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“Una presenza angelica tra le forze distruttrici della decadenza”. Sia lode, ora, a Béla Tarr e a László Krasznahorkai

Il film, Le armonie di Werckmeister (Werckmeister Hármoniák, 2000) si apre, così come nel libro, con una scena epica che vale il biglietto di entrata nella storia del cinema e della letteratura mondiale.

Un giovane postino, protagonista del film, dirige in un bar una danza di ubriaconi. La danza rappresenta un’eclissi di sole totale, gli animali disturbati per il buio improvviso, fino alla sua completa risoluzione. Un ubriacone interpreta il sole, un altro ancora la terra che comincia a vorticare (mosso dal postino) intorno all’altro. Poi ad un terzo ubriacone viene fatta interpretare la luna che, vorticando nel mezzo, si sovrappone tra i due creando così l’eclissi. I barboni danzano con le ossa rotte e i corpi scomposti, sorridendo e digerendo birre e fritti, attorno gli altri osservano la scena in silenzio, divertiti e armonizzati.

“All’improvviso assistiamo ad un fenomeno spaventoso… perché in pochi minuti inaspettatamente… l’aria intorno a noi si è raffreddata. Il cielo si oscura… e poi è buio totale! I cani latrano, la lepre di acquatta impaurita, branchi di cervi si mettono a correre terrorizzati… e gli uccelli disorientati tornano nel nido. Poi cala il silenzio… tutte le creature viventi si ammutoliscono e per lunghi minuti continuiamo a chiederci con le parole che si strozzano in gola… Si spostano le montagne? Il cielo ci cade in testa? La terra sprofonderà sotto i nostri piedi? Non lo sappiamo… siamo stati testimoni di un’eclissi totale!…”.

Il film di Tarr, così come il romanzo di Krasznahorkai, racconta dell’imbarbarimento dei cittadini di un cupissimo villaggio a causa dell’arrivo di un circo ambulante che possiede, come unica attrazione, il corpo intero di una balena morta stipata dentro un furgone. Come una bislacca metafora sulla fine di tutto (non solo del mondo, ma anche degli ideali, della lotta, dell’intelletto) ogni persona che fa visita alla balena si trasforma, diventa più selvaggia ed aggressiva, fino al tragico epilogo finale.

Scritto in una prosa inclassificabile e miracolosa (così come diretto da Béla Tarr con uno stupefacente bianco e nero) siamo davanti al disfacimento societario, alla cupa disfatta dell’appartenenza. La nube che sovrasta via via il paese è nero che cancella ogni angolo di bene. Così, una delle protagoniste apostrofa la disastrosa venuta “…Un circo? E perché mai? Proprio qui, dove nessuno sa se il mondo domani continuerà a esistere?”.

Il lavoro di Krasznahorkai (come scrittore e sceneggiatore) e quello di Tarr (come cineasta) prosegue da tempo lo stesso binario. Sátántangó, il suo primo romanzo di narrativa scritto nel 1985 (che il regista porta sullo schermo dieci anni dopo in un film della durata di ben sette ore!) ci porta in una cooperativa in sfacelo nell’Ungheria comunista ormai al tramonto. Tutti vogliono abbandonare il posto fino a che non si scopre che l’abitante più carismatico del villaggio scomparso da anni e dato per morto, è stato visto sulla strada che porta alla cooperativa. Inizia così una immobile attesa che non si risolve mai e che avrà, come nella Melancolia della resistenza, risvolti tragici.

Tutta l’opera di Krasznahorkai e tutto il cinema di Tarr è incentrato sull’attesa per qualcosa che non avviene e che non deve avvenire. L’esito è sempre travolgente, tragico, definitivo. Il mondo è una bolla dimenticata da Dio, spazzata dal vento, perennemente al buio e fotografata in bianco e nero. I protagonisti, stravolti e disperati, possono solo attuare sacche autonome di resistenza che sfiora tristezze, ricordi, malinconie. Una forzatura che, nonostante tutto, porterà gli stessi verso sempre lo stesso unico esito fallimentare.

In Perdizione (1987) la pioggia è talmente incessante (nel solito sperduto villaggio) che pare impossibile anche solo allontanarsi. L’uomo depresso si innamora della persona sbagliata, accetta lavori sbagliati e alla fine si vendica degli affetti ricevuti per rabbia, per disillusione, crudeltà.

Nella lentezza esasperante di lunghe inquadrature sempre uguali che paiono infinite e nella compatta narrazione (quasi ancestrale) che si rivolta su sé stessa, disorientandoti, i romanzi e i film dei due autori annunciano (tra balene morte, campagne brulle e abbandonate, uomini al confine ubriachi e perduti, povertà, cieli neri, diluvi leggendari) un futuro che non avviene. Un futuro che non è mai scritto. C’è solo un immobile presente, pronto a disintegrare qualsiasi speranza di riscatto. “Aveva capito che il vagabondo, apparentemente svitato, prigioniero di quella galassia trasparente, testimoniava con la sua purezza e la sua toccante generosità umana l’esistenza di una presenza angelica tra le forze distruttrici della decadenza”.

Fabrizio Testa

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