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	<title>Armenia Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Bambino in mezzo alla notte”. Misakh Metzarents, l’eterno talento della poesia armena</title>
		<link>https://www.pangea.news/misakh-metzarents-poesie-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Apr 2023 04:13:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Armenia]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura armena]]></category>
		<category><![CDATA[Misakh Metzarents]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni paese si rispecchia nel bambino d’oro, l’infante che divora tutti i doni nell’arco di una stagione, il poeta perpetuamente giovane, che svanisce, in un lascito di nostalgia, dissipato dalle sue ispirazioni. Che sia Thomas Chatterton o John Keats, Novalis o Antonia Pozzi, Rimbaud – che muore alla poesia poco più che ventenne – o [&#8230;]</p>
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<p>Ogni paese si rispecchia nel bambino d’oro, l’infante che divora tutti i doni nell’arco di una stagione, il poeta perpetuamente giovane, che svanisce, in un lascito di nostalgia, dissipato dalle sue ispirazioni. Che sia Thomas Chatterton o John Keats, Novalis o Antonia Pozzi, Rimbaud – che muore alla poesia poco più che ventenne – o Shelley o Sergej Esenin, poeti dai tratti sempre inediti, vigorosi di una solitudine del sangue, tra il capriccio e l’estasi. Stagliati in teca, questi poeti dalla giovinezza infinita, a monito, moneta di scambio per popoli dalla creatività disseccata, sempre troppo precoci, cioè troppo ingenui. Tanto <em>al di là </em>da trovarteli sotto al letto, coi coltellini in tasca. &nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>Per l’Armenia, il poeta per sempre bambino, rovinato da una tragedia che diventa lirica, si chiama Misakh Metzarents.</strong> Nato nel gennaio del 1886, è stato di recente onorato con un francobollo celebrativo, quasi che, addentellato, pronto per l’affrancatura, il poeta sia più potente e prono alla patria, nella zona franca di chi può tutto e nulla. La vita di Metzarents è priva di eventi clamorosi, di ornamenti che diano al profilo onore di leggenda: tutto, in lui, è lotta con il male, la tisi, che comincia ad agguantarlo quattordicenne. Nel 1902, dopo gli studi presso il collegio di Merzifon, il ragazzo si trasferisce a Costantinopoli: si orienta alla poesia, pronto a recintare in verbi i singoli sintagmi dell’anima, con talento da paesaggista.</p>



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<p>Il ragazzo, roso dall’infermità, amante della poesia simbolista francese, muore nell’estate del 1908, a 22 anni. L’anno prima, riesce a pubblicare due raccolti di versi, <em>Tziatzan</em> (“Arcobaleno”) e <em>Nor Tagher</em> (“Odi nuove”), accolte con stupore: c’è chi, in questi versi devoti e ‘moderni’, rintraccia una specie di eversione. Con delicata furia, Misakh porta la poesia armena nella modernità; devoto a Gregorio di Narek, il grande monaco-poeta armeno vissuto intorno al Mille, scrive salmi di irrequieta limpidezza. Ecco, ad esempio, alcuni versi da <em>Madre di Dio</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ecco mi accingo ad arrampicarmi sul monticello del mio dolore;<br>dissipa tu le nuvole dalla via di madreperla dei sogni…<br>Nella notte discende ancora il ruscello di luce,<br>una goccia di latte della tua santità divenuta un mare;<br>e vedi, o Madre di Dio, ecco sto diventando bambino!<br>e vedi, sto diventando bambino in mezzo alla notte,<br>in cui sentii discendere la divina voce,<br>che echeggiava per la mia anima permeata da Dio”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nel volume<a href="https://www.oscarmondadori.it/libri/la-mistica-cristiana-volume-i-francesco-zambon/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> <strong><em>La mistica cristiana</em> (Mondadori, 2020),</strong></a> Boghos Levon Zekiyan installa Misakh Metzarents tra gli ultimi protagonisti della <em>Mistica armena</em>: “Anima di una sensibilità assai delicata ed elevata, di una religiosità consapevole e profonda, è autore di composizioni che, oltre all’altissimo valore poetico, sono intrise di un vissuto religioso così singolare e originale da rasentare lo spessore di un’esperienza mistica vera e propria”.</p>



<p>In Metzarents le immagini liriche sembrano acqua tra le dita, riflessi che danno l’idea di un falò, chiostri in assedio, il tempo in un elmo: tutto è trasfigurato dalla disciplina della solitudine, da una riservatezza senza riserve, una preparazione all’addio in danza, potremmo dire, avvento di contrari venti. D’altronde è questo il genio dei poeti morti giovani: si giunge all’appuntamento con loro in ritardo di un secolo; la giacca sull’attaccapanni sembra appartenergli, la riconosci dai polsi e dai bottoni, ma è preparata per te, perché non ti turbi il tormento, il freddo di un oggi con le chele.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="772" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/s-l1600-772x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95242" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/s-l1600-772x1024.jpg 772w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/s-l1600-226x300.jpg 226w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/s-l1600-768x1019.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/s-l1600-600x796.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/04/s-l1600.jpg 814w" sizes="(max-width: 772px) 100vw, 772px" /><figcaption class="wp-element-caption"><strong>Misakh Metzarents</strong> (1886-1908) in una effigie </figcaption></figure>



<p>***</p>



<p><em>Veglia domenicale</em></p>



<p>Della sera che lentamente fugge è gioiosa la luce purpurea.<br>Fili d’oro avvolti nella nebbia di velluto dell’incenso,<br>frange azzurre, l’arcobaleno, voci fluttuanti, una mistica rosa,<br>lacrime di luce dei ceri che nella quiete si consumano.</p>



<p>La mia anima, assetata d’incenso, s’imbeve dell’attimo quieto,<br>mentre oscillano i turiboli dagli occhi oro fuoco.<br>Un torpore d’incanto mi lascia là immobile,<br>sento il bacio del tulle di zaffiro che l’animo mi avvolge.</p>



<p>Tinte di ametista ungono le volute dell’incenso,<br>m’inginocchio al mistero le braccia incrociate,<br>e attendo che spunti dalla mia anima la domenica di luce.</p>



<p>Tutto di smeraldo e di rubino è ora il sogno delle fiaccole,<br>dagli archi, dall’altare spuntano luce e risa,<br>adagio la mia anima in questo meraviglioso sogno si tuffa.</p>



<p>Della sera che lentamente fugge, è gioiosa la luce purpurea.</p>



<p><em>Traduzione di Boghos Levon Zekiyan</em></p>



<p>*</p>



<p><em>La sera</em></p>



<p>Come una ragazza che cammina sotto i pini<br>che va dove soffia la brezza serale<br>presso un bosco di melograni in fiore<br>la sera passa, il giorno si allontana.<br>Cade la sera come un fiore appassito<br>in varie sfumature di blu, cammina,<br>muore lentamente, si piega,<br>fragile stame di speranza, luce che fluttua infima.<br>Poi è buio: come la mia anima, incassata<br>nella solitudine, che fermenta nell’oscurità –<br>la lampa dei sogni si è sbriciolata, tempo fa,<br>abbandonando lo spirito sotto la pioggia –<br>cerca una casa.</p>



<p>*</p>



<p><em>Canto d’amore</em></p>



<p>Il vento ha sentimento sufficiente<br>per illuminare i fiori<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; piccole torce di luce.<br>Questa notte la festa illumina le strade<br>dolce è il balsamo, dolce hashish<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; nel vento – ne divento ebbro.<br>Come baci i fiori riempiono il tempo<br>con petali e semi – tutto è in eccesso<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; tutto è nel delirio<br>ma a me manca il solo bacio che desidero.</p>



<p>*</p>



<p>Se potessi conservare qualcosa<br>terrei quest’ora come un pezzo di me;<br>distillerei questa singola ora<br>come fosse un’essenza;<br>se potessi scegliere, vorrei<br>che questa singola ora<br>diventasse tutta la mia vita –<br>confuso e benedetto,<br>potrei scrivere per sempre<br>di questa singola ora con te<br>e lucidare nel suo lavacro<br>la mia esistenza, purificato<br>finalmente di tutto.</p>



<p>*</p>



<p><em>L’acqua scorre</em></p>



<p>Barba d’argento sul fiume<br>che sbatte contro le rocce sterili:<br>sboccia nel golfo dove l’acqua<br>è calda e il sole è un nascituro.<br>I montanari si arrampicano oltre<br>il villaggio dai ponti sospesi.<br>Nel cortile del monastero anche<br>gli alberi si chinano in preghiera.</p>



<p>Il silenzio inghiotte le lacrime del mattino:<br>questo è il momento in cui bagnano gli orti<br>e i novizi restano in piedi, in piena luce.</p>



<p>Le chiuse vengono aperte, le vanghe<br>incurvano il corpo serpentino delle acque.<br>Le pale girano senza fermarsi, come richiami:<br>una ragazza intona una canzone – un giorno<br>si scoprirà donna. La terra mette una mano<br>sulla bocca del fiume, che chiacchiera ancora:<br>soltanto lo stolto si lamenta in anticipo<br>del suo futuro.</p>



<p>*</p>



<p><em>Delirio</em></p>



<p>Buio costruito ad arte dalla strega: sono<br>in delirio – è Amore che mi crolla sul corpo –<br>un frutto fatato innesta nell’anima<br>ricordi che voglio dimenticare.</p>



<p>Le luci si spengono ma io amo<br>la tenebra che fa germinare agonia:<br>il dolore è largo, è un lago, ed espelle<br>il mio cuore – berrò il nero calice della vita triste.</p>



<p>È troppo buio e non posso più sognare:<br>smetto di vogare intorno ai miei amori.<br>Gli occhi hanno unghie, lampi d’alba<br>ed è lì che le mie pene, selvagge, si consumano.</p>



<p>*</p>



<p><em>Le api</em></p>



<p>I miei desideri sono api:<br>scavano cinture d’oro<br>fanno piovere<br>i loro favi, volano, sciamano,<br>ronzano, riempiono il sentiero,<br>strappano il velo della nebbia<br>ricamato e trasparente<br>ovunque portano il sole.</p>



<p><strong><em>Misakh Metzarents</em></strong></p>
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		<title>“Come resistere al tuo amore?”. L’epopea di Sayat-Nova, il bardo armeno</title>
		<link>https://www.pangea.news/sayat-nova-poesie-cinema/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Feb 2023 05:36:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Armenia]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni Ariele]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura armena]]></category>
		<category><![CDATA[Martin Scorsese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 1969 il regista sovietico di origini armene Sergej Paradžanov realizza Sayat-Nova. Il film – passato anche come Il colore del melograno – è un capolavoro: la storia di Sayat-Nova, tra i grandi poeti armeni di ogni tempo, vissuto nel XVIII secolo, è realizzata con sfoggio poetico nobile, a penetrare nel cardio notturno. Pare che [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel 1969 il regista sovietico di origini armene Sergej Paradžanov realizza <em>Sayat-Nova</em>. Il film – passato anche come <em>Il colore del melograno</em> – è un capolavoro: la storia di Sayat-Nova, tra i grandi poeti armeni di ogni tempo, vissuto nel XVIII secolo, è realizzata con sfoggio poetico nobile, a penetrare nel cardio notturno. Pare che gli estremismi tecnici di Buñuel e di Fritz Lang, l’esperienza di Ėjzenštejn, si mescolino all’arte suprema della miniatura, ai memorabili salteri d’oriente, preghiere istoriate tra finimenti d’oro. Sperimentalismo primordiale, futuro che si avvera per tradizione. <strong><a href="https://festival.ilcinemaritrovato.it/film/sayat-nova-nran-guyne/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il film, restaurato nel 2014 dalla Cineteca di Bologna, mostra una poetica prima che una storia:</a></strong> allinea simboli di eclatante bellezza, fa della fotografia un sonetto, della regia il regicidio della ‘trama’, verbo che non subisce la tirannia didascalica del ‘fatto’. Film che si sfa in libro. Così ne scrive Martin Scorsese:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Guardare&nbsp;<em>Il colore del melograno</em>, o&nbsp;<em>Sayat Nova</em>, di Sergej Paradžanov è come aprire una porta ed entrare in un’altra dimensione dove il tempo si è fermato e la bellezza si manifesta senza costrizioni. A un primo livello di lettura, il film narra la vita del poeta armeno Sayat Nova. Ma è soprattutto un’esperienza cinematografica dalla quale si esce recando con sé immagini, reiterate movenze espressive, costumi, oggetti, composizioni, colori. Sayat Nova visse nel Settecento, ma le immagini e i movimenti del film sembrano venire dal medioevo o da tempi ancora più antichi: i tableaux cinematografici di Paradžanov sembrano intagliati nel legno o nella pietra e i colori paiono essersi materializzati naturalmente dalle immagini nel corso dei secoli. È un film assolutamente unico”.</strong></p></blockquote>



<p>Il film coincise con la fine professionale, per così dire, di Paradžanov: rompeva i canoni del ‘realismo socialista’. In breve, accusato di furto d’arte e di omosessualità, il regista fu costretto in un campo di riabilitazione. Lo scarcerarono dopo pressioni condotte anche da autorevoli intellettuali del tempo, capeggiati da Louis Aragon. L’interesse dell’Unione Sovietica verso l’Armenia, specie di diamante inafferrabile, cultura che l’incrudelimento della Storia ha reso smeraldo, è testimoniato, tra l’altro, da un lungo reportage di <strong>Marietta Šaginyan nell’Armenia sovietizzata</strong>, dai suoi studi sull’arte armena. In quel caso, la Šaginyan, scrittrice di origini armene, fedelissima al partito, tenta di inglobare l’alterità armena nei ranghi russi: esotismo al tempo dei Soviet.</p>



