“Che cos’è l’amore se non il crinale della crudeltà?”: l’epistolario tra Nathan e Vera, il folle feuilleton di Davide Brullo & Veronica Tomassini

Posted on Gennaio 17, 2019, 9:16 am
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Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. Sul blog della Tomassini, qui, potete leggere la lettera di Vera; qui la risposta di Nathan. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale.

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Kaliningrad, 23 febbraio 1950

Vera.

Bisogna dissipare il corpo e vomitare l’anima, dalle narici, sottile come un filo d’argento. Bisogna sarchiare il corpo per verificare se l’anima ha un’algebra, se esiste, che colore ha. Si è al mondo per squalificare la propria anima – per evitarsi ogni altra passeggiata ultraterrena – si vive per morire definitivamente.

Tu sei Vera perché la verità del tuo corpo è stata svelata a tutti – senza resa, io sarò l’ultimo – verrò a raccoglierti – non per amarti – per legarti al collo. Per legarti ai polsi. L’amore non esiste, è il modo con cui l’uomo si concilia con il sopruso – esiste il compito, e tu non hai ancora capito che ti amo proprio perché sei vuota, esiti, non esisti – mi basta scoppiare un fischio, qui, da questo gorgo d’Occidente, e tu sparirai, per sempre.

Gli uomini del deserto, in Africa, chiamano la costellazione di Cassiopea “l’Avida”. Dicono che un uomo di Dio, di nome Selim, un uomo spietato con i nemici perché esperto nell’arte della colpa, fosse stato sedotto da una donna di Saba. “Aveva ridotto la sua anima a un dado, e il deserto, che prima gli sembrava logico come un ordine, ora gli appariva la prova del caos”, scrive Tabari nella Storia dei profeti e dei re. Disorientato dalla donna, Selim la rinchiude in una prigione di vetro, perché tutti vedano il viso di chi sa eludere l’esegesi di Dio. Eppure, la notte, “quando il vigore dell’angelo si assottiglia”, Selim desidera essere la prigione, desidera essere la colpa e il torto. “Che cos’è l’amore se non il crine e il crinale della crudeltà?”, dice l’uomo che non sa più scoprire la sentenza di Dio nella corsa obliqua degli scorpioni. Scrive Tabari che “quando Selim si uccise, la donna, che fino ad allora non aveva mostrato interesse verso il suo carceriere, gridò fino a distruggere il suo corpo e a tramutarsi nella costellazione che è detta ‘l’Avida’, perché ribolle l’urlo nell’uomo che non si contiene”.

Le stelle sono i puntelli che minano la paura – che l’uomo pattugli di storie l’oscurità è un ambito della sua debolezza – senza ambasciatori vogliamo essere aggiogati alla gioia.

Cercherò tua sorella – sono pronto a disseppellirla – a fecondare un cadavere – purché riconosca tracce di te. Saprei uccidere tuo padre – per esserti padre, sorella, creatore. Piuttosto, andrò alla ricerca dei tuoi carcerieri, per avere istruzioni su come farti godere allietando il dolore.

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Di pomeriggio

Vedo le anime di chi mi è intorno: torme di anime, sulla strada, come pesci, saltano ovunque, con bocche allucinate, che abbagliano richieste archiviate millenni fa – da che mondo veniamo e perché abbiamo questo bisogno indifendibile di una casa?

Voglio vedere il Baltico. Ho ricevuto una richiesta da Kaliningrad: un collezionista ha comprato una mappa celeste del Seicento, di fattura olandese, con raffigurazioni pregiate. Sopra il muso del Drago una ragazza, che nella cartografia è detta Virile, allieva della Vergine, offre al mostro il braccio, in pasto. “Secondo lei la ragazza intende trasformare il Drago in uno sposo innocuo o è lei, piuttosto, la causa della sua mostruosità?”, mi ha chiesto il collezionista, dice di chiamarsi Anton, è di una eleganza pudica, eccessivamente magro, con il viso simile a un’arma, aggressivo. Ha aperto la carta sul tavolo della sala, troppo ampia, guarnita di finestre che sbocciano sulla piazza centrale di Kaliningrad – ci si potrebbe costruire una piscina, penso – lui dice, “potrei vinificare il Baltico, raccoglierlo in bottiglie, venderlo” – ride ammettendo che la malizia è l’occasione che stabilizza il mondo. Mi informo sempre riguardo ai miei clienti. Anton – che a volte si fa chiamare Gustav, altre Friedrich – ha trattato con russi e tedeschi, perché tutti apprezzano chi è rapace e sa tradire con glaciale onestà – costruisce navi. Ha dieci figlie, avute da donne disparate e disperse – abitano con lui – dicono che siano le sue concubine. Amo gli uomini oscuri per credermi una fiamma. Gli ho risposto che non credo nei mostri come non credo negli innocenti. Soddisfatto, ha raddoppiato la cifra che gli ho chiesto.

Fatti scopare da Max Brod, magari scoprirai qualche segreto su Kafka – io voglio essere l’unico uomo che non ti tocca – io ti rammendo a me, io ti prendo da terra, ti cucirò l’anima alla lingua – ma Israele, davanti a me, ha il muso di un cane, ringhia.

*

Di notte

Anton mi ha consigliato Else – una prostituta per ricchi. Ho preteso che mi ferisca. Mi tolgo la maglia. Schiena continentale, dice. Io sono niente. Io costruirò una nuova mappa del cielo, con costellazioni diverse, mai viste, perché così, forse, questo mondo muterà in timore del cosmo, sarà come girare una manopola, azionare un meccanismo a contrario. Le ho chiesto, prendi il coltello, incidi una linea parallela alla mia spina dorsale, ti pago. Anton aveva ragione – Else ha l’indifferenza dei santi, dei salvi. Mi segna, sanguino – la tua spina dorsale è un’anguilla, le vertebre barcollano, forse hai inghiottito un’anguilla, fa lei, e ride, e i muri comprimono la sua risata in un cubo. Così misuro la distanza genetica che c’è tra Baltico e Israele, tra me e la mia donna, il mio compito, le ho detto – poi ho preteso di dormire in cucina, mentre lei esercitava l’arte – altri due clienti, un bancario e il prefetto della città – perché sentire altri che si amano fino al gemito mi rassicura.

Ho segnato tutte le mie donne. Con un ago. Ho inciso su ciascuna il profilo di una costellazione – perché il legame sia assolutamente astrale, assurdo fino all’assoluto – so come chiamarle a me, non sanno che obbedire.

Anton mi ha detto che all’epoca dell’imperatore Traiano, in questi luoghi viveva un grosso mercante di bestie e di schiavi. La sua specialità erano gli animali esotici: di solito, trafficava in orsi bianchi. Una volta – ne parla perfino Tacito, giura Anton – ha deciso di allevare ghepardi, da destinare agli anfiteatri della Gallia. I ghepardi sul Baltico – li immagino trottare, come fasci di luce in mezzo al gelo – che immagine meravigliosa.

Nathan

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