“Caro Pablo, dobbiamo sprofondare negli abissi di noi stessi, uomini e cose, materie e parole, ideali e tabù…”. Una lettera di Julio Cortázar a Neruda

Posted on Maggio 17, 2020, 8:29 am
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Caro Pablo,

che bello che i rituali dell’editoria mi abbiano affidato questa lettera vertiginosa, questa buchetta della posta dalle mille sfaccettature dove una lettera per te sarà anche una lettera per tanti altri. Detesto i prologhi o le introduzioni ma, vedi, a volte capita che le abitudini e la routine si dèstino a nuova vita, come il gesto meccanico e assurdo di stringersi la mano (sarà vero che nacque dalla sensazione opposta, dalla prova che non si stava nascondendo una daga tra le dita?) può diventare incontro e comunione, dialogo della pelle che si riconosce e si comprende al di sotto delle parole, poesia del tatto primordiale, segno dell’amicizia degli uomini.

E capita allora che dopo le necessarie e propiziatorie libagioni che, da vero cileno, capirai benissimo, ti scrivo queste righe per provare la doppia carambola di scriverti una lettera che al tempo stesso serva a qualcosa a quei lettori che debbano entrare in questo libro attraverso la lingua francese. Mi è sempre piaciuto complicare le regole del gioco, visto che il contrario, le cose ideali e dirette, è noioso: devi ammettere, fratello, che risulta difficile e al tempo stesso esaltante parlarti mentre parlo a lettori che, salvo eccezioni, non sanno niente delle coste del Pacifico, non hanno mai visto le stelle su Temuco o sulla Isla Negra e allora sì, allora vale la pena scrivere su una zona in cui la mano e la parola giocano per conto loro a biliardo su varie sponde. Adesso succederà che quando dirò Pablo, starò dicendo anche Paul e Christiane e Robert, tutti i nomi di battesimo di coloro che stanno leggendo la mia lettera, il bellissimo concilio invisibile, tu in Cile o a Parigi, io a Parigi o a Vienna (difatti sono a Vienna, Pablo, ma vai a sapere se non finirò questa lettera a Londra o a Lima o su un treno che corre nel bel mezzo della notte, abbiamo tempo e sete, abbiamo pagine e vino) e Christiane a Poitiers, Fernand a Limoges, Claude a Parigi, tutti uniti fuori dal tempo e dallo spazio da questa operazione così vecchia e così dolce che è scrivere dall’amore e dalla speranza perché contro tutto e tutti l’uomo salva e difende un territorio comune, una zona di incontro dove rinunciamo meravigliosamente al divieto e al segreto, dove una poesia o un quadro o un assolo di tromba valgono come l’incontro dei corpi della donna e dell’uomo, come il sibilare delle rondini nelle ultime ore di luce della sera, come il tremolio di un campo di grano che amai sull’isola di Tenglo verso il ’42 quando conobbi il tuo Cile e camminai per le sue terre e le sue isole. In una piazza di Valparaíso, una notte di caldo e di tristezza, seduto su una panchina lessi la tua Spagna nel cuore che poi sarebbe confluita nella Terza residenza, ma che allora era un libro dal formato enorme, così scomodo da portare salvo quando si guadagnava il mio petto, quella regione sovrapposta e crepuscolare dove vanno a morire davvero gli elefanti e gli uccelli. Senti, Pablo, so fin troppo bene, fin troppo ho letto che il tuo cammino di uomo e di poeta ti ha allontanato dalle due prime Residenze, che le hai scostate col gesto che ritenevi opportuno e che la tua poesia successiva, quel gran canto generale che continua a fluire dalla tua vita conta più delle altre nel tuo sentimento di lottatore e di sudamericano.

Va bene, fratello, non sarò io a negarti la ragione di quello scostamento, va bene che la ricerca e l’incontro di un contatto con il tuo popolo e con tutti i popoli ti discosti da quelle poesie. Viviamo un tempo violento, viviamo tra sferzate nucleari e genocidi freddamente orchestrati da computer e pentagoni; più che mai il poeta è nudo all’alba di ogni giorno ma l’essere nudo è più libero che mai, non è uno dei tanti deplorevoli istrioni che continuano a indossare il frac di un umanesimo fatto a pezzi da una marcia così lunga, da tanta risaia di luce, da tanto zucchero contro la notte del dollaro. E allora Pablo Neruda guarda indietro, si guarda come finalmente altri abbiano imparato a guardarci, e rifiuta il suo vecchio tempo tolemaico, l’opera scritta che lentamente, meravigliosamente circolò anni e anni attorno a un io che non aveva ancora avuto accesso a un tu, precedente all’intuizione copernicana, al richiamo rivoluzionario universale che ci ha espulso da noi stessi come in una autonascita necessaria e atroce, “tra urla e lacrime e feci”. Certo che lo sappiamo, Pablo, certo che le prime Residenze sono il passato, gli ultimi scalini prima del salto che pone fine all’individualismo egocentrico per accedere a quell’altra forma di vivere da uomo, sommerso e poroso e partecipe, l’uomo che interroga e aggredisce per trovare le risposte che lo integrino nel suo ambiente, l’uomo che affronta la circostanza per spogliarla della menzogna a raffiche di verbi, non solo ed esclusivamente da lui sebbene sempre da lui, non solo ed esclusivamente i versi sebbene sempre i versi: è nata un’altra poesia nel nostro tempo, il suo nome è rivoluzione e il suo libro è fatto di vento e di mani, di letture senza poltrona, di incontri in piena strada, la poesia non cambia ed è difficile o facile e si canta o tace ma quel che conta per noi ha cessato di essere un privilegio originale da mandarini latinoamericani o europei o statunitensi; nulla potrà mai cambiare l’atto poetico, quell’affrontarsi faccia a faccia col mondo ma la solitudine del poeta non è più quella dello schema centripeto, la sua solitudine si sa storica e non meramente ontologica, la poesia nasce per essere più di una poesia, pietra nell’edificio di una futura umanità inalienata, martello o sorso d’acqua nella fucina gremita dove si comincia lentamente a modellare un’altra immagine dell’uomo sul pianeta.