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<p>Ultimo grande <em>ashugh</em> – poeta-bardo, trovatore caucasico, cantante, musicista, innografo, sciamano del verso – Sayat-Nova si esprimeva in georgiano, armeno, persiano. Il suo è canto d’amore che sfocia nell’ambito-ambone del sacro: si sposa, ha figli, termina la sua vita imboccando il sacerdozio. Viene martirizzato nel 1795, durante l’invasione dei Persiani. <strong><a href="http://www.edizioniariele.it/index.php/catalogo/13-letterature/armena/80-canzoniere-armeno.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il <em>Canzoniere armeno</em> di Sayat-Nova è stato tradotto da Paola Mildonian per le Edizioni Ariele nel 2015</a></strong>; in Francia <strong><a href="https://www.editions-harmattan.fr/livre-odes_armeniennes_edition_bilingue_serge_venturini_sayat_nova-9782296013988-22200.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">le <em>Odes arméniennes</em> sono tradotte da Serge Venturini per L’Harmattan, nel 2006. </a></strong>Così scrive <a href="https://www.avvenire.it/agora/pagine/sayat-nova-3" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Antonia Arslan, parlando del <em>Canzoniere armeno</em>:</a></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Da un suo poema autobiografico si dipana un racconto straordinario: dopo l’apprendistato come sarto, diventa mercante (o militare) e intorno ai vent’anni viaggia in Abissinia e in India, ma, curiosamente, impara a scrivere solo a sedici, ed è a venticinque che ha la sua prima rivelazione di estasi poetico-amorosa, scoprendo il suo vero talento.&nbsp;È un poeta originale e complesso, che riassume in sé l’ultimo fiore dell’arte trobadorica del Caucaso, giocando su un articolatissimo sistema di rimandi linguistici, strofici, poetici verso tutte le tradizioni orientali”.</strong></p></blockquote>



<p>Così invece Serge Venturini:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Un occhio da incisore arde nello stile di Sayat-Nova. Sguardo cupo di pittore, che osserva i mercanti di formaggio, la delicatezza dei frutti, il vino colore del sangue, quasi nero. Viveva come un uomo separato, separato dagli altri uomini, irriducibile… era un uomo braccato dall’amore e dalla musica, dalla poesia e dagli angeli, scardinato fino alla follia, fino a quelle folli labbra viola, che scintillano… Uomo torturato: spine, sofferenze e sangue gravitano nel suo dire. Rosso e nero sono i suoi colori. Incontriamo, così, i commercianti di diamanti, gli orafi-gioiellieri, i mercanti di seta, mani sconosciute che si tuffano in vasti sacchi di spezie. Respiriamo l’odore del caffè e dello zafferano, della cannella, dei chiodi di garofano, del pepe, della noce moscata e dello zenzero. Vigore e crudeltà caratterizzano la sua opera”. &nbsp;</strong></p></blockquote>



<p>Sembra, passeggiando da estranei tra le stanze della letteratura armena, che l’Armenia sia una condizione del cuore, esattezza d’esistenza, qualcosa che ci è stato conficcato in viso. Da Ashtarak, durante il suo <em>Viaggio in Armenia</em>, il poeta Osip Mandel’štam scrive:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Voglio conoscere il mio osso, la mia lava, il mio fondo sepolcrale… è per questo che mi sono volto allo studio dell’antica lingua armena”.</strong></p></blockquote>



<p>Ogni lingua è ossea, ha un esoscheletro: alcune dicono il giaciglio, il punto senza frattura, che non ha separazione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/b26d8680f2bfe54e0d40cf692ea554e4-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94529" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/b26d8680f2bfe54e0d40cf692ea554e4-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/b26d8680f2bfe54e0d40cf692ea554e4-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/b26d8680f2bfe54e0d40cf692ea554e4-600x900.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/b26d8680f2bfe54e0d40cf692ea554e4.jpg 720w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p>***</p>



<p>Finché son vivo e a te m’immolo, che posso fare, amore?<br>Versare lacrime, soffrire, sospirare, per te penare, amore.<br>Hai detto: «Sono una gazzella». Lascia che ti contempli, che ti ascolti, amore.<br>Entra nel giardino coi tuoi vezzi, ti loderò col canto, amore, con le implorazioni.</p>



<p>Mazzi di fiori i capelli, pistacchio le labbra, è l’ora beata,<br>vieni andiamo nel prato, giungiamo al laghetto, delle gazzelle è l’ora,<br>proteso alla rosa è l’usignolo, la rosa si protende alla vigna, è l’ora del diletto.<br>Entra nel giardino coi tuoi vezzi, ti loderò col canto, amore, con le implorazioni.</p>



<p>Andiamo parlando vicini, la rugiada della sera bagnai cespugli,<br>intoniamo la melodia, il tulipano, la rosa si sono dischiusi nei loro colori,<br>Il giardino è pieno di gigli, giacinti, usignoli in esilio.<br>Entra nel giardino coi tuoi vezzi, ti loderò col canto, amore, con le implorazioni.</p>



<p>Perfetta nelle tue forme, simile in tutto al ritratto di Leila,<br>per te ho perso le forze, amore, sulla siepe son rimaste impigliate le tue chiome.<br>Il giardino è nel suo splendore, sui rami della rosa l’usignolo dorme.<br>Entra nel giardino coi tuoi vezzi, ti loderò col canto, amore, con le implorazioni…</p>



<p>Vestita di raso ricco di ricami d’oro fino, flessuoso ramo di cipresso,<br>hai una tazza nella tua mano, colmala, dammela, a quella coppa m’immolo.<br>Fai pure a pezzi il tuo Sayat-Nova, purché tu venga nel mio giardino.<br>Entra nel giardino coi tuoi vezzi, ti loderò col canto, amore, con le implorazioni.</p>



<p>*</p>



<p>Tracciato col calamo il tuo ritratto, tramuti in mille colori il tuo aspetto,<br>il neo si nasconde sul tuo volto, se cali la cortina dei capelli.<br>Sei dischiusa come rosa rossa, e fai le tue rime con l’usignolo,<br>come oro si dispongono i tuoi denti, delle labbra fai pietra di paragone.</p>



<p>Il tuo volto, come luna nuova, cresce e in cerchio si perfeziona,<br>non devi inumidire la tua treccia, senza avvolgerla s’arriccia la tua chioma,<br>ed è così che chi ti vede, finisce per smarrire il proprio cammino.<br>Entri nel convito e come fossi usignolo gioia diffonde il tuo trillo.</p>



<p>Città e città, villaggi e villaggi, vengono a vedere il tuo volto,<br>il morente da te riceve a guarirlo il balsamo che rende immortali.<br>Tintinni come lama d’argento quando ti muovi dal tuo posto.<br>Che t’importa di santur o kamancià, se fai risuonare i tuoi strumenti?</p>



<p>Nel tuo seno nutri le rose, le viole, il giacinto e il giglio.<br>A che serve il giardino al tuo signore? Il tuo profumo è quello del basilico.<br>Hai spiegato come vela i tuoi capelli, e li attraversa il vento,<br>il mondo è un mare, tu la nave che lo percorre e si culla sulle sue onde.</p>



<p>Se pur ti lodasse il mondo intero, non direbbe di te che in minima parte.<br>Ninfea, fiore dei mari, viola che si dischiude al vento.<br>Come resistere al tuo amore? L’acqua si porti via Sayat-Nova.<br>Chi t’ha visto più d’una volta dissennato hai reso e demente.</p>



<p><em>Traduzione di Paola Mildonian</em></p>



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<p><strong>*</strong></p>



<p>Chiamo Anna il mio rubino<br>giunto dalle miniere del Badechkhan.<br>Forse morirò di nostalgia<br>mozzeranno la mia lingua-usignolo.<br>Che i nemici soffrano, che gli amici siano salvi.</p>



<p>Indossi una magnifica seta viola, Nazanie,<br>la fronte è decorata con un nastro d’oro<br>d’oro le forbici che afferri:<br>tagliano i tuoi capelli tortili.</p>



<p>Ti chiamo Anna, mia Anna<br>in odi, ballate e versi.<br>Forse non invano hanno aperto<br>una fessura tra le tue ferite.<br>Nelle Scritture il giusto è benedetto.</p>



<p>Finiture degne di un nobile<br>cespuglio di rosse, usignolo folle:<br>le tue ciglia sono dorate, meravigliose.</p>



<p>Ti chiamo Anna, mia delizia:<br>sei tu che sussurri: Pugnalano<br>il cuore degli amanti senza ragione.<br>Neppure un re accetterebbe di perderti.</p>



<p>*</p>



<p>Non ho nulla di cui sospirare<br>finché esisti e vivi per me.</p>



<p>Tu, ciborio d’oro<br>alcova di acque eterne.</p>



<p>Mi siedo alla tua ombra:<br>sei una tenda di seta.</p>



<p>Sul crinale dei miei crimini<br>per potermi giustiziare:<br>per me sei il sultano, sei il khan.</p>



<p>Sottile cipresso la tua vita<br>seta d’Oriente la tua pelle:<br>lingue e labbra la mia delizia,<br>i tuoi denti sono diamanti<br>pruni con gemme d’oro<br>calici i tuoi occhi scuri.</p>



<p>Tu sei la perla<br>puro rubino d’Asia.</p>



<p>Posso resistere a ogni dolore<br>perché hai indurito il mio cuore.<br>Per te le lacrime si mutano<br>in sangue e la mente è immonda.</p>



<p>Tu sei il nuovo giardino<br>recinto assiepato di rose.</p>



<p>Come un usignolo mi volto<br>mia meraviglia d’amore.<br>Il tuo amore mi ubriaca:<br>sono sveglio, ma il cuore<br>levita nel sonno.</p>



<p>In questo mondo, ognuno<br>ha la sua parte, ma il mio<br>cuore rimane famelico.</p>



<p>Nulla esiste per me al mondo<br>tranne te, cerva e giumenta<br>torcia che proviene dal mare.</p>



<p>Parlami almeno una volta<br>avvicinati a Sayat-Nova, l’amico.</p>



<p>La terra abbraccia la tua ombra:<br>sei splendida al cospetto del Sole.<br>Sei il fiore purpureo dei campi<br>il giglio dei prati, per me.</p>
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		<title>“Sono un rapace, catturami se puoi”. Nahabed Kuciag: il mistero del poeta armeno</title>
		<link>https://www.pangea.news/nahabed-kuciag-poesia-armenia-amore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Jan 2023 05:31:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[Armenia]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura armena]]></category>
		<category><![CDATA[Nahabed Kuciag]]></category>
		<category><![CDATA[Scheiwiller]]></category>
		<category><![CDATA[William Saroyan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dietro all’indagine, ovviamente, c’è l’immagine, l’immaginazione, la capacità di scoprire un cerbero nel giardino del vicino, la propensione a cacciare chimere con un retino per farfalle. Di Nahabed Kuciag leggo, la prima volta, nell’enciclopedico “tesoro della lirica universale”, Orfeo, ideato “nell’immediato dopoguerra” da Vincenzo Errante ed Emilio Mariano, per Sansoni, con intenti poetici ed irenici. [&#8230;]</p>
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<p>Dietro all’indagine, ovviamente, c’è l’immagine, l’immaginazione, la capacità di scoprire un cerbero nel giardino del vicino, la propensione a cacciare chimere con un retino per farfalle.</p>



<p>Di Nahabed Kuciag leggo, la prima volta, nell’enciclopedico “tesoro della lirica universale”, <em>Orfeo</em>, ideato “nell’immediato dopoguerra” da Vincenzo Errante ed Emilio Mariano, per Sansoni, con intenti poetici ed irenici. Si pensava che un’antologia della poesia di tutti i tempi e di tutti i paesi potesse ricomporre – almeno spiritualmente – ciò che la Seconda guerra aveva devastato. Beati tempi di imprese impossibili. Ad ogni modo. Di Nahabed Kuciag mi affascina l’epoca – un XVI secolo della mente –, il contesto – l’Armenia di allora –, l’alone di leggenda. <strong>Della vita di Nahabed Kuciag, in effetti, non si sa quasi nulla, “è ravvolta nell’ombra”; eppure lui “è il più famoso e il migliore poeta <em>asciugh</em>”.</strong> Dietro al poeta conquista la poetica. Chi sono gli <em>asciugh</em>? I trovatori armeni, i bardi d’Asia, consacrati alla poesia, che si tramandano la sapienza lirica in stretto lignaggio. Il poeta è mago, cerimoniere, sacerdote: la mente va a prati ampi, punteggiati di monasteri, cavalli, nubi in forma di drago, una vita più violenta, forse, ma più schietta. I poeti armeni, leggo nella didascalia,</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Intonavano i loro canti nelle occasioni più solenni (feste, nozze, funerali…). Nella loro poesia c’è schiettezza, sincerità e freschezza di immagini e di linguaggio. Vivendo fra la povera gente, gli <em>asciugh</em> non avevano bisogno di lodare eccessivamente i potenti (mentre Arabi e Persiani abusarono di poesia encomiastica). Nella loro lingua predomina l’elemento popolare (armeno volgare), mentre negli scrittori religiosi predomina l’elemento classico (armeno classico)”.</strong></p></blockquote>



<p>Nahabed Kuciag – tradotto, per <em>Orfeo</em>, da Emilio Mariano e Jusik Achrafian – eccelle nel cesello, nella poesia breve, che si sviluppa secondo uno schema canonizzato, gli <em>hairens</em>, in cui il poeta canta la “Grande Armenia”, ghermita dall’Impero Ottomano, ma soprattutto l’amore, in ogni suo aspetto, dall’ira alla nostalgia, dalla cattività alla cattiveria. La poesia d’amore di Nahabed Kuciag ha influenzato i grandi poeti persiani.</p>



<p>Nel 1960 Scheiwiller pubblica una breve silloge delle <em>Poesie d’amore</em> di Nahabed Kuciag, in edizione numerata, a cura di Glauco Viazzi (cioè Jusik Achrafian), già studioso del cinema sovietico e del Futurismo. Il libro – uscito in nuova edizione nel 1983 – è di difficile reperibilità anche nelle biblioteca italiane, ed esaspera il mistero <strong>definendo Nahabed Kuciag “poeta armeno del XVI secolo di cui si sa poco o nulla: v’è chi afferma che non sia neppure esistito”.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="500" height="735" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/David_painter_Ghazar_XIVth_century_Vaspurakan.jpg" alt="" class="wp-image-94369" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/David_painter_Ghazar_XIVth_century_Vaspurakan.jpg 500w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/David_painter_Ghazar_XIVth_century_Vaspurakan-204x300.jpg 204w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure>



<p>Nuovi studi e nuove traduzioni, in realtà, confermano l’esistenza di Nahabed Kuciag, accogliendo qualche dettaglio sulla sua vita: è vissuto nei pressi del lago di Van, si è sposato con una donna di nome Tangiatun, è morto nel 1592, sepolto nella chiesa di Kaharakonis, meta di pellegrinaggio. Nel 1916 il poeta russo Valerij Brjusov, già traduttore di Verlaine e di Edgar Allan Poe, sodale di Maksim Gor’kij, “pilota e maestro del simbolismo”, “avventuriero che aveva osato infrangere le sacre tradizioni della letteratura nazionale” (così Angelo Maria Ripellino), aveva installato Nahabed Kuciag in posizione principesca nell’antologia sulla poesia armeni, <em>Poeziya Armenii</em>, edita a Mosca. Nel mondo francese, il poeta svizzero di ascendenze armene <a href="https://livre.fnac.com/a1088911/Nahabed-Koutchak-Cent-poemes-d-amour-et-d-exil" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Vahé Godel ha curato un’edizione di <em>Cent poèmes d’amour et d’exil</em> (La Différence, 1994)</a>, poi confluita in <em>Tous les désirs de l&#8217;âme </em>(Albin Michel, 2002).</p>



