“Da qui ti chiamo Definitiva e me ne copro il cranio”: l’epistolario estremo di Veronica Tomassini e Davide Brullo

Posted on Febbraio 24, 2019, 9:31 am
11 mins

Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. Colpito da un morbo contratto in Armenia, mentre cercava di raggiungerla, ora Nathan è bloccato a Tabriz, in frantumi di delirio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. Sul blog della Tomassini potete leggere la lettera di Vera; qui la risposta di Nathan. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. L’ultima puntata del ciclo è qui.

***

Tabriz, 20 giugno 1950

Tre sono le tue vite – una è questa. Aveva la lingua per metà blu, un cervo impennato disegnato sulla guancia destra, una longitudine di rovi tra i capelli – il male, che ha declinazione retorica nel sangue, mi fa sognare troppo e questo, pare, mi lacera le forze. Delle tre vite l’unica che non intendeva considerare – seduta nel cortile dell’ospedale, non chiede soldi per sondare il passato, non cede, ma la pazienza di uno che dia calibro all’oggi – era la quarta, questa, perché, diceva, “per ascendere al futuro bisogna capire ciò che è morto”. Mi svelò la prima – “alle altre arriverai di conseguenza”, disse, bisbigliando, come se avesse un millennio e la sua vigna tra i denti – e io pensai a quel nugolo di versi di William Butler Yeats – Once out of nature I shall never take/ My bodily form from any natural thing,/ But such a form as Grecian goldsmiths make –, che avevo letto a Reims, incisi sulla lama di una spada ornamentale, nella casa troppo sontuosa dell’uomo che avrebbe traviato mia madre, ti giuro, prima che lei mi dicesse. “Eri orafo tra gli Sciti, nel IV secolo prima di Cristo – ti uccisero dopo aver elaborato il collare della regina, perché è inconcepibile la vita di chi offre una forma pura”. Improvvisamente mi sembrò che i bambini orfani, nel cortile, stessero giocando con il sole, lo avessero staccato dalla sua orbita, come demoni minori e passeggeri, troppo capricciosi per curarsi degli inferi – mi parve che si stessero spartendo l’astro, a morsi, e la luce mi lavò l’iride – caddi – la donna, forse, d’età inutile, era il prodotto del secondo o del quarto sogno, geologicamente collegato agli altri.

Non riesco a uscire da Tabriz e tu sei il mio acquartieramento nella quiete – la tua povertà, la tua insufficienza, sono così risolte – Antartide non è abbastanza perché quel bianco – su cui l’astro con lascivia lava e dilata la sua colpa – non rende ragione alla tua bianchezza.

Dicono che a Urmia sia nato Zarathustra – mi sono recato lì con un rabbino – va in giro con un seguito di cani, gli trottano intorno, li tratta come se fossero le dita di Dio. Avrei chiesto di raggiungerti almeno con l’anima, introducendola a forza nel corpo di un colombo – le lettere evocano fraintendimenti, un cataclisma di interpretazioni contrapposte. Le parole hanno quel blu che porta al tradimento, per una banale scomposizione delle virgole in vizio. Ma il morbo mi ha massacrato – come se avessi una voliera nello stomaco – e il rabbino, che ha il nome di uno degli angeli maledetti, ride quando qualcuno è preda del male, perché lo ritiene una chiara testimonianza divina, e chiama i cani Keter, Chokhmah, Binah, come le Sephiroth, gli attributi di Dio – mi ha riportato a Tabriz, in questa prigione di veli e di cure, incastrato al regno onirico. Non so dirti se esista la luna, qui, o se i cani del rabbino l’abbiano spaventata, ad accucciarsi tra Israele e il Mediterraneo e la sua invidia.