Allora, Pablo, come negarti il diritto a negare, a rinunciare a quelle poesie, a quelle creature “nate da un lungo ripudio” come dici in Sapore. Ma lasciami parlare un attimo, fratello, lasciami mostrare a Christiane e a Raymond e a Robert, a tutti quelli che probabilmente entreranno per la prima volta e attraverso un’altra lingua nella tua poesia, tante cose che per modestia taci. Se nella Terza residenza i lettori ti troveranno così come ti sei forgiato e ti volesti, così come continui ad essere alla fine di un libro tanto meraviglioso, io ti dico e dico loro che le poesie delle due prime Residenze contengono tutta la loro poesia futura e ti contengono, vuoi crederci o meno, come poeta rivoluzionario. Viviamo un tempo in cui la prostituzione della parola vale come un’arma insidiosa e terribile, ed è così che termini quali impegno e contenuto e altre consegne di quella specie diventano letali se si usano male, se una visione pragmatica della poesia le riempie di intransigenza e di minaccia. Sono stufo, Pablo, di quella classifica latinoamericana della poesia o della narrativa in cui le adesioni più tangibili – i temi, le demagogie, i semplicismi, gli indigenismi, quello che vuoi –, si trasformano in un indice rivoluzionario, un salvacondotto per via delle buone coscienze e le consacrazioni. In questo terreno, rifiutare le prime Residenze perché non si inseriscono in modo esplicito nel loro tempo storico è dimenticare che solo attraverso queste, grazie a quella terribile e meravigliosa esperienza poetica che produsse quelle poesie, potesti uscire da te stesso, entrare nel tuo altro armato dalla testa ai piedi, lucido e sicuro e solo alla fine di quella lunga, lenta esplorazione del tuo ambiente, raggiungesti la maturità che ci avrebbe donato il Canto generale e tanto altro. Tocco qui un fatto grave, una breccia troppo frequente nella concezione rivoluzionaria della letteratura: l’oblio ingenuo, se non la negazione scellerata di quella difficile avanzata dello scrittore verso se stesso e il suo strumento di lavoro, gli infiniti scali di quel viaggio che finirà per abbracciare magellanicamente il mondo e farà del viaggiatore delle parole un capitano delle idee, un capo degli uomini attraverso il verbo, un rivoluzionario attraverso ogni poesia che ora sarà un atto di vita, un gesto politico, un colpo contro il nemico. Pablo, sembra essere scritto (vedi Mao) che gli intellettuali scompariranno prima o poi per cedere il posto a un’altra forma collettiva di avvalersi della intelligenza e della sensibilità. Va bene, tutto ha il suo tempo, e quel che conta è la giustizia e l’incontro definitivo e planetario degli uomini. Ma se dico giustizia, perché questa è per me la pietra focale della rivoluzione, come si fa ad accettare che venga negato o ignorato che i poeti come te non apparvero dall’oggi al domani, che la loro avanzata fu lenta e penosa e contraddittoria; come accettare che i poeti più iconoclasti per ingenuità, per convinzione si arroghino le bandiere della parata, sostenuti dalle ragioni del giorno, le retoriche primarie che aizzano le masse negli stadi e il coro delle rane giornalistiche. Lo ripeto, arriverà forse il giorno in cui l’uomo potrà fare a meno, a pieno diritto, degli intellettuali che abbiamo conosciuto e che siamo stati; ma fino a quel giorno, compagni rivoluzionari, che nessuno distrugga senza sapere prima come si costruisce, che nessuno creda che la mera volontà rivoluzionaria rimpiazzi senza perdite quella lunga pazienza innamorata che produsse questo libro, che fece di Vallejo, di Huidobro e di Neruda i padri di una parola capace di attaccare i vecchi ordini e spalancarci la porta di questo tempo più nostro e più bello.