<p>La vera riscoperta di Nahabed Kuciag, traslitterato Nahapet Kuchak, accade comunque tra gli armeni americani: nel 1984 la poetessa e studiosa Diana Der Hovanessian pubblica un repertorio di testi di Kuciag come <em>Come sit beside me and listen to Kouchag</em> (Ashod Press). <strong>È stato lo scrittore William Saroyan, californiano di origini armene, tuttavia, a consegnare definitivamente al mondo Nahabed Kuciag.</strong> Un tempo molto noto e molto tradotto in Italia – da Elio Vittorini, tra gli altri – oggi Saroyan è conosciuto per lo più per <em>La commedia umana</em> (in catalogo Marcos y Marcos), per i baffoni fotogenici, per essere stato il maestro di Kurt Vonnegut. Tra l’altro, nel 1940, rifiutò di ritirare il Pulitzer che gli era stato assegnato per <em>The Time of Your Life</em> (nella sezione “Novel” trionfava Steinbeck con <em>Furore</em>). </p>



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<p>Nahabed Kuciag era stato presentato a Saroyan dallo studioso Levon Mkrtchian, lo aveva letto nella traduzione di Ewald Osers. Lo scrittore armeno-americano fu entusiasta di quel poeta remoto: nell’introduzione al canzoniere di Nahabed Kuciag/Nahapet Kouchak, <em>A Hundred and One Hayrens</em>, uscito nel 1979, dal taglio ironico e narrativo, <strong>Saroyan racconta del suo primo viaggio “nell’Armenia sovietica, con i primi soldi che avevo guadagnato come scrittore, nel 1935. Ero nato in California, avevo 26 anni e il desiderio di vedere dove la mia gente aveva vissuto, appartata, per secoli”.</strong> Saroyan aveva pubblicato la raccolta di racconti <em>The Daring Young Man on the Flying Trapeze</em>, “che aveva avuto un grande successo sia nel mercato editoriale che nel mondo letterario ipocrita, <em>ufficiale</em>, se così vogliamo dire”. Voleva scoprire, lo scrittore, la schiera dei suoi padri: l’Occidente aveva Shakespeare, e lui a chi poteva riferirsi? Kuciag diventa, in qualche modo, l’emblema di un mondo poetico, di un popolo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Sentivo di dover visitare le mie terre. Come mai noi abbiamo una tale varietà di amanti come Kuciag? Siamo preti, predicatori, calzolai, barbieri, vignaioli, affaristi, chiacchieroni, imbroglioni. Attivisti a tutto tondo per il miglioramento e l’elevazione di sé… Volevo scoprire che cosa differenziasse la collettività armena dal resto del mondo. La risposta è semplice, e dà vita a una specie di follia. Gli armeni sono alfabetizzati. Tutto qui. Leggono e scrivono. Chi impara a leggere comincia subito a scrivere. Comincia con le lettere. Poi passa alle poesie. Centinaia di milioni di poesie vengono scritte ogni anno in Armenia. Kuciag non ha iniziato la tradizione: l’enormità del suo talento ha perfezionato il fenomeno. A molti poeti armeni non importa che i loro manoscritti vengano letti soltanto dai pochi membri della propria famiglia, che non verranno mai pubblicati. L’Armenia è una nazione di tre milioni di poeti. Tutto questo è terribile e magnifico”.</strong></p></blockquote>



<p>Naturalmente, da scrittore onnivoro qual era, Saroyan alimentò il mistero.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Fui a Erevan, nell’ottobre del 1978: alcuni studiosi mi dissero che un mercante aveva acquistato qualche secolo prima un manoscritto di mirabili poesie d’amore. Poi vi aveva posto il suo nome. Nahabed Kuciag. Il manoscritto era anonimo, vale a dire che può essere opera non solo di uno, ma di due, tre, di una dozzina di poeti, lungo l’arco di molti tempi, formatosi in diversi luoghi. È l’opera di un popolo, ecco”.</strong></p></blockquote>



<p>Sembra l’ottimo finale di una storia – o un nuovo inizio, la serpentina bellezza di un bivio. &nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="647" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/Nahapet_Kuchak_1998_English_0000-1024x647.jpg" alt="" class="wp-image-94370" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/Nahapet_Kuchak_1998_English_0000-1024x647.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/Nahapet_Kuchak_1998_English_0000-300x190.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/Nahapet_Kuchak_1998_English_0000-768x486.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/Nahapet_Kuchak_1998_English_0000-600x379.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/Nahapet_Kuchak_1998_English_0000.jpg 1504w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>**<br><strong>Nahabed Kuciag, <em>Poesie</em></strong></p>



<p>Beato l’uomo che ha rapito la sua ragazza<br>ed è fuggito tra la folla a flutti.<br>Attraversarono il ponte: le acque turbinavano<br>divorando gli argini.<br>Cadde la neve tra raffiche di vento<br>e di loro presto furono perdute le tracce.<br>L’ha portata nel giardino che ha la forma<br>di un labirinto, per baciarla, tutto il giorno.</p>



<p>*</p>



<p>Quando eri mia<br>gli alberi erano in fiore.<br>Ora che non ci sei<br>è inverno e ogni cosa è oscura.<br>Torna da me<br>torniamo ad allora:<br>sarò il tuo sole<br>le nevi svaniranno!</p>



<p>*</p>



<p>Da dove vieni? Dove sei finita<br>tu, tra le rose la più bella?<br>Ti sei acquattata nella mia anima<br>e il mio riposo è scomparso.<br>Hai perso il sentiero nel mio cuore<br>hai evocato speranze e paure;<br>non puoi più scappare: mi hai disfatto il cranio<br>e ora fluttui tra le mie lacrime.</p>



<p>*</p>



<p>I tuoi occhi: mare blu, abissale;<br>le sopracciglia: nuvole nottambule.<br>Il viso arde come petali di rosa.<br>Ovunque tu vada è vana<br>la luce delle lanterne.<br>Il bagliore dei tuoi seni<br>fa risorgere i morti.</p>



<p>*</p>



<p>Sono un rapace:<br>stringimi se ne sei in grado.<br>Volerò via, mi unirò a qualche stormo.<br>Cercherai di attirarmi ancora,<br>costruirai voliere d’oro per me<br>per intrappolarmi in una prigione che non voglio.<br>Implorerai il mondo di perorare la tua causa<br>ma non saprai più riportarmi da te.</p>



<p>*</p>



<p>L’anima lascia il corpo:<br>mi siedo e mi lamento:<br>“Anima mia, se mi lasci<br>la mia vita si spegnerà!”.<br>L’anima risponde:<br>“Dov’è la tua saggezza?<br>Quando una casa sta crollando<br>perché il padrone dovrebbe restare?”.</p>



<p>*</p>



<p>Un terribile errore ho fatto:<br>la figlia di una vipera mi stringe il cuore.<br>Le ho consegnato il mio amore<br>e ora il suo veleno mi fa soffrire.<br>La madre della vipera ha udito il mio lamento<br>ma non può darmi alcun conforto.<br>Il mio pianto è blasfemo:<br>chi mai ha avuto amore da una vipera?</p>



<p>*</p>



<p>Il mio cuore si è rotto, si è svuotato,<br>per questo lo metto in vendita.<br>Vieni mio caro, fai la tua offerta;<br>lo puoi avere a buon prezzo, altrimenti<br>chiama un altro uomo, che compri<br>i miei tesori, senza conoscerne il valore –<br>Parla, contratta, incorpora anche la più piccola<br>cosa, così nessuno potrà più possedermi a questo mondo.</p>



<p>*</p>



<p>Davide, sommo profeta, ascolta il mio pregare:<br>tu sei saggio, saprai perdonarmi.<br>Amo una giovane ragazza<br>come amo la luce dei miei occhi.<br>Se una simile ragazza irrompesse<br>nella tua cella – che magnificenza –<br>la lasceresti entrare: le leggeresti<br>i salmi, di giorno, per giacere<br>con lei, la notte.</p>



<p>*</p>



<p>Il sole brillava nel cielo<br>gli uccelli cantavano melodie arcane<br>quando incontrai una donna<br>bellissima come mille lune sgargianti.<br>“Ti amo”, ho urlato –<br>ma lei ha ribattuto, arrabbiata:<br>“Se mi ami, che sia il tuo segreto.<br>Non devi mai sperperare<br>in un urlo il tuo amore”.</p>



<p>*</p>



<p>Sono ferma come una roccia,<br>dura come acciaio forgiato dal freddo,<br>alta come una nuvola<br>che nessun uomo può toccare.<br>Il mio uomo deve armare l’arco di pino,<br>indossare una giubba di pelle, essere audace<br>il degno discepolo<br>degli eroi di un tempo.</p>



<p>*</p>



<p>Ho chiesto a un saggio<br>perché Dio ha creato l’anima<br>per imprigionarla nella<br>gabbia del corpo.<br>“L’ha fatto per esaltare<br>lo stampo terreno,<br>l’ha deposta perché<br>se ne ingioiellasse”.</p>
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		<title>Viaggio nel Nagorno Karabakh, il regno di Artsakh: un paese incantato che vogliono distruggere</title>
		<link>https://www.pangea.news/nagorno-karabakh-arslan/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Nov 2020 08:26:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Antonia Arslan]]></category>
		<category><![CDATA[Armenia]]></category>
		<category><![CDATA[Nagorno Karabakh]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono andata tre volte finora, nel Nagorno Karabakh, il “Giardino Nero” carico di suggestioni esotiche, chiamato però dai suoi abitanti Artsakh, cioè col nome armeno invece che con l’altro, composto da due vocaboli uniti insieme, uno turco e l’altro russo, che a loro è sempre suonato estraneo. La prima volta fu per la lunga [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Ci sono andata tre volte finora, nel Nagorno Karabakh, il “Giardino Nero” carico di suggestioni esotiche, chiamato però dai suoi abitanti Artsakh</strong>, cioè col nome armeno invece che con l’altro, composto da due vocaboli uniti insieme, uno turco e l’altro russo, che a loro è sempre suonato estraneo.</p>



<p>La prima volta fu per la lunga strada (più di sette ore) che ci portò alla capitale del Karabakh, Stepanakert, partendo da quella dell’Armenia, la popolosa Yerevan; la seconda volta arrivandoci velocemente, a bordo di un rumoroso ma comodo elicottero dell’esercito armeno; la terza per la nuova strada, finanziata dalla diaspora, che costeggia il grande lago Sevan e abbrevia di due ore il percorso, attraversando paesaggi montani e foreste di straordinaria suggestione.</p>



<p><strong>Conobbi così un paese incantato, dove il tempo sembrava sospeso a una quotidianità serena e un pochino antiquata: bambini che giocavano per la strada, madri tranquille che gettavano sulla prole un’occhiata ogni tanto, palloni lanciati con vigore e palloncini fluttuanti in aria</strong>, poche macchine, piccoli negozi seminascosti, un mercato coperto lussureggiante di erbe ed ortaggi sconosciuti, di vasi di miele profumatissimo, di <em>gingalov hatz</em>, squisiti involtini di pane <em>lavash</em> ripieni di verdurette assortite, cotti al momento e profumati di spezie. L’ultima volta mi comprai una splendida scopa di saggina che con molta fatica riuscii poi a portare in Italia.</p>



<p>Uno stato non riconosciuto ma indipendente, dove incontri un ministro che sta ripulendo dalle erbacce le aiuole ai lati della porta del suo albergo, dove anno dopo anno cresce un turismo di appassionati curiosi, di sognatori e di archeologi: non è facile parlarne – e neppure capirlo. Questo piccolo paese aggrappato alle montagne del Caucaso è in fondo davvero un giardino segreto, come lo ha definito Graziella Vigo, dopo averlo percorso in lungo e in largo scattando le sue preziose fotografie, parlando con la gente, annusandone i profumi e ripercorrendo la sua misteriosa lunghissima storia, come la si respira a ogni passo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="680" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/agdam-nagorno-karabakh-marco-fieber-flickr-1024x680.jpg" alt="" class="wp-image-80936" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/agdam-nagorno-karabakh-marco-fieber-flickr-1024x680.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/agdam-nagorno-karabakh-marco-fieber-flickr-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/agdam-nagorno-karabakh-marco-fieber-flickr-768x510.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/agdam-nagorno-karabakh-marco-fieber-flickr-1536x1020.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/agdam-nagorno-karabakh-marco-fieber-flickr.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Artsakh, dall’armeno antico <em>tsakh</em>, che significa legno.Legno, cioè boschi e foreste di queste valli del Caucaso orientale, che per circa 11.500 kmq abbracciano e proteggono l’Armenia verso oriente.</strong> Qui si trovano alcuni dei più antichi e durevoli insediamenti del popolo armeno, che appartiene alla grande famiglia indoeuropea, e si era insediato nell’ampia zona fra il Monte Ararat, il Caucaso e i grandi laghi di Van, Sevan e Urmià verso il VII secolo a.C.</p>



<p>Montagne oscure ricoperte da un manto di selve ininterrotte che si stagliano sull’orizzonte chiudendolo da ogni parte, cima dopo cima, e appaiono al viaggiatore quasi incatenate fra loro, in un susseguirsi impressionante; <strong>valli luminose di erbe e acque correnti che si aprono all’improvviso, percorse da mucche determinate e volitive che camminano spavalde lungo la strada e da cavalli che galoppano liberi all’orizzonte: tutto fa pensare ad un mondo di confine, ignoto forse ma non ostile.</strong> La piccola tribù armena che qui si stabilì ha messo radici che non sono mai state tagliate; questa gente ha combattuto per la propria terra, ha difeso con ostinazione una certa indipendenza, ha conservato perfino una classe nobiliare, i <em>melik</em>, mentre fra gli armeni che vivevano nell’impero ottomano nel corso dei secoli l’aristocrazia era scomparsa. Il popolo dell’Artsakh non ha subito il trauma del genocidio del 1915 perché non faceva parte dell’impero ottomano: per secoli rimasto sotto l’influenza persiana, col trattato di Gulistan del 1813 passò in potere dello zar di Russia, che nel 1828 riuscì ad annettersi tutta la Transcaucasia.</p>