*

Tabriz, 22 giugno 1950

Della violenza degli Sciti racconta Erodoto – e della valenza dei loro orafi. Come se il sangue fosse equivalente all’oro, come se il massacro assuma lucentezza, come se il raro sia possibile solo tra i sopravvissuti. Viaggiai fino a Buenos Aires – trovando virtù per vite che sono di molto superiori a tre o a quattro – per acquistare una mappa del cielo degli Sciti. Era, appunto, una piccola placca d’oro, intagliata con finezza: negli occhi di un giaguaro che salta – granitico nel desiderio –, sono disposti, da un lato, il nostro pianeta, dall’altro la Luna – sulla lingua è deposto il Sole e sul corpo della bestia si aprono costellazioni di forme sconosciute. Ciò che vale per le parole, vale per le stelle nel cosmo: a seconda di come le interpreti, qualcosa orienta, qualcuno ama, distribuisce o disturba. Ho rivenduto quella placca – per anni ho voluto essere il salto nell’oro di quel giaguaro stellato – a un banchiere di Firenze, dieci anni fa – coltivava serpenti in una vasca, frusciavano con suono di bicchieri e di gambe, intonati al disinvolto cinismo del loro padrone. Capelli laccati, vestiti ordinari come il codice penale, l’impeccabile pinguedine di chi somministra la ferocia come un farmaco. A volte, immergeva un uccello nella vasca, vivo, un passero, una gazza, chiudeva il coperchio, l’uccello urlava in gergo umano, affondava nello scintillante sibilo delle serpi – insieme si muovono con l’acuta prescienza di un fiume – come si getta una pietra in un lago, che smuove il sentimento dell’acqua, poi è nulla. Di ogni luogo, ho bisogno di vedere il potente – chi è efficace alla Storia e ne è l’anatomico esecutore – hanno visi simili a un proiettile – perché agire se l’unico scopo è sparire? Eppure, è più facile vedere un dio che razzola tra gli impuri piuttosto che mentre brandisce una spada, invitando alla costruzione di minareti e alla distruzione di tutto il resto.

Più tardi

Ho parlato di te al rabbino, lasciandogli assaggiare alcune frasi delle tue lettere – le odora e i denti sono decine di ventri e di polmoni, pulsano, si muovono – a Budapest ho sentito odore di arancio nella nebbia e ho pensato che basti un crocevia di luminosità, un luogo dove maceri per anni lo stesso giorno, a stimolare un’etica anomala. Poi, più tardi, mi prende le mani, come se fossero le tue lettere, e dice “lei non può che essere amata perché è la morte” – il viso del rabbino è carta, puoi strapparlo, e sotto ce n’è un altro, poi un altro, infine il muso di un cane, quello di un lupo, un falco: il rabbino sa che ogni cosa è un’altra, che nell’albero c’è la natura di un acquazzone, che la pietra ha in serbo il ragno, ed è per questo che prega, fino a escludersi, per stabilizzare il creato. “La magrezza estenuata, la quiete arcuata con cui ti attende, di chi non vuole e non ha, introdotta alla privazione, il campo che le ha disseccato il corpo e scorporato lo spirito – lei è una risorta, una ricomposta”. Cita testi che non conosco – di cui sono esecutori i celesti – dice “per vivere devi morire in lei” – e la sua indagine è più alta dei vaniloqui della fattucchiera – poi mi chiede chi vorrei essere, e sa che realizzare qualcosa è uccidere.

Più tardi, ancora

Forse scrivere è il mattatoio – ambire a queste lettere che hanno muggiti, e cavalcano, e una mortalità più ambigua della nostra. Per anni ho fatto ingresso nella vita delle donne che ho finto di amare – che ho amato con la sincerità incresciosa della finzione. In dedizione alla loro vita come al corpo – mi sono fatto presentare ai familiari – sono entrato in confidenza con fratelli, cugine, genitori. Mi adatto a ogni parentela, con un garbo riconosciuto. Poi, colto dall’ineludibile desiderio di deludere, mi sono dileguato – consegnando il morbo del sospetto e il demonio del rammarico – restando, in effetti, indimenticabile – è ciò che avrebbe potuto essere che ci compiace, non ciò che è, una estatica dell’ovvio. Per questo ho istituito una fratellanza con te, Vera, disintegrando ogni altro legame – non sai quante vite ho dissipato, e forse è a questo che alludeva l’indovina. Necessità di individuare la zona cruda della vita ed esaudirla, per prepararmi a te.

Ora il virus mi impone l’orizzonte di un uomo che muore, che giace nel male – a Tabriz non esiste notte ma una nicchia dove gli dèi inferiori, quelli dalla faccia di sciacallo, si radunano – l’alba è l’alcova del Dio unico, l’isolato – da qui ti chiamo Definitiva, e me ne copro il cranio.

Nathan