Da Robert Louis Stevenson dobbiamo imparare l’arte di essere felici (ma questo è un Paese che non legge nemmeno Byron…)

Posted on Dicembre 10, 2018, 8:50 am
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Guarda dove va a finire, la curiosità. Immaginavo che Stevenson fosse stato tradotto tutto in italiano, e per fortuna non è così. Perché senza progetti editoriali complessivi non si raggiunge un simile scopo – servirebbero sei volumi eleganti di enciclopedia Einaudi per contenerlo. E invece, intessute per concorsi scientifici di altri tempi possiamo ammirare queste enciclopedie/tappezzerie Einaudi, questi bivacchi Kathmandu. Magari  l’antropologa di turno che discetta con una giornalista rossocrinita in prima serata espone questa bella tappezzeria, buon per lei.

Se andassimo a ricercare i bambini, invece! Lasciando perdere le scienze degli adulti – potremmo leggere in inglese, seduti al camino, quei giornali universitari di Stevenson redatti a Edimburgo negli ultimi anni Sessanta dell’Ottocento. E capiremmo come si diventa lettori. Cioè? Uscendo dalle mode. Andando a beccare il seminato da altre parti. Così, mentre le televisioni ci vellicano facendo ruggire baldanzosi filosofi tardoplatonici davanti a mascherate di scambisti, cerchiamo di ritrovare quel puer stevensoniano che si fa prezioso, perché introvabile. E partiamo dalle mode del tempo di Stevenson giovane. Scrive nei College papers (volumetto ‘Lay morals’ stampato da Chatto a Edimburgo, prima dell’edizione popolare tascabile “Tusitala edition”, che è degli anni Venti) che i suoi compagni leggevano Gall. Roba da anni Quaranta, letta ancora nel Sessanta… ecco l’artigianato letterario di Stevenson, ecco anche, a sorpresa, il suo artiglio storiografico. Perché poi continua, rilevando con ironia (perdente, un’ironia delicata che si fa capire, però) che tanto vale leggere le cose degli anni Venti.  Le poesie dal timbro archeologico e popolaresco del Bardo Burns. Leggere Byron.

Perché non si legge per bene Byron in Italia? Ma perché non c’è società stretta, non c’è editoria che tenga perché non c’è nazione moderna, naufragato il sogno speranzoso dei risorgimentali, che in fondo potevano specchiarsi nel Rinascimento ma proprio non capivano che il futuro Malatesta sarebbe arrivato col cannone di Bismarck, con le sue leggi truffaldine sulle pensioni – che però furono le prime al mondo, guarda il baffo di Machiavelli. Non c’è in Italia società stretta come scrive Leopardi dando fastidio al Risorgimento nel suo “Discorso sullo stato attuale degli italiani” composto nel 1824 a 26 anni. Per questo non si legge bene Byron, più si è ‘colti’ in Italia – cioè preparati da scuole universitarie – e meno lo si conosce. Paradossi viventi come quelli di dottorandi dantisti che si ritrovano a Ravenna per confermare la loro conferenza dantesca, e senza aver mai sentito della “Profezia di Dante” di un certo Byron – hanno superato la mia fantasia. Esistono in carne e ossa. Per fortuna, così la realtà ci fa ridere e diventa comodamente surrealtà – l’unica possibile in questo contesto di lettere.

Byron. Di Byron non è mai stato tradotto un libro intitolato semplicemente Conversations with Byron di una madama che poi viveva a Londra, vicino alla dimora di Vittoria prima che diventasse regina, ad Hyde Park. La casa oggi è un albergo a cinque stelle, si chiama Gore ed è stato fondato nel 1892. Ma prima era appartenuto alla letterata di cui sopra. La quale riporta nel suo libretto amenità sparse, tipiche di chi è estraneo all’arte perché vive la letteratura dal palco del teatro. Ma poi senti degli squarci di vero, come quando Byron dice: “We are but grown children, having all their weakness, and only wanting their innocence. Our thought soar, but the frailty of our natures bring them back to earth. What should we be without thoughts? They are the bridges by which we pass over time and space. And yet, perhaps, like troops flying before the enemy, we are often tempted to destroy the bridges we have passe, to save ourselves from pursuit. How often have I tried to shun thoughts! But come, I must not get gloomy”. Ecco il puer stevensoniano. Ecco Stevenson che certo questo memoriale se lo era letto invece di studiare il greco.
Per la storia, la madama si chiamava Marguerite Gardiner.

Ma cosa significa poi parlare di un autore per bambini come Stevenson, e ripetere che non scriveva solo per loro? Serve, serve. Anche Stevenson amava suo padre, in fondo, per capire e rendere così bene il mondo dell’infanzia. Pensate solo che gli obbedì e non pubblicò la prima parte di un suo diario di viaggio in terza classe da Liverpool a New York. Correva l’anno 1879. Aveva solo ventinove anni e rendeva a tinte forti il suo amore per il popolo, da scozzese, senza quel senso di superiorità endocrino così inglese.

Al padre ingegnere proprio non garbava che il figlio si spingesse a tanto. E Robert ubbidì. Il testo di Stevenson è stato tradotto nientemeno che da Einaudi e oltre alle solite recensioni su Repubblica, in quel 1987 dove lo pubblicarono, è uscito di vista. Peccato. È un ottimo libretto, e in inglese scorre ancora meglio che nella resa realistica dell’italiano. A scopo di pubblicità a questa traduzione Einaudi riporto un passo che anni fa era piaciuto ai cosiddetti foglianti:
“[questo passeggero] trasudava fanatismo, insieme a una vera passione per lo scontro intellettuale. Tutto ciò – qualunque cosa fosse – che gli sembrava potesse danneggiare la produzione, continua e appassionata, di grano e di macchine a vapore era per lui una cospirazione contro il popolo. E così, quando io, perorando la causa della letteratura, dissi che solo nei buoni libri, e nelle buone compagnie, l’uomo può trovare un aiuto per la propria condotta, egli dichiarò che noi due appartenevamo a due mondi diversi”.

Ecco, se qualcosa si può prendere da Stevenson è l’arte di essere felici. Lui se ne era fatto un compito, proprio lui che veniva dalla feroce chiesa di Scozia. Mi viene da concludere che tutto questo moto letterario Italiano all’infelicità, all’inconcludenza, sia una reazione di segno opposto a quella di Stevenson: “c’è una cosa, in verità che non s’impara in Scozia, ed è come essere felici. Eppure è questo che sta alla base della nostra intera cultura e della nostra morale. Non sarà forse che l’educazione puritana, separando l’uomo dalla natura, limando i suoi istinti ed imprimendo un marchio di condanna su intere sfere dell’attività e degli interessi umani, porta direttamente, alla fine, all’avidità per i beni materiali?”.

Sento dei passi che si perdono in lontananza, è Stevenson che balla sulla tomba di qualche pirata.

Andrea Bianchi