<p><strong>Questa terra isolata e circondata di cime inaccessibili, ma fertile e ricca d’acque negli altopiani pianeggianti, con le sue pecore di montagna dalla coda grassa e i boschi pieni di animali, costituiva da millenni un importante nodo di passaggio verso occidente, percorso da monaci, guerrieri e mercanti.</strong> L’Artsakh si convertì al Cristianesimo insieme al resto d’Armenia, e vi furono costruiti molti monasteri che divennero importanti centri culturali e religiosi: sembra che fosse opera dello stesso Gregorio l’Illuminatore la prima chiesa, nella regione oggi conosciuta come Martuni; e – secondo la tradizione – nel secolo successivo fu san Mesrop Mashtots, l’inventore dell’alfabeto, a fondare la prima scuola del paese. La religione e la cultura, influenzandosi reciprocamente, hanno infatti plasmato dovunque la peculiare identità armena.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="277" height="428" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/9788817104869_0_0_428_75.jpg" alt="" class="wp-image-80937" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/9788817104869_0_0_428_75.jpg 277w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/9788817104869_0_0_428_75-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/9788817104869_0_0_428_75-85x130.jpg 85w" sizes="(max-width: 277px) 100vw, 277px" /></figure>



<p><strong>Se la capitale attuale è la moderna cittadina di Stepanakert, annidata al centro di un’accogliente vallata, nell’Ottocento la città più importante era la vicina Shushi, raccolta intorno a un’imponente fortezza medievale costruita su un ampio sperone roccioso. Era un movimentato crocevia di culture e di commerci, dove (scrive un cronista) “si parlavano millanta lingue”:</strong> e poiché all’epoca Parigi era un modello universale, ecco che Shushi, seconda nel Caucaso solo a Tiflis, l’odierna Tbilisi, veniva chiamata “la Parigi del Caucaso”, ed era conosciuta per la sua vivacissima vita economica (seterie e tappeti soprattutto) e culturale (alfabetizzazione diffusa, partiti politici, giornali, teatri, caffè&#8230;), in stretto rapporto con il mondo russo e con quello occidentale.</p>



<p><strong>Durante la guerra con l’Azerbaigian del 1992-94 la cattedrale di Shushi e gran parte delle abitazioni furono quasi completamente distrutte; ma quando ci andai durante la mia prima visita, ferveva la ricostruzione.</strong> Mi impressionò molto, allora, arrivare alla grande spianata dove già sorgeva la bianca chiesa nuovissima, e vedere la fila di soldati in tuta mimetica che ci entravano uno dopo l’altro, per accendere le candeline gialle nei grandi vassoi rotondi, tipiche della devozione armena: un’immagine folgorante, che univa l’umile preghiera e il sogno di vivere in pace alla necessità di autodifesa di un popolo minacciato e perseguitato.</p>



<p><strong>Una guerra per la sopravvivenza che non è ancora finita, e la pace appare oggi più lontana che mai: la tregua armata che – nonostante le frequenti violazioni – aveva permesso che il paese (abitato da circa 150.000 persone) proseguisse e rafforzasse la sua indipendenza <em>de facto</em></strong>, consolidando in senso democratico le istituzioni e l’apparato dello stato, è stata violentemente interrotta da un attacco a tutto campo dell’esercito azero, supportato da massicci aiuti del governo turco e dalla presenza di un cospicuo numero di miliziani jihadisti provenienti dalla Siria.</p>



<p>In una spietata campagna di disinformazione, i capi politici e militari del governo azero hanno tentato di attribuire all’Armenia l’aggressione; ma testimonianze, video, dichiarazioni di giornalisti presenti sul posto hanno dimostrato senza ombra di dubbio che lo scopo era ben altro; e d’altronde, non si vede per quale motivo il piccolo popolo dell’Artsakh, che già ha ottenuto l’indipendenza, dovrebbe cercare il conflitto contro un paese più numeroso e poderosamente armato.</p>



<p><strong>Gli armeni sono soli, nel silenzio delle grandi potenze, come lo furono cent’anni orsono, quando le stesse grandi potenze abbandonarono al suo destino la piccola repubblica appena costituita dell’Armenia caucasica, che venne presto inghiottita dall’Unione Sovietica;</strong> e intanto l’Artsakh subisce continui bombardamenti che causano grandi perdite fra i civili, distruzioni ovunque e la fuga di circa settantamila persone, soprattutto donne, vecchi e bambini, che si sono rifugiati a Yerevan. Anche la cattedrale di Shushi è stata di nuovo colpita due volte. I loro uomini resistono al fronte col coraggio della disperazione.</p>



<p><strong>È superfluo ovviamente ricordare che l’area del Caucaso è – ed è sempre stata – di straordinaria complessità etnica e linguistica;</strong> tuttavia le cause e le ragionidi questa guerra sono in realtà abbastanza semplici, se la si considera nella prospettiva delle attuali rivendicazioni di molte etnie circa il loro “spazio vitale”.</p>



<p>All’inizio del Novecento, gli armeni dell’impero ottomano furono spazzati via – dal 1915 in poi – dalla loro patria ancestrale in Anatolia orientale, vittime del primo genocidio del secolo. Dopo la rivoluzione del 1917 si forma nel Caucaso una federazione transcaucasica, che dà origine a tre repubbliche indipendenti (Georgia, Armenia, Azerbaigian). Nel 1920 tuttavia la Transcaucasia cade nelle mani dei bolscevichi, e la situazione diventa incandescente: i russi combattono fra loro, le potenze vincitrici, soprattutto l’Inghilterra, cercano di intervenire con promesse e lusinghe, Mustafa Kemal sta impadronendosi dell’impero ottomano e intreccia solidi legami con i cugini azeri, che parlano la sua stessa lingua (i pozzi petroliferi di Baku fanno gola a tutti).</p>



<p><strong>Ma sarà Stalin il georgiano, plenipotenziario di Lenin per il Caucaso, a rimescolare le carte fra le tre nazioni, assegnando all’Azerbaigian il Karabakh, abitato per il 95% da armeni, e successivamente anche il territorio del Nakichevan, dove c’era allora una cospicua presenza armena, ricca di monumenti, monasteri e monumentali croci di pietra che ne indicavano la storia cristiana.</strong> Della presenza e delle memorie armene questa terra è stata completamente spogliata, come descrive nel suo struggente racconto <em>Sogni di pietra </em>lo scrittore azero Akram Aylisli, per questo perseguitato nel suo paese.</p>



<p>Questa situazione dura fino alla crisi finale dell’impero dell’URSS. Dovunque ci sono minoranze, le diverse nazionalità rialzano il capo. Nel 1988 avvengono scontri in diverse località fra azeri e armeni, che sfociano nella violenza di pogrom e massacri organizzati, come nella città di Sumgait e nella stessa capitale Baku. <strong>Nel frattempo, nel caos legislativo del tramonto sovietico, i rappresentanti del soviet del Karabakh proclamano uno statuto di autonomia e infine l’indipendenza nel 1991, convalidata da un referendum popolare e da successive elezioni politiche.</strong></p>



<p>Nel gennaio 1992 cominciano i bombardamenti azeri. La guerra vera e propria va avanti per due anni, con distruzioni massicce, ma trovando un’inaspettata e decisa resistenza. Gli armeni hanno ben presente l’incubo del 1915, e sanno di combattere per la propria terra: e così, fra alterne vicende, riescono a tenere il territorio.</p>



<p><strong>E oggi, di fronte a questa nuova terribile guerra asimmetrica, il silenzio dell’Unione Europea fa male, molto male, e la diplomazia balbetta.</strong> Ma tuttavia io credo che dimenticarsi della realtà viva del popolo fiero e gentile dell’Artsakh, nostro avamposto orientale di civiltà e di cultura, sarebbe davvero un gravissimo errore.</p>



<p><strong><em><a href="http://www.pangea.news/occhi-spietatamente-umani-antonia-arslan-ci-parla-dei-poeti-armeni-martiri-sfidarono-lorrore/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Antonia Arslan</a></em></strong></p>



<p><em>*Bibliografia essenziale (in italiano):</em></p>



<p>Pietro Kuciukian, <em>Giardino di tenebra</em>, Guerini e Associati, Milano 2003</p>



<p>Aldo Ferrari, <em>Breve storia del Caucaso, </em>Carocci, Roma 2007</p>



<p>Emanuele Aliprandi, <em>Le ragioni del Karabakh, </em>&amp;MyBook, Roma 2010 (di prossima uscita in nuova edizione)</p>



<p>Graziella Vigo, <em>Karabakh. Il giardino segreto</em>, Marsilio, Venezia 2013</p>



<p>Akram Aylisli, <em>Sogni di pietra</em>, Guerini e Associati, Milano 2015 (prefazione di Gianantonio Stella)</p>



<p>Infine, a cura dei giornalisti Simone Zoppellaro e Daniele Bellocchio, recentemente ritornati dall’Artsakh, è in preparazione un aggiornato reportage sulla situazione attuale.</p>



