.

Pensi di tornare qui?, chiesi al gol’d.

Egli scosse negativamente la testa. Gli chiesi allora per chi avesse lasciato il riso, il sale e i fiammiferi.

Qualche altro venire – rispose Dersu – trovare baracca, trovare legna asciutta, fiammiferi trovare e da mangiare trovare: non morire.

Le sue parole mi colpirono profondamente. Il gol’d si preoccupava di qualcuno che non conosceva, che mai avrebbe visto e che non avrebbe mai saputo chi aveva preparato per lui la legna e il mangiare”.

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Che libro meraviglioso, Dersu Uzala, andrebbe regalato ai ragazzi come impegno al sogno, insegna ad adorare lo sconosciuto. In effetti, le betulle sembrano fiamme bianche, cartigli su cui artigliare le nostre indicibili intenzioni. (d.b.)