Per questo genere di cose, Pablo, mi interessa poco quello che oggi dici o dicono sulle tue prime Residenze. Da molti anni ormai insisto monotonamente nel dire che non riusciremo a condensare il nostro destino legittimo – così tanto al di sopra del panorama avvilito dalle alienazioni e dagli imperialismi – se non cominciamo a sprofondare negli abissi di noi stessi, uomini e cose, materie e parole, ideali e tabù, discriminazioni e maschilismi, bandiere di paccottiglia e nazionalismi patentati. Come non sentire allora che le tue prime Residenze sono, nel tuo terreno di poeta, quella discesa agli inferi senza la quale non saresti mai più tornato a riveder le stelle. Nel quarto decennio del secolo, in un periodo in cui quasi tutti i poeti continuavano una via lirica senza sorprese, piomba su una generazione latinoamericana stupefatta, meravigliata o inferocita, una valanga enorme di parole cariche di materia densa, di pietre e di licheni, di sperma siderale, di venti litoranei e gabbiani della fine del mondo, un inventario di rovine e di nascite, una nomenclatura di legni e metalli e pettini e donne e faraglioni e splendide burrasche, e tutto quello, come tante altre volte, dall’altra parte del mondo dove un poeta guarda al di sopra del mare il suo Cile così remoto e lo capisce e lo conosce tanto meglio di altri col naso attaccato al monte Santa Lucia o ai laghi australi. Perché quel Cile delle Residenze è già il mondo latinoamericano abbracciato nella sua totalità da una poesia onnipotente ed è anche la somma dei mari e le cose con al centro un uomo solitario, l’uomo vecchio tra le rovine di una storia che si sgonfia not with a bang but a whimper e l’uomo vecchio nasce alla sua vera giovinezza, al suo esser uomo conquistato verso dopo verso, pena dopo pena; l’uomo vecchio lascia alle sue spalle il catalogo frenetico di amori e dolori e tatti e immersioni nel magma senza uscita dell’individuo che risiede sulla terra come Robinson nella sua isola, l’uomo Neruda si alza nudo e liberato, guarda di fronte e vede un popolo in lotta, entra nella guerra di Spagna come si entra nel mare alla fine della polvere e del sudore, Pablo può scrivere Spagna nel cuore, Pablo è già tra gli uomini, il Canto generale batte nel suo sangue, lui sa già che non siamo soli, che no man is an island, che non saremo mai più soli sulla isola Terra.

In questo modo, nella mia giovinezza argentina, vissi la valanga prodigiosa delle prime Residenze, in questo modo con Neruda e Vallejo mi svegliai ad un sentimento sudamericano che di colpo e sovranamente bastava a sé stesso, che non necessitava filiazioni europee per compiersi. Come potrei stupirmi che trent’anni dopo quella poesia fondante sarebbe stata confermata da un’altra valanga di poesia, quella di interi popoli innalzandosi contro una falsa storia; la rivoluzione c’era già in quelle semenze dello scandalo, la fondazione della nostra propria parola era il segno più sicuro degli atti che sarebbero giunti a corroborarla in una ricerca di totalità latinoamericana. So già che siamo ancora lontani, Pablo, ma il futuro è nostro, fratello, e succeda quel che succeda, milioni e milioni di uomini non parleranno l’inglese. Dolce mi è scriverti queste pagine proprio quando la tua terra affilata e avvolta in uccelli salini entra nell’arena del combattimento socialista. Vedi, il nero ciclo elementare delle prime Residenze può restare dietro come preferisci: un’altra poesia ti chiama e chiama il tuo popolo. Ma cosa vuol dire dietro nell’immaginazione dell’eterno Prometeo umano? Le rivoluzioni nascono da una dialettica più complessa di quanto riescono ad analizzare le calcolatrici obbedienti e programmate. Oggetti strani, materie non definibili, pulsazioni segrete fanno parte della sua genesi e poeti, come te, sono i sismografi di quella lenta spaccatura che un giorno sarà fuoco e lava. Non so, Pablo, se questo che ho cercato di spiegare avrà senso per Christiane a Limoges, Raymond a Marsiglia o Robert a Parigi. Non so se i tuoi lettori francesi si attendevano una introduzione più sistematica e testuale della tua poesia; naturalmente posso dir loro che su di te esiste un’immensa bibliografia in qualsiasi buona biblioteca ma credo che non sia necessario dirlo. Christiane e Raymond (che immagino giovani e pieni di quel vento nuovo che nonostante i manganelli e le bugie si fa breccia nella stanca aria europea) preferiranno questa lettera in cui non si parla di una poesia in sé ma di una mutazione radicale del nostro linguaggio più profondo, di un’opera che getta le fondamenta, annuncia e sostiene l’incontro dell’uomo latinoamericano con sé stesso, la sua residenza finale in una terra propria, in un mondo più giusto e più bello.

Julio Cortázar

Vienna, settembre del 1971

*Questa “Lettera aperta” fu scritta da Julio Cortázar come introduzione alla versione francese di Residenza sulla terra, pubblicata da Gallimard nella collana Poésie; il testo è stato pubblicato nell’Edizione speciale Homenaje a Neruda, Rivista La Maga, numero 15 del 1995, pp.14-15; la cura e la traduzione è di Mercedes Ariza