<p><em>**Si riproduce qui, per gentile concessione, il testo di Antonia Arslan che sarà nel prossimo numero di <strong><a rel="noreferrer noopener" href="https://www.edizioniares.it/it/contents/Studi-Cattolici/" target="_blank">&#8220;Studi Cattolici&#8221; (Edizioni Ares)</a></strong></em></p>
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		<title>Che cos’è la felicità? Secondo gli statisti dell’Onu la Finlandia è il luogo più felice del mondo, dove lo Stato ti ipnotizza il destino dalla culla alla tomba e la noia regna sovrana. La vita, se lor signori permettono, è altro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Apr 2019 11:09:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che cos’è la felicità? Da quando “la ricerca della Felicità” è diventata uno dei “diritti inalienabili”, insieme a Vita e a Libertà, dal 1776, la felicità è diventata una condanna. * In ogni caso: la Vita è un dono, la Libertà è obbedienza, la ricerca della Felicità è una scelta. La Felicità all’americana ha prodotto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/finlandia-felicita-onu-statistiche/">Che cos’è la felicità? Secondo gli statisti dell’Onu la Finlandia è il luogo più felice del mondo, dove lo Stato ti ipnotizza il destino dalla culla alla tomba e la noia regna sovrana. La vita, se lor signori permettono, è altro</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Che cos’è la felicità? Da quando “la ricerca della Felicità” è diventata uno dei “diritti inalienabili”, insieme a Vita e a Libertà, dal 1776, <strong>la felicità è diventata una condanna.</strong></p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In ogni caso: la Vita è un dono, la Libertà è obbedienza, la ricerca della Felicità è una scelta.</strong> La Felicità all’americana ha prodotto Walt Whitman – canto me stesso perdendomi nello sterminato – e McDonald’s, ingrasso ora perché del doman non v’è certezza. D’altronde, dice Qohelèt, il graffiante cinico biblico, visto che “gli uomini non possono capire ciò che Dio fa, ho capito che per essi non c’è altro che il piacere e darsi la felicità: dono di Dio è per un uomo mangiare, bere, godere del proprio lavoro”. Fosse per lui, saremmo tutti felici.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Uccidere la felicità</em>, facendo massacro della cronaca, di indicibile ferocia, potrebbe essere il titolo di un libro. La testimonianza del reo confesso per l’omicidio di Stefano Leo, secondo le parole del procuratore vicario di Torino, è questa. L’omicida ha voluto uccidere un uomo felice, credendo di uccidere la felicità. <strong>Fare filosofia su un fatto efferato – compiuto quando il male cementa il caos in un atto definitivo – è esercizio per giornalisti in babbucce. Di per sé, dovremmo tutti uccidere la felicità</strong> – vegliare nei dintorni della quiete, ricercare il bene (a tratti, la ricerca della felicità personale si attua attraversando il male altrui). Già. Ma che cos’è la felicità?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Felicità</em>, etimologicamente, significa ciò che è fertile, ciò che produce qualcosa. Una terra feconda è felice, rende felice chi la abita. <strong>Anche il deserto può essere fecondo, però: può far fruttificare una consapevolezza diversa in me. L’etimologia ci dice che tutto ciò che nasce è buono: in primavera siamo indotti alla felicità.</strong> Eppure, la nascita di qualcosa coincide con la morte di qualcos’altro, questa è la legge di natura. Così, la felicità di qualcuno è garanzia della mia infelicità.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Per la Bibbia felicità è salute e gioia (“Ricchezza più vasta del corpo sano non c’è/ non c’è felicità più vasta di un cuore travolto di gioia”, <em>Sir </em>30, 16). La felicità più grande di tutte, però, è obbedire: “Chi fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e gli è fedele, non come uno che dimentica ma come uno che pratica, questi trova nella pratica la felicità” (<em>Gc </em>1, 25); “Guidami nella via dei tuoi comandi/ lì è la mia felicità” (<em>Sal </em>119, 35). Come sempre, affascina la giunzione degli opposti: legge e libertà; felicità e obbedienza. <strong>La felicità privata (gioia nel cuore, salute) ci fa capire che questa felicità, propria, è propriamente misera, è privazione della felicità più grande. Si è felici solo obbedendo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Se non hai nulla a chi obbedire – fosse anche il futuro, il destino, l’opera, <strong>qualcosa che ti travolge e supera</strong> – la felicità è fobia del poco, fola, inesauribile fame. Infelicità.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’Onu classifica la felicità in una bizzarra classifica stilata annualmente, <a href="http://worldhappiness.report/ed/2019/" target="_blank" rel="noopener">il “World Happiness Report”,</a> che miscela soldi, welfare, aspettative di vita, libertà nel compiere ciò che ci pare, percezione della corruzione. <strong>L’idea è quella di sintetizzare un concetto molto personale in un sistema sociale. Al primo posto in questa classifica c’è la Finlandia. </strong>Seguono: Norvegia, Danimarca, Islanda, Svizzera, Olanda, Canada, Nuova Zelanda, Svezia, Australia, Israele. L’Italia, al posto 47, è dietro Kuwait, Tahilandia, Uzbekistan, Nicaragua, Malaysia, Colombia, Singapore, Arabia Saudita, Qatar, Cile. Goethe, che pensava che <a href="http://www.pangea.news/guido-viale-ambiente-rifiuti-ballard-dickens-kafka/" target="_blank" rel="noopener">un napoletano povero ma bello era meglio di un diplomatico russo</a> ricco ma ingrigito dal gelo, non sarebbe d’accordo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Forse per spirito di contraddizione, sarei felice di visitare tutti i paesi che secondo la classifica della felicità vivono in truce infelicità: Grecia (posizione 79), Libano (88), Mongolia (94), Nepal (101), Georgia (128), Armenia (129). Nel paese più felice del mondo, la Finlandia, invece, sono stato di recente, <a href="http://www.pangea.news/ma-cosa-ci-fa-robert-louis-stevenson-a-helsinki-reportage-finlandese-dalla-citta-gelida-dove-i-tram-hanno-il-passo-di-un-funzionario-di-partito-e-gli-elfi-ti-servono-la-cena/" target="_blank" rel="noopener">riportando le mie opinioni su <em>Pangea</em>,</a> sono felice di esserci stato, ma non ci vivrei mai.</strong> Certo: ci sono biblioteche meravigliose e molto frequentate, ci sono boschi bellissimi. Eppure, i finlandesi con cui ho parlato (non sono certo l’Onu, ma ho discusso con studenti e con studiosi, con consoli e con colti, con sportivi e con istrioni, con ricchi e con umili, con immigrati e con emigranti) non sono felici. Si sentono sicuri. Che è un po’ diverso. <strong>La loro, voglio dire, è una felicità grigia: cittadine anonime – determinate da struttura architettonica russa o svedese, non autoctona – hobby salutari (bicicletta, caccia alla renna), lavoro sicuro, casetta tra i boschi con seggiolina sul lago. Di solito, sognano l’Italia.</strong> Al di là del viaggiatore estatico ed entusiasta – che bello leggere il <em>Kalevala</em> cavalcando una renna mentre vado a detronizzare Babbo Natale – non ho sentito il bollore della gioia in Finlandia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Un paese che garantisce sicurezza ai propri cittadini dalla culla alla tomba, la Finlandia. Questa è la felicità? L’Onu ci vuole tutti così: zitti, addomesticati, addestrati, con inquietudini domestiche, simili a un cagnolino. <strong>Essere felici non è rischiare tutto al vento dell’avventatezza, giocarsi la vita fino all’ultimo bramito, puntellare di conversioni e di capriole i nostri giorni? Disordinare l’idea ordinaria di felicità.</strong> Più che la felicità, mi pare, l’Onu misura l’obbedienza dei cittadini, l’educazione civica – più che di felicità, qui si parla di noia. (d.b.)</p>
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		<title>Dopo aver visto l’orrore, ti costruirò una casa al di là della Storia: l’epistolario tra Veronica Tomassini e Davide Brullo</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Mar 2019 07:59:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per il Medio Oriente, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. Colpito da un morbo contratto in Armenia, mentre cercava di raggiungerla, ammorbato a Tabriz, Nathan è in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per il Medio Oriente, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. Colpito da un morbo contratto in Armenia, mentre cercava di raggiungerla, ammorbato a Tabriz, Nathan è in frantumi di delirio. Mentre Vera lo attende, ha tenda per lui, Nathan è coinvolto in eventi efferati della Storia, quasi fosse un sonnambulo. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Sul blog della Tomassini</a> potete leggere la lettera di Vera. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. <a href="http://www.pangea.news/di-azzurro-non-ho-visto-altro-che-la-mia-fame-di-te/" target="_blank" rel="noopener">L’ultima puntata del ciclo è qui.</a></em></p>
<p>***</p>
<p><em>Karakol, è settembre, è il 1950, il primo anno del nostro mondo</em></p>
<p style="text-align: justify;">Non mi stupisce più nulla della crudeltà umana – <strong>tu brandisci la parola “vita” come fosse uno stendardo, ma è una benda intrisa nell’acido, a sciogliere il viso in un torsolo d’osso – neanche l’uomo che alla fine piscia sulla faccia della donna che ha appena violato,</strong> <strong>tra l’effluvio di risate dei miserevoli lacchè</strong> – potrei dirti che ero a Dushanbe, nella Repubblica Socialista Sovietica Tagika, perché da lì Collingworth pensava di stimolare una rivolta contro Mosca, chiaramente condotta dall’avida sentenza dei servizi inglesi, e di ritagliarsi l’immaginazione di un regno – quest’uomo lacerato dal potere non desidera corpi ma città, “mi fanno ribrezzo i corpi, quelli umani, soprattutto, che razzolano tra errori e richieste di perdono, incapaci nello scatto nitido della bestia, nella razzia degli insetti, mi fanno schifo perché rimandano all’odore della mortalità, e io, finché vivo, <strong>voglio la conquista, l’arbitraria edificazione di metropoli sul sale”, mi disse, davanti alla pianura asiatica, luciferina, dove la luce istoria strani giaguari a Est,</strong> e le nuvole sembrano il sigillo di un patto tra immemori.</p>
<p style="text-align: justify;">Penso che si chiamasse Nikolaj, si faceva chiamare Iskandar, il nome orientale di Alessandro, che in greco significa “protettore di uomini”, la filologia è in balia del paradosso – probabilmente russo, accennava a giacimenti di petrolio e a vasti interessi presso i porti di Corinto, Baku e Varna, <strong>la sua mole, taurina, dimostrava che la distanza tra Est e Ovest era la stessa tra il pollice e il mignolo della sua mano destra</strong> – sussurrava di una grossa speculazione per costruire una linea ferroviaria lungo l’Everest, sfoggiava una pelliccia di leone artico per il gusto di dire che discendeva da Ercole e il vasto giardino della sua villa era pattugliato da statue romane, “anche io, sa, meriterò una statua”, diceva, rivolgendosi a un uditorio di vivi e di morti, di esuli, di assassini, di potenti, poi diceva che il suo riferimento era Tiberio, citava Tacito, “abbandonato il pudore assieme ad ogni paura, si lasciò andare a delitti ed atti infamanti”, consapevole – lo dicevano anche gli strateghi cinesi, diceva lui – che “il delitto ti consegna alla gloria, la paura costringe all’adorazione, e io voglio essere adorato”. <strong>Lo ascoltava con garbo, Collingworth, sapendo dove agire, usando i verbi come un medicamento, in quella zona tra fegato e cardio chiamata vanità.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il re deve sempre dimostrare che sa uccidere e sa scopare. Nikolaj – mi rifiuto di chiamarlo Iskandar – arrivò verso di noi a cavallo – non aveva una villa, ma un villaggio, costituito da una dozzina di case, di gravide dimensioni, in ciascuna delle quali, mi disse Collingworth, abitano i servi e le mogli del potente – scese dal sauro, si avvolse le briglie al polso, si chinò verso il gambale, estrasse la pistola, sparò sulla fronte della bestia.<strong> Il cavallo dilatò le pupille, stupito dal gesto incongruo, stupido, non si dimenò, accolse il caos in un sospiro, cadde. “Era il mio preferito, ma bisogna vincere ogni forma di attaccamento, giusto?”, disse, accogliendoci.</strong> L’attrazione, tuttavia, accadde la sera. Collingworth aveva avvisato di non voler mangiare, una esagerazione di modestia – prima di passare alle trattative politiche, di cui io ero complice poco entusiasta, Nikolaj volle dare agio al proprio potere, “per stimolarvi a usare parole opportune”, disse, come se morte e rivolta fossero una questione grammaticale. <strong>La sala da pranzo, enorme, era affollata di donne, prevalentemente nude, che mangiavano, ridevano – l’ingresso di Nikolaj le fece delirare, lui disse qualcosa in russo, certe donne ne presero una, prescelta.</strong> La donna – come molte donne asiatiche – sembrava desunta da un diamante, una scheggia di santità – e fece ciò a cui era addestrata, s’insinuò attorno al corpo di Nikolaj, slacciava, leccava, consapevole dell’invidia delle altre, esaltata dalla rabbia delle compagne. Nikolaj sollevò la ragazza, come se fosse una sciarpa, e nobilitandola la rovesciò sul tavolo, e qualche donna lo spogliava perché il suo corpo era il loro oro e altre gareggiavano a maneggiargli la minchia, ed era un lampo la nudità della ragazza che ora veniva agita, e ne rideva, lei, e alcune le tenevano le braccia, distese, altre si arrotolavano i capelli al braccio, mentre il re guardava tutti – anche noi – ovunque – il soffitto decorato con scene mitologiche della caccia alla tigre bianca – tranne lei. Poco prima che il potente rovesciasse lo sperma in una coppa – all’esercizio erano preposte alcune particolari ragazze – <strong>esistono vite donate ad altri, che valore ha la parola “consacrato”, chi è che sta morendo davvero durante una morte? – Nikolaj spaccò il collo della ragazza, che sembrava non desiderare altro</strong>, la staccò da sé, rovesciò il corpo umiliandolo, ancora, rendendo irriconoscibile la faccia della donna, manovrandola contro lo stipite del tavolo e sui bicchieri, vetrificata, poi, non più umana, la lasciò a terra, le pisciò sopra, tra le sorde risate delle altre e disse che chi è amato da lui è amato una volta per tutte. <strong>Qualcuno dice che bisogna amare l’omicida come l’ucciso, il perverso come l’innocente – io non so redimere né amare, mi sono arreso al pungo come alla claustrofobia di un chiostro. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fu allora che me ne andai – ti scriverò altrove, se lo avremo, come ho ucciso Collingworth, anche questo è un atto che definisce le mie infamie australi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nel pomeriggio</em></p>
<p style="text-align: justify;">Poiché quella notte è il mio decalogo, ricordo che hai detto la parola “ostaggio”, mentre usavo il tuo corpo come la camera della memoria, aderendo il calco della mia giovinezza – <strong>l’ostaggio è l’ostacolo al desiderio, ti ho detto, siamo ospiti, mentre la tua lingua cuciva Praga sulle dita della mia mano sinistra – ma non hai ripetuto la parola “ospite”, i tuoi denti duri come rune hanno detto ancora “ostaggio”,</strong> poi mi hai detto che solo lo straniero è ospite e io so di averti detto “vedova”, per il solo gusto di vedere come avrebbe risposto il tuo corpo, ed è a quel punto, forse, che ti sei tramutata in cerva – e ora, dopo questa distanza che ho chiamato Cerbero, ogni stagione ha una bocca diversa, <strong>tu mi scrivi della vita e della vedovanza, come se fossero epigrafi contrarie, una il risveglio dei cani primaverili l’altra l’anatema che anatomizza i ghiacciai e il funebre; ma è la vedova la prediletta alla vita,</strong> perché la vedova tiene in vita i morti, che restano per sempre figli, e ama i vivi consapevole che la luce non li benedice ma li taglia, che la luce è una palude, affondi, smarrendo le fattezze nei fatti. <strong>Sono stanco delle donne che hanno pretese ma che non sanno prendere, che sono preda delle voglie ma non vogliono nulla, che sviluppano un amore in minacce e rettifiche e ripicche – “sorregge l’orfano e la vedova”, è l’epiteto di Dio nella <em>Sapienza</em></strong>, “sue sono le lacrime della vedova”, è detto, perché Dio è vedovo delle voglie dell’uomo – non è Dio ad abbandonare, è lui l’abbandonato, l’abbandono. La Bibbia è l’unico reperto che ho di mia madre – ripetere le stesse parole che hanno detto altri, alla foce di noi: non è questa la città, la metropoli dei cieli? La parola “vedova” ricorre in forme sgargianti – Dio predilige la vedova, perché feconda l’impossibile; la vedova rinuncia alla vita per votarsi a Dio, dopo il marito, la resa; dalle lacrime della vedova accadono le costellazioni – così nascono le mappe del cielo, per orientare l’orfano, a conforto della vedova.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Di notte</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ho cominciato a segnare il perimetro della nostra casa, qui, perché non conosco le stelle, qui, e quando fischio sembrano ascoltarmi, si ammucchiano e si spostano, come api – qui parlo con più genio ai morti, si radunano, con la dignità di creature artiche, preparando per me l’alba, slacciandola dai capelli, magnificando le palpebre in luce. <strong>Non ha senso che continui a disegnare per te una carta del cielo – devo costruirti una casa – abitarla non è più importante di sapere che al mondo, in questo secolo, c’è stato un posto costruito per noi, a risarcimento dell’attesa.</strong> Siamo come due statue che sorreggono l’architrave di civiltà incompatibili: ci fissiamo, senza sfida, pieni di amore, quell’amore che garantisce la nostra statura, eppure sappiamo che il movimento di uno farà crollare un continente – forse tra i miei occhi e i tuoi qualcuno sta costruendo un arazzo, la mia pupilla è legata alla tua con una corda, con lo spago che si usa per cacciare i pesci che vanno al contrario, contro corrente.</p>
<p style="text-align: justify;">Ti dovrei raccontare di questo luogo, nella valle del Karakol – in tenda, la lacerazione del freddo mi fortifica, ho già predisposto parte della legna, mi aiutano alcuni cacciatori che si muovono intorno al lago Ysyk-Köl – dal legno, con pochi tocchi, come fosse fango, sanno estrarre animali e volti per ingraziare la forza e addomesticare la sorte. <strong>Non fuggo dal mondo – lo fondo, lo tengo fermo, come uno spillo: che cosa c’interessa se la Storia, questo coccodrillo dall’andatura lenta, astrusa, famelica, è altrove?</strong> Non so fare nulla – qualcuno dice di vedere una cattedrale sul torso di una foglia e che i martiri pensavano al coltello che gli stregava le arterie come a una nuvola. Possiamo costruire una civiltà – una cavità di sussurri – soltanto per noi? <strong>Per troppo timore nessuno ha mai detto all’altro “ti amo”, consapevoli che la vedovanza è una verginità.</strong> Ieri ho visto un cervo – sono convinto che con la lingua odorava la sua vittoria – le corna sono piene di occhi – il giorno lo rincorre, ed è uno sciame.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tomassini-brullo-letteratura-scrittura/">Dopo aver visto l’orrore, ti costruirò una casa al di là della Storia: l’epistolario tra Veronica Tomassini e Davide Brullo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Di azzurro non ho visto altro che la mia fame di te”</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Mar 2019 07:08:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per il Medio Oriente, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. Colpito da un morbo contratto in Armenia, mentre cercava di raggiungerla, ammorbato a Tabriz, Nathan è in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per il Medio Oriente, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. Colpito da un morbo contratto in Armenia, mentre cercava di raggiungerla, ammorbato a Tabriz, Nathan è in frantumi di delirio. Mentre Vera lo attende, ha tenda per lui, Nathan è coinvolto in eventi efferati della Storia, quasi fosse un sonnambulo. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Sul blog della Tomassini</a> potete leggere la lettera di Vera. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. <a href="http://www.pangea.news/tu-sei-il-minotauro-di-farfalle-labbandono-allimpareggiabile/" target="_blank" rel="noopener">L’ultima puntata del ciclo è qui.</a></em></p>
<p>***</p>
<p><em>Agosto 1950, Mashhad</em></p>
<p style="text-align: justify;">Qui, dove il sole viene fabbricato ogni giorno da angeli orafi la neve è una apocalisse. <strong>Come se Dio si fosse spogliato di ogni prestigio, precipiti, dissolto, al di là della commozione, smentito da un impulso al suicidio. Da destra – di cosa fa il calco la neve?, di chi è al servizio e perché e per sottrarci quale segreto?</strong> – appare l’impala, o qualcosa di simile, e svolta sulla neve, vola, non è degno di lasciare impronte, è pura anima – questo bianco barbarico, Vera, mi rimanda alla tua santità, la grazia con cui sgravi il piacere dagli altri corpi, la malia albina con cui disintegri gli sguardi. <strong>Quasi all’unisono, come frammenti d’oro convogliati in un’unica lastra dal magnete, scattano dalla neve – da dove?, addestrati da quale parola?, perché? – i ghepardi</strong> – e danzano da un lato all’altro della piana, con l’avidità cauta, distratta di un falco – di nessuno la neve testimonia la vita ed è muta anche di fronte alla previsione di morte, alla sua ambizione, perché è l’indifferenza il potere della neve. La paura scintilla sui nervi dell’impala e rende la bestia bellissima – la fame vivifica lo splendore dei ghepardi – l’atto cruento è naturale ed è nella corsa o nella fuga che un essere è superbo. A cerchio i ghepardi, che agiscono con armonia musicale, sono cinque, si chiudono sull’impala, come una palpebra sulla pupilla blu, <strong>e anche quando il sangue esplode hanno cura, i predatori, di non lasciare traccia, per non offendere l’impunità della neve,</strong> e vanno, scaglie di luce scaturite da un cratere, e la neve non è un patto con i morti, è la resa di Dio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Li falciarono tutti, Vera, proprio così, come si bonifica un campo e il meticoloso giardiniere era una mitragliatrice, anzi, diverse, innumerevoli, una sanatoria in proiettili – i Sarmati, quella teologica ferocia, il desiderio che ci custodisce tutti, una terra, una genia felice, la casa che si fonda sullo sterminio, un coraggio tanto spazioso da terminare in poema, volti tratti da un vocabolario dei perduti per diventare, per la durata di un acquazzone, re – uccisero anche le bambine che mi nutrivano – una l’avevo chiamata Vera per dare un corpo alle mie illusioni nottambule – neppure lei, neanche il gusto di violentarla, <strong>il soldato le staccò la mascella con la foce del fucile, le ruotò il collo e a lei, l’altra Vera, che impaniava di preghiere il mio risveglio, sembrò crescere un altro viso sul cranio, come le divinità ostili sumere, con due facce, per maledirti anche nell’aldilà.</strong> Gli inglesi sono concreti soprattutto nell’omicidio – i Sarmati, rediviva minoranza, non erano altro che un’astuzia di mosche – Arthur Collingworth, si chiama il comandante, titolato, e speculai, quando volle vedermi, la sera stessa, su quel <em>worth</em>, pensando che il valore, la saggezza, il carisma crescono in concordia con una spensierata spietatezza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Sono amato, Vera – anche da te – è vero? – questo non smette di sorprendermi – mi pensano sacro – un sacrario di ovvietà, semmai – anche loro – un demente voluttuoso, che evolve nel mentire – non posso più leggere le tue lettere, sei una fattura di luce, forse mia sorella è un assalto, mia sorella è un dio, mi dico, e il patto che mi congiunge a te è superiore alla nostra stessa volontà – <strong>se mi sono unito carnalmente alla dea dei ghetti è naturale che il mio destino sia il vagabondaggio e l’inquietudine, perché la mia anima è sotto la tua lingua e la mia intelligenza nella tua narice sinistra. Essere amato è stabilirsi nel pericolo</strong> – è inevitabile non corrispondere all’amore, deludere – e il mio ruolo è evitare il dolore che succede alla delusione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Collingworth, l’inglese, pensa che possa essere utile nel perfezionare i rapporti con gli arabi, mi ritiene una spia, forse lo sono – <strong>è basso, bianco, un efebo, incapace di unirsi ad altri corpi se non per ucciderli, credo, ha corde al posto degli occhi – poi accadde la neve e pensai che ti fossi sciolta nel corpo di un altro, Vera, e fui preso dal desiderio di snocciolare la Terra, di alienare i deserti a un grammo di polvere sulle ciglia,</strong> e predarti, ovunque, e riportare la tua carne a ciò che è stata, un bracciale intorno alle mie gambe, un collare, l’incollatura  del mio valore alla volontà della Storia, alle volute del tempo. Collingworth alleva ghepardi – questi uomini mandanti del potere, che agisce senza schema, senza personalità, senza potergli dare dottrina, esplicitano sempre la loro integrità binaria in una bestia, in un simbolo, in una creatura che senza mediazioni designi ciò che vogliono essere. Chiama i ghepardi con i nomi dei grandi imperatori di Bisanzio – Basilio, Eraclio, Leonzio, Niceforo, Giustiniano – <strong>ne conforta la rabbia leggendogli, passeggiando nei pressi delle gabbie, passi dalla cronaca di Niceta Coniata sulla caduta e la distruzione di Costantinopoli – hanno cinghie azzurre al collo ed egli, il generale inglese, si occupa di limare i loro denti come altri appiccano i ceri o dipingono le icone o sgranano un rosario.</strong> Gli ricordai che Zoe, l’imperatrice bizantina, si era sposata quattro volte e quattro volte aveva fatto uccidere i propri mariti, “sapeva che regnare è sedurre e che l’amore partorisce la morte”, disse, e gli dissi di te, che mi hai ucciso ad ogni lettera per farmi risorgere in quella seguente, e ho preteso che ti consegnassero questi fogli. Egli sorrise, centellinando i nomi degli amanti di Zoe, le sue labbra sono grigie e dalla bocca potrebbero esplodere lucertole.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Notte</em></p>
<p style="text-align: justify;">Più ti desidero più il destino mi respinge, agli albori di te – Mashhad è ai confini settentrionali dell’Iran, pietre anticristo, antipatia di sassi – per un giorno la neve ha devoluto in informe la storia statuaria di questo luogo – <strong>per questo mi è parsa, la nevicata, l’assassinio di un dio a tre teste – il presente, la presunzione del futuro, la presenza del passato. </strong>Gli inglesi vogliono corrodere qualche pezzo di Russia – mi portano con loro durante le trattative con i sultani e i baroni del luogo – attiro fanatici sorrisi – Collingworth, credo, vuole bonificare l’Oriente con i ghepardi, odia il sole e se potesse lo darebbe in pasto ai suoi felini, come se l’astro fosse un pupazzo, come uno straccio. “La geografia terrena non è diversa dalle sue mappe stellari”, mi ha detto questa sera, in vena di filosofia – quest’uomo non beve, non ride, ha imposto una sentinella perfino sullo stipite del sonno. “Le costellazioni sono uno stupido espediente per convincerci che il cosmo è a misura d’uomo, ma un mito non frena il caos: qualcuno vede un cammello in quello che altri chiamano Orsa Maggiore, e altri ancora uniscono stelle impareggiabili, con scopi caustici – allo stesso modo, definiamo i confini di una terra o il profilo di una conquista, per pensarci pionieri del caos”. Gli ho chiesto se avesse velleità imperiali, se avesse mai amato una donna, un uomo. <strong>“Sa perché i ghepardi non ruggiscono?”, mi domandò – gli dissi che i ghepardi fischiano, come se avessero un serpente nella trachea – “non c’è bisogno di conquistare quando domini ogni cosa, non c’è bisogno di macchinare strateghi burocratici quando puoi risolvere tutto con uno scatto”.</strong> Pensai che fosse meglio non domandargli cosa intendesse per <em>scatto. </em>Di notte la neve sembra fuoco, poi svanisce.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Deglutisco da giorni lo stesso verso di Aleksandr Puskin – lo ha scritto durante il suo viaggio in Asia – “Non morirò del tutto”, ha scritto – poi ha scritto che si viaggia per cercare “la frattura azzurra” nelle città degli uomini. <strong>Di azzurro non ho visto altro che la mia fame di te – che strano, vero?, definire la fame con un colore così delicato. Come dovrei intendere “Non morirò del tutto” se tutto quello che ero è morto in te</strong>, se neanche la morte, ora, è un limite, ma l’ennesima possibilità di incontrarci, dopo tanta vita?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan</em></p>
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		<title>“Tu sei il Minotauro di farfalle, l’abbandono all’impareggiabile”</title>
		<link>https://www.pangea.news/tu-sei-il-minotauro-di-farfalle-labbandono-allimpareggiabile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Mar 2019 07:15:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. Colpito da un morbo contratto in Armenia, mentre cercava di raggiungerla, ora Nathan è bloccato a Tabriz, in frantumi [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tu-sei-il-minotauro-di-farfalle-labbandono-allimpareggiabile/">“Tu sei il Minotauro di farfalle, l’abbandono all’impareggiabile”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. Colpito da un morbo contratto in Armenia, mentre cercava di raggiungerla, ora Nathan è bloccato a Tabriz, in frantumi di delirio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Sul blog della Tomassini</a> potete leggere la lettera di Vera; qui leggete lo scambio per intero. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. <a href="http://www.pangea.news/da-qui-ti-chiamo-definitiva-e-me-ne-copro-il-cranio-lepistolario-estremo-di-veronica-tomassini-e-davide-brullo/" target="_blank" rel="noopener">L’ultima puntata del ciclo è qui.</a></em></p>
<p>***</p>
<p><em>Tel Aviv, giugno 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;">Siedo sulla riva, il mare è molto freddo, direi aspro, anima cara. Ti farebbe bene respirare qui. Guariresti prima forse. Indosso il vestito bianco, il mio vestito di ragazza. Sono riuscita a salvarlo, era ancora piegato bene nell’ampio baule della mamma, c’erano ancora le sue gonne in crinolina. <strong>Tornai a Praga come una straniera, salii al piano, ho aperto la porta. Il silenzio era uguale e rassicurante.</strong> Era pronto ad avermi di nuovo nella sua immobilità domestica. Ma non era più la mia.</p>
<p style="text-align: justify;">Dove siete, miei amati? Mi sono guardata intorno. Dove siete? Supplicai il silenzio, le ombre, l’assedio degli assenti, di assalirmi, finirmi, qualcosa che mi impedisse di sopravvivere al rimpianto, all’indicibile, ai nuovi castighi. Volevo morire, ora che era viva, ora che ero salva, volevo morire. Poi tacqui. Non mi sono lamentata più, ho rispettato il silenzio e le ombre, la mia costanza indottrinata malvolentieri nel silenzio e nelle ombre. <strong>Vera, povera Vera, mormorai, come guardando a un’altra, la creatura sommersa, priva della sua stessa anima,</strong> <strong>l’anima simile a un rogito di espiazioni sbagliate.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Camminavo timorosa, entrando e uscendo dalle stanze con gli scuri accostati, non ero la ragazza di un tempo, la figlia prediletta. Le voci mi inseguivano. Voci lontanissime, agili o veloci e allegre come un brillìo, la luce sulle tende, il tenero sole di una primavera praghese. La voce di mamma. Di Agota. Dove siete?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi sono seduta sul canapè della sala a giorno dove papà teneva i suoi libri. Ed erano lì, ancora. Li guardavo con un sorriso intemerato, un sorriso di clemenza persino sulle cose passate, sullo spazio occupato dalle cose passate, sulla loro severa reputazione:</strong> consegnano un tempo benevolo, un ricordo profondissimo, un’orazione dentro cui assolversi. Le cose incorruttibili consumano il tempo che si ritira astioso nei suoi intermezzi furiosi o verso indicazioni che mi sono impedite. Dove andrò? Chiedo intorno, all’aria muta, colpevole di intercessioni testarde, noi e il tempo, noi e allora, prima di quella notte. Ti racconto tutto questo, anima cara. Anima cara, scriveva Makar alla sua Valin’ka in Povera gente. Anima cara. Chi mi chiama ancora così?</p>
<p>Ti racconto tutto questo, mentre distendo le mie gambe sulla rena calda in un giorno di giugno, sollevo appena il vestito. Le onde sono timide e lontane. Nel patio del caffè, dove ancora Adam l’ebreo tedesco mi aspetta, ogni pomeriggio alle cinque, c’è un matrimonio. Gli sposi ballano al centro della pista, le sedie a cerchio. Sono ebrei polacchi. Li conosco. Conosco lei, la sposa.</p>
<p style="text-align: justify;">Riparo gli occhi dal sole e guardo nella direzione della sposa che balla sulla terrazza del caffè di Eilat. <strong>C’è una atipica dolcezza nella nostalgia degli altri, nella mia trovo sconsideratezza e un rimpianto indomito, cieco. La nostalgia degli altri, immagino piuttosto la nostalgia della sposa di Cracovia.</strong> Lei, lei che adesso balla con il vecchio patriarca. È così bella, come tutte le spose, come tutte le giovani donne sfuggite al destino, a un ghetto, una costrizione. Io sono la violata. E non parlerò d’amore, non stavolta, non ne scriverò. Guardo verso le onde timide e lontane adesso. E il pensiero della morte mi attraversa come una consuetudine, la più meschina. Ho fissato un gelido tremore, poi un golem fermo, assiso. Tutto accadeva in un sogno. Era Buchenwald. Era uno dei tanti cadaveri, che bruciavano più in là. L’afrore straziante che bruciava più in là. Così mi arrendo alla rena calda. Chiudo gli occhi con il sole di Eilat sulle guance.</p>
<p style="text-align: justify;">La terrazza è una balera. Suonava una canzone popolare, un mottetto sentimentale. La sposa di Cracovia. Lui è un bel tipo, ha origini ucraine. Tomasz. Lo conosco. Era nella resistenza. Un partigiano. Scuro di capelli. Molto british stranamente. Nell’insieme è irresistibile. La sposa ne è molto gelosa. Sorrido ancora, con il sole di Eilat a consolarmi sopra il mio corpo disteso, arreso come dentro a una preghiera. La musica mi raggiunge, la voce tuonante del patriarca canta con commozione: “za zielona Ukraina, / Zal, zal serce placze, juz cie nigdy nie zobacze/”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono già tutti ubriachi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ti aspetti che ti scriva del mio amore?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dovrei semplicemente darmi per vinta. Concludeva Makar di <em>Povera gente</em>. Sì presumo sia una soluzione.</strong> Semplicemente, anima cara.<br />
Entrai nella mia camera da ragazza. Ho trovato una lettera di Petr. Era irruente. Voleva avermi, prima del matrimonio. Le sue mani non stavano mai ferme. La sua virilità era un pegno d’amore, un’evidenza d’amore. Ci siamo persi.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo amavo?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma cos’è l’amore? Dimmi, anima cara, cos’è l’amore? Se ti basta tacere, dimenticarmi, anche solo per qualche ora, non avere urgenza di me, delle mie parole?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono molto confusa. Direi ancor meglio: delusa.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sono in grado di sollevarti dalle tue sofferenze, oggi. Oggi è un giorno lunghissimo e fastidioso per me, qui, malgrado il sole di Eilat sulle mie guance e il matrimonio della sposa di Cracovia.</p>
<p style="text-align: justify;">Son convinta di arrivare alla fine dei miei giorni con la fretta e l’impazienza della confinata, sopravvissuta a tutte le ignominie, cercando il desiderio e la vocazione altrui. Essere amata, l’assillo, pedante. Mi tortura.</p>
<p style="text-align: justify;">Preferisco dormire, per sempre. Dormire. Compiango me stessa, mi sono perfezionata nella condanna speculare, io allo specchio. <strong>Mi guardo con la nostalgia di me stessa, non la medesima che preveda la mestizia degli altri. La mia feroce nostalgia.</strong> Vera, sussurro. Ti riconosci?</p>
<p>Su, stella dorata, sì sì, stella dorata. Così mi chiamava la mia mamma.</p>
<p><em>Vera</em></p>
<p>***</p>
<p><em>Luglio 1950 (dove sono, dove siamo?)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il sangue è un invito – qualcosa che ha una cifra – declina la latitudine dell’anima – <strong>poi, mi bendarono – ma anche l’oscurità quel giorno fu presa in ostaggio – la luce accadde quando qualcuno segò i polmoni al cielo, con un coltello, come fosse un bue – perché ogni cosa ha una natura animale</strong> – e la luce, come se fosse liquido pleurico che gocciolava, era azzurra. Non so dirti i volti – chi ha fede in un’unica cosa ha sguardi lignei, allineati – ma certamente un uomo dal cappello rosso e dalla giacca rubata a un miliziano russo, un rivoluzionario, ti recapiterà questa lettera, nominandoti, degnandoti di un titolo onorifico, perché ho detto che obbedisco a una regina a Tel Aviv…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Improvvisamente la tenda implose – si dicono eredi dei Sarmati e pensano che il sangue sia il sussurro dell’anima – la testa del siberiano scoppiò e fu come se non fosse mai esistito</strong> – le grandi tigri tatuate sulle braccia diventarono viola, scapparono sotto alla branda – la benda, all’inizio, mi sembrò una lama, pensai, come nelle vaste esecuzioni ottomane, che volessero tagliarmi il naso e cavarmi gli occhi, rubare lo sguardo e associarsi il respiro – le mitraglie come un incensiere – schiocchi di proiettili che benedicono teste e schiene – le vertebre crollano come dischi di ferro impilati su suggerimento dell’avidità. <strong>Si soffre solo al rallentatore e sarebbe innaturale morire perché qualcuno pronuncia la parola segreta, che tiene in vita, che è nascosta forse nel midollo, forse a un attimo dall’iride</strong> – ma ciascuno ha in serbo questa parola segreta che si rivela soltanto in punto di morte, è il segnale che permette all’anima di toccarci gli occhi, di sgretolare la lingua.</p>
<p style="text-align: justify;">Agli uomini sparavano in faccia, perché nell’aldilà restassero sconosciuti, disinnescati alla vendetta – quanto alle donne – in quell’ospedale erano dieci, Maria <strong>mi curava con implacabile dolcezza, con mani bellissime, cresciute sui polsi, forse, dopo aver letto le virtù di Santa Caterina</strong> – non le violavano – sparavano al petto, qualcuno le sorreggeva, come singole pietà femminili, esperte del morire. Uno raccoglieva le donne in una cisterna, diversi cominciavano a lavorare con i coltelli – i coltelli che vagano nell’aria argentei come pesci – sezionavano i tagli del corpo, scostavano la carne dall’osso – <strong>i quarti erano poi intrisi di sale – infine, nel cortile, dove qualche ora prima giocavano i bambini e ciascuno confessava il proprio ozio all’astro, i pezzi delle donne venivano cotti su una brace – la carne urla un’ultima volta sul ferro bollente – e spartiti tra i Sarmati.</strong> Ricordo i denti sregolati e tomisti, che alienano il male all’irrilevante, a qualcosa di infedele. Si mangiavano le donne di Tabriz, come avrebbero fatto, secondo la leggenda, gli Unni, secoli fa – e qui la violenza è compiuta con pallore, è una convenienza consapevole, una convalescenza del regno.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ogni volta che la traiettoria della mia vita converge su di te, qualcosa la sbilancia, la devia, perché il magnetismo è equivalente e si annulla.</strong> A volte penso che devo morire per stare continuamente tra le tue mani – la morte è un bacio prolungato. Non so se i Sarmati abbiano conquistato Tabriz né di quanta terra si nutra il loro concetto di civiltà o da cosa sia ispirata la loro furia – sembrano un popolo risorto ora dagli abissi di ieri per verificare un futuro di indecenze e di ipnosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Avevo tre carte stellari vicino al letto, nell’ospedale: la prima, disegnata in Bulgaria, raffigura un cosmo a cieli concentrici, una spirale stellare, sormontata da un satiro – appartiene alla setta dei Bogomili – la seconda, greca, inventata dai sofisti, ipotizza il dio come una donna, eretta, dalle cui intimità sgorgano le costellazioni, lei ride ed è dalla risata di gioia che sfocia il giorno, è dalla risata di scherno che si fabbrica la notte. La terza è una mappa islamica, me l’ha venduta il rabbino di cui ti ho scritto: in questo caso le costellazioni sono raffigurate come lettere arabe e in qualunque modo le leggi il risultato è uno dei 99 nomi che determinano il Dio – non c’è figura o dipinto, ma alfabeto e cifra. <strong>Mi considerano un profeta – io so che chi agisce allineandosi alla storia, allenandosi a modificare la natura delle cose è già morto, contorto nell’oblio – io so che scegliere di dare la morte è uccidersi, perché la morte non ammette complici o esecutori. Mi chiedono di guardare le stelle e di indovinare l’esito di una azione di guerra, la natura di un nemico, la liceità di uno sposalizio.</strong> Ammetto di non aver mai visto stelle sgargianti come in questa zona di mondo – più si fertilizza la terra con il sangue, probabilmente, più esse brillano. Di sera avanzo tra le tende con un secchio pieno d’acqua, lo sollevo, le stelle si riflettono – ed è come se potessi fermarle e fargli il calco – l’acqua s’infiamma e le stelle brulicano come pezzi di pane. Non sopporto il loro splendore – mi tortura sempre, è un acquazzone di sassi il pianto di una donna.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Luglio 1950 (senza un luogo, senza tempo)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Amo la fermezza con cui custodisci il tuo mondo – amo la solitudine con cui cuci una vita e una risonanza alle tue compagne, come chi mette gli amuleti migliori nello zaino di una sorella che s’inoltra nella piramide – <strong>amo il piacere obliquo che offri a chiunque ti guarda – tu significhi i dettagli, io sono un sonaglio nel ventre di una storia che non mi appartiene – tu sei quella che raccoglie, io colui che si astrae; eppure, sono io l’uomo carnale e tu la disincagliata, sei il mio desiderio senza sponde</strong> – tu sei al centro del mio labirinto, il Minotauro di farfalle – la cosa che brilla.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Calano a strappi da questa collina alle città, con i loro elmi ispirati e fucili che rispondono a una notte a venire. Corrispondono alle mie profezie dedotte dall’acqua – un assurdo che dilata il tempo a rituale del caos – mi ritengono sacro e traggono aforismi dalle carte del cielo. <strong>Dovrei sentirmi responsabile delle loro efferatezze – il loro desiderio di rivalsa, la medaglia di una conquista, ambire alla morte perorando la vita – mi inteneriscono. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo offerto un calco dei nostri corpi al caldo sagace di Praga – <strong>abbiamo barattato il desiderio con l’attesa </strong>– rischiato una fratellanza che frattura ogni fattura umana.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Non permettono che mi nutra da solo – una bambina ha il compito di darmi il cibo – quando cresceranno le profezie inefficaci qualcuno, semplicemente, mi succhierà gli occhi, mi taglierà la gola, pronuncerà parole di perdono. <strong>Anche i bambini che mi hanno cibato, è ovvio, saranno una primizia per gli sciacalli della sera.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A volte il paesaggio ha una bellezza così cruda che ogni gesto umano sembra eccessivo, anche radunare l’acqua – perché non lasciare l’abito della crescita alle cose, senza interferenza? <strong>Si ama sempre dall’ordalia di una separazione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Recuperati da un urlo anteriore, questi uomini sono puro corpo,</strong> si lasciano agire dalla necessità dello scontro – qualcosa di simile all’amare, abbandono all’impareggiabile.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sono prigioniero di una sacralità che altri, sconosciuti, mi addebitano – dovrai rivelarmi</strong> – tu non hai rivelazioni, sei la serratura che ripara dal maremoto degli angeli.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non restituire nulla – neanche un sorriso, neppure l’attenzione – a chi ti consegnerà questa lettera.</strong> L’istruzione è che si uccida – per i Sarmati l’uomo sacro non può recintarsi in una vita terrena, non può essere interpretato con una manciata di parole.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tu-sei-il-minotauro-di-farfalle-labbandono-allimpareggiabile/">“Tu sei il Minotauro di farfalle, l’abbandono all’impareggiabile”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Da qui ti chiamo Definitiva e me ne copro il cranio”: l’epistolario estremo di Veronica Tomassini e Davide Brullo</title>
		<link>https://www.pangea.news/da-qui-ti-chiamo-definitiva-e-me-ne-copro-il-cranio-lepistolario-estremo-di-veronica-tomassini-e-davide-brullo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Feb 2019 07:31:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. Colpito da un morbo contratto in Armenia, mentre cercava di raggiungerla, ora Nathan è bloccato a Tabriz, in frantumi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. Colpito da un morbo contratto in Armenia, mentre cercava di raggiungerla, ora Nathan è bloccato a Tabriz, in frantumi di delirio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Sul blog della Tomassini</a> potete leggere la lettera di Vera; qui la risposta di Nathan. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. <a href="http://www.pangea.news/sogno-le-tue-lettere-questi-esercizi-della-latitanza-e-pretendo-da-dio-che-il-futuro-sia-un-cortile/" target="_blank" rel="noopener">L&#8217;ultima puntata del ciclo è qui.</a></em></p>
<p>***</p>
<p><em>Tabriz, 20 giugno 1950 </em></p>
<p style="text-align: justify;">Tre sono le tue vite – una è questa. Aveva la lingua per metà blu, un cervo impennato disegnato sulla guancia destra, una longitudine di rovi tra i capelli – <strong>il male, che ha declinazione retorica nel sangue, mi fa sognare troppo e questo, pare, mi lacera le forze. Delle tre vite l’unica che non intendeva considerare – seduta nel cortile dell’ospedale, non chiede soldi per sondare il passato, non cede, ma la pazienza di uno che dia calibro all’oggi – era la quarta, questa</strong>, perché, diceva, “per ascendere al futuro bisogna capire ciò che è morto”. Mi svelò la prima – “alle altre arriverai di conseguenza”, disse, bisbigliando, come se avesse un millennio e la sua vigna tra i denti – e io pensai a quel nugolo di versi di William Butler Yeats – <em>Once out of nature I shall never take/ My bodily form from any natural thing,/ But such a form as Grecian goldsmiths make </em>–, che avevo letto a Reims, incisi sulla lama di una spada ornamentale, nella casa troppo sontuosa dell’uomo che avrebbe traviato mia madre, ti giuro, prima che lei mi dicesse. <strong>“Eri orafo tra gli Sciti, nel IV secolo prima di Cristo – ti uccisero dopo aver elaborato il collare della regina, perché è inconcepibile la vita di chi offre una forma pura”. Improvvisamente mi sembrò che i bambini orfani, nel cortile, stessero giocando con il sole, lo avessero staccato dalla sua orbita</strong>, come demoni minori e passeggeri, troppo capricciosi per curarsi degli inferi – mi parve che si stessero spartendo l’astro, a morsi, e la luce mi lavò l’iride – caddi – la donna, forse, d’età inutile, era il prodotto del secondo o del quarto sogno, geologicamente collegato agli altri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non riesco a uscire da Tabriz e tu sei il mio acquartieramento nella quiete</strong> – la tua povertà, la tua insufficienza, sono così risolte – Antartide non è abbastanza perché quel bianco – su cui l’astro con lascivia lava e dilata la sua colpa – non rende ragione alla tua bianchezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Dicono che a Urmia sia nato Zarathustra – mi sono recato lì con un rabbino – va in giro con un seguito di cani, gli trottano intorno, li tratta come se fossero le dita di Dio. Avrei chiesto di raggiungerti almeno con l’anima, introducendola a forza nel corpo di un colombo – le lettere evocano fraintendimenti, un cataclisma di interpretazioni contrapposte. <strong>Le parole hanno quel blu che porta al tradimento, per una banale scomposizione delle virgole in vizio. Ma il morbo mi ha massacrato – come se avessi una voliera nello stomaco – e il rabbino, che ha il nome di uno degli angeli maledetti, ride quando qualcuno è preda del male</strong>, perché lo ritiene una chiara testimonianza divina, e chiama i cani Keter, Chokhmah, Binah, come le Sephiroth, gli attributi di Dio – mi ha riportato a Tabriz, in questa prigione di veli e di cure, incastrato al regno onirico. Non so dirti se esista la luna, qui, o se i cani del rabbino l’abbiano spaventata, ad accucciarsi tra Israele e il Mediterraneo e la sua invidia.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tabriz, 22 giugno 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;">Della violenza degli Sciti racconta Erodoto – e della valenza dei loro orafi. <strong>Come se il sangue fosse equivalente all’oro, come se il massacro assuma lucentezza, come se il raro sia possibile solo tra i sopravvissuti. </strong>Viaggiai fino a Buenos Aires – trovando virtù per vite che sono di molto superiori a tre o a quattro – per acquistare una mappa del cielo degli Sciti. Era, appunto, una piccola placca d’oro, intagliata con finezza: negli occhi di un giaguaro che salta – granitico nel desiderio –, sono disposti, da un lato, il nostro pianeta, dall’altro la Luna – sulla lingua è deposto il Sole e sul corpo della bestia si aprono costellazioni di forme sconosciute. Ciò che vale per le parole, vale per le stelle nel cosmo: a seconda di come le interpreti, qualcosa orienta, qualcuno ama, distribuisce o disturba. Ho rivenduto quella placca – per anni ho voluto essere il salto nell’oro di quel giaguaro stellato – a un banchiere di Firenze, dieci anni fa – coltivava serpenti in una vasca, frusciavano con suono di bicchieri e di gambe, intonati al disinvolto cinismo del loro padrone. Capelli laccati, vestiti ordinari come il codice penale, l’impeccabile pinguedine di chi somministra la ferocia come un farmaco. <strong>A volte, immergeva un uccello nella vasca, vivo, un passero, una gazza, chiudeva il coperchio, l’uccello urlava in gergo umano, affondava nello scintillante sibilo delle serpi – insieme si muovono con l’acuta prescienza di un fiume </strong>– come si getta una pietra in un lago, che smuove il sentimento dell’acqua, poi è nulla. Di ogni luogo, ho bisogno di vedere il potente – chi è efficace alla Storia e ne è l’anatomico esecutore – hanno visi simili a un proiettile – perché agire se l’unico scopo è sparire? Eppure, è più facile vedere un dio che razzola tra gli impuri piuttosto che mentre brandisce una spada, invitando alla costruzione di minareti e alla distruzione di tutto il resto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Più tardi</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ho parlato di te al rabbino, lasciandogli assaggiare alcune frasi delle tue lettere – le odora e i denti sono decine di ventri e di polmoni, pulsano, si muovono – <strong>a Budapest ho sentito odore di arancio nella nebbia e ho pensato che basti un crocevia di luminosità, un luogo dove maceri per anni lo stesso giorno, a stimolare un’etica anomala.</strong> Poi, più tardi, mi prende le mani, come se fossero le tue lettere, e dice “lei non può che essere amata perché è la morte” – <strong>il viso del rabbino è carta, puoi strapparlo, e sotto ce n’è un altro, poi un altro, infine il muso di un cane, quello di un lupo, un falco: il rabbino sa che ogni cosa è un’altra, che nell’albero c’è la natura di un acquazzone, che la pietra ha in serbo il ragno, ed è per questo che prega, fino a escludersi, per stabilizzare il creato.</strong> “La magrezza estenuata, la quiete arcuata con cui ti attende, di chi non vuole e non ha, introdotta alla privazione, il campo che le ha disseccato il corpo e scorporato lo spirito – lei è una risorta, una ricomposta”. Cita testi che non conosco – di cui sono esecutori i celesti – <strong>dice “per vivere devi morire in lei” – e la sua indagine è più alta dei vaniloqui della fattucchiera – poi mi chiede chi vorrei essere, e sa che realizzare qualcosa è uccidere.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Più tardi, ancora</em></p>
<p style="text-align: justify;">Forse scrivere è il mattatoio – ambire a queste lettere che hanno muggiti, e cavalcano, e una mortalità più ambigua della nostra. <strong>Per anni ho fatto ingresso nella vita delle donne che ho finto di amare – che ho amato con la sincerità incresciosa della finzione. In dedizione alla loro vita come al corpo</strong> – mi sono fatto presentare ai familiari – sono entrato in confidenza con fratelli, cugine, genitori. Mi adatto a ogni parentela, con un garbo riconosciuto. Poi, <strong>colto dall’ineludibile desiderio di deludere, mi sono dileguato – consegnando il morbo del sospetto e il demonio del rammarico – restando, in effetti, indimenticabile </strong>– è ciò che avrebbe potuto essere che ci compiace, non ciò che è, una estatica dell’ovvio. Per questo ho istituito una fratellanza con te, Vera, disintegrando ogni altro legame – non sai quante vite ho dissipato, e forse è a questo che alludeva l’indovina. Necessità di individuare la zona cruda della vita ed esaudirla, per prepararmi a te.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora il virus mi impone l’orizzonte di un uomo che muore, che giace nel male – <strong>a Tabriz non esiste notte ma una nicchia dove gli dèi inferiori, quelli dalla faccia di sciacallo, si radunano – l’alba è l’alcova del Dio unico, l’isolato</strong> – da qui ti chiamo Definitiva, e me ne copro il cranio.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan</em></p>
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		<title>“Bisogna tradire tutto per capire cosa si ama… tu sei la maniglia che mi porta nella stanza del mostro”: il feuilleton della crudeltà di Veronica Tomassini e Davide Brullo</title>
		<link>https://www.pangea.news/bisogna-tradire-tutto-per-capire-cosa-si-ama-tu-sei-la-maniglia-che-mi-porta-nella-stanza-del-mostro-il-feuilleton-della-crudelta-di-veronica-tomassini-e-davide-brullo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Feb 2019 07:46:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. Sul blog della Tomassini potete leggere la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Sul blog della Tomassini</a> potete leggere la lettera di Vera; qui la risposta di Nathan. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. Le prime puntate del carteggio le leggete: <a href="http://www.pangea.news/senza-gestire-lignoto-veronica-tomassini-e-davide-brullo-si-gettano-in-un-epistolario-spietato-un-feuilleton-dellamore-e-della-perdizione/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>,<a href="http://www.pangea.news/quando-amo-amo-interamente-come-un-internato-un-progetto-letterario-di-tomassini-brullo-senza-gestire-lignoto-seconda-puntata/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>, <a href="http://www.pangea.news/che-cose-lamore-se-non-il-crinale-della-crudelta-lepistolario-tra-nathan-e-vera-il-folle-feuilleton-di-davide-brullo-veronica-tomassini/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>, <a href="http://www.pangea.news/ti-ho-amata-con-lindifferenza-che-si-cede-a-cio-che-uccide-il-feuilleton-della-crudelta-di-brullo-tomassini/" target="_blank" rel="noopener">qui,</a> <a href="http://www.pangea.news/la-lingua-brilla-tra-la-gola-e-il-mondo-come-un-sismografo-che-conosca-il-giorno-in-cui-gli-angeli-perderanno-le-ali-il-feuilleton-tra-gli-estremi-di-veronica-tomassini-e-davide-bru/" target="_blank" rel="noopener">qui</a> e <a href="http://www.pangea.news/lo-sai-che-gli-dei-generano-soltanto-unendosi-tra-fratelli-lettere-damore-e-di-crudelta-il-feuilleton-di-veronica-tomassini-e-davide-brullo/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>. </em></p>
<p>***</p>
<p><em>Vardenis, 28 aprile 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;">…e chi ha il destino di essere amato, chi può armare un giuramento di bronzo su questo destino, chi, chi? Si è amati, sempre, con la forza dell’assoluzione e della dissoluzione, come se le mani fossero un catino pieno di acido, in cui, sfacciatamente, scarnificare se stessi, diventare liquame, ferro fuso, che l’altro, poi, travaserà in un calco… cosa farai di me?, una maschera, una corona, una spada? <strong>Dell’altro non si ama l’individualità – una cosa così parziale rispetto alla pazienza degli alberi, così grottesca rispetto alla costanza dell’airone nel filare, ogni giorno, l’alba – ma il punto di rovina, la ragione con cui ci offende e ci mutila, la maniglia che ci porta nella stanza del mostro. </strong>Dell’altro amiamo ciò che di noi non vogliamo vedere – la miseria che non possiamo ammettere. Dell’altro amiamo l’eredità – la preclusione alla morte – il preludio al Regno…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ruba gli occhiali di Max Brod, Vera, forse capiremo il senso delle profezie di Kafka – un uomo ispirato deve farsi rappresentare nel mondo da un uomo meschino, l’innocenza è il carico geloso della malizia…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">…non capisci, allora, ancora, la necessità di essere fratelli? <strong>“Chi domanda, chiede sempre tutto, finché quel tutto non è qualcosa da mettere in tavola, comune come una forchetta, atteso come il pasto”, ti ho detto,</strong> in quell’unica notte che fu dono, anzi, nodo, il punto di sutura del secolo, l’unione degli apolidi, dei senza nulla, dei tramandati tra miagolii e pallottole…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">…chiamati a rigenerare il rifiuto, entrambi abbiamo la fortuna di chi non è amato. Per le donne sono l’alieno ricordo di marmo, indimenticabile perché assente, assolto nella vigna dei verbi…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>…cosa si ama di sé: le geodetica della propria generazione o lo stato d’orfano, la necessità che qualcuno fondi per noi una famiglia, una casa ad angolo sul gomito degli angeli?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">…per amare bisogna perdere… bisogna essere perduti finché il rintocco del giorno non avrà neppure il valore di un balbettio… il re Davide sigilla la promessa di Dio pronunciata da Nathan – “ti darò riposo dai nemici – ti farò una casa – ti renderò stabile nel sempre” – con l’adulterio, con il tradimento, ma Dio non lo mutila, lo delinea nel perdono… <strong>bisogna tradire ogni cosa, bisogna tradire se stessi per capire cosa si ama… sposati Vera, sorella, sposati e io pretenderò la tua vita non appena tu l’avrai promessa a un altro, e capirai che un anello può essere una grotta, un precipizio, </strong>e mi vorrai, ancora, scarnificando le cronologie, dando una scansione inedita, impellente ai calendari – gli umani spesso hanno occhi da toro, ed è meno complice un complotto di cani della loro codardia.</p>
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<p style="text-align: justify;">…non sai quante generazioni ho snocciolato, come un rosario, quanti padri mi sono attribuito, quante gesta, una gestazione della paura, un mattatoio di parenti…</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>La fratellanza è necessaria per abolire la parentela dal resto degli uomini – ti soffoco?</strong> L’amore è una cella o un volo?</p>
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<p style="text-align: justify;"><em>Vardenis, 29 aprile 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;">Armenia è un nome che mi sta tra le dita – Vardenis ha splendore di ciglia – le montagne brillano, bianche, come un’offerta. Forse è qui che voglio vivere – con i monaci che abitano sulle sponde del lago Sevan abbiamo comparato la mia carta delle stelle, svedese, dipinta nel XVIII secolo, con quelle in loro possesso, disegnate tre secoli prima: diverse costellazioni non corrispondono, ad alcune i padri danno il nome degli eroi biblici, Sansone, Abramo, Giuseppe, Maria… tra le stelle tutto ha la crudeltà del candore… Un monaco mi racconta che secondo una leggenda armena l’Arcangelo Raffaele ha ucciso il drago che dominava il Sevan, poi lo ha sbriciolato, lanciando le sue carni, lucide, lucenti, pulsanti, nel corpo del cosmo, “così gli uomini ricorderanno che il male è scintillante, ma si può trafiggere”, conclude il monaco, leggendo qualcosa che è conficcato nella sua memoria da ere, come edera che snatura la corteccia, rende niente la statura del bosco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Amo la banale obbedienza delle stelle, di cui prevendo la migrazione, così diversa dalla volubilità dell’uomo</strong> – stiamo così poco in vita da sconfiggerci, ora per ora. Vorrei amarti come fossi una pietra – come una cosa che escludi, esclusiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ti accerchio – tra poco arriverò da te, sorseggio Armenia, Israele non è promessa a me, è un patto conficcato di elusioni</strong> – a volte le case mi sembrano lettere, i prati un poema in terzine: non ho ammissione neppure per il mio nome – per ciò che puoi saperne anche il mio nome è un falso – Anna Achmatova mi ha risposto, ho pensato di leccare le ginocchia della divinità, in venerazione nella città di Pietro – nel biglietto spicca una poesia, ne ricordo alcuni versi, mi sembrano scritti per te, come se fossi un filo elettrico tra Vera e il resto dell’umanità:</p>
<p><em>Perché è gioia avere gli occhi del ghepardo</em><br />
<em>sulla dorsale e riconoscere che l’asse del collo</em><br />
<em>rimuove le stelle dando idioma al futuro</em></p>
<p><em>sai che salire è una disciplina – l’alba ha una</em><br />
<em>natura informe se non sei tu a numerarla </em></p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>I monasteri, sul lago, sembrano guanti di pietra abbandonati lì da millenni, quando il mondo era popolato dai titani e dagli angeli, e non era più giusto, era soltanto più bello. Un monaco che mi sembra un bambino, come se la veste sapesse immortalare l’infanzia infinita</strong>, mi porta a un portale – sotto la Croce, a sorreggerla, c’è un leopardo. Il monaco mi parla del leopardo che dai tempi dell’impero persiano scende al Sevan, come se fosse il suo abbeveratoio. Dicono che il lago conservi l’immagine del leopardo, e chi vi s’immerge vede leopardi sotto il filo gelido delle acque. Ogni anno il leopardo uccide un monaco, un novizio – nel leopardo i monaci vedono la Gloria di Dio, una promessa che si avvera nel morso. <strong>“Finché qualcuno non passeggerà sulla schiena del leopardo, come in una stanza, usando il suo cranio come leggio e gli occhi come testo sacro”, dice il monaco, ripetendo un poema inazzurrato dai secoli.</strong> Negli occhi del leopardo, dice, è inciso il Genesi – guardare negli occhi del leopardo vuol dire sparire dentro la lingua di Dio. Ricordo i tuoi occhi, netti come l’<em>aleph</em>, decimati come la <em>tav</em>, Vera.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vedi… Vera… è bastata la tua noia, una promessa di nozze, la tua magrezza d’ago e d’argento a piantarmi nell’epoca, i tuoi vaneggiamenti per ridurre le mie cicliche perversioni a un cilicio,</strong> per sfibrare i verbi in un favore ai morti, che come lupi della sera traggono ossessioni dal bacile del mio costato…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Prometti – una promessa d’acqua e di delazione. Cuci per me una coperta – cuci sulla coperta una mappa stellare – assicura alle costellazioni i nostri nomi – così saremo astrali </strong>– dormiremo sotto la coperta che hai cucito per me – e non esisterà altro cielo oltre – faremo crollare le stelle sulla nostra lingua,</p>
<p><em>Nathan</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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