“Lo sai che gli dèi generano soltanto unendosi tra fratelli?”: lettere d’amore e di crudeltà, il feuilleton di Veronica Tomassini e Davide Brullo

Posted on Gennaio 28, 2019, 10:04 am
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Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. Sul blog della Tomassini potete leggere la lettera di Vera; qui la risposta di Nathan. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. Le prime puntate del carteggio le leggete: qui,quiquiqui e qui

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Rize, 5 aprile 1950

Forse soppesando la pietra il bambino pensa di cambiare la conformazione del Mar Nero, forse crede di poterlo ridurre a una lettera, a un odore. Mi siedo con lui, gli dico che c’è un serpente annodato in fondo al lago, ed è per questo che il lago esiste, che l’acqua fluttua come velluto. Il serpente impedisce al lago di svanire, a noi di impazzire. Lui mi risponde, “le stelle esistono per potersi specchiare, qui”, e lancia la pietra nel lago; il sasso salta, e affonda un attimo prima di diventare una libellula. Quando gli dico che il mio lavoro è far coincidere ciascuna stella con un atto compiuto su questa terra, il bambino ride, se ne va, mi fa intendere che il tempo è inqualificabile e che continuo a confondere chi dorme con l’unico sognatore, quello che ha l’uomo cucito sulle palpebre e crea la Storia dalle narici.

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Le tue lettere mi inseguono, le leggo tardi – è come se vivessimo in epoche dispari, in anni imbottigliati dentro cisterne diverse – ecco, è come se ti scrivessi da vent’anni di distanza, e non so chi dei due abbia il pregio del futuro. Vedi, è implacabilmente impossibile un discorso, tra noi.

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Il bambino si chiama Enoch, è il figlio di Deborah. Ha ancora i segni del Drago che le ho inciso sulla spalla sinistra, intorno alla costola, ne ripasso i contorni con il mignolo, come una parola d’ordine. Ci siamo incontrati a Berlino, molti anni fa – il padre guidava una truppa di falsari, artisti capaci di duplicare con agio Vermeer e Lucas Cranach, Dürer e Rembrandt – non pensi che gli uomini preferiscano troppo spesso una vita virtuosamente falsa, la falsificazione di un’altra vita, presunta, un calco, piuttosto che scoprire la propria? Squali, iene, leopardi riempiono le lettere di Deborah, “inventi un bestiario per scaricarmelo addosso”, le ho scritto. In qualche modo, si attendeva la mia visita – Rize è un luogo anonimo, dove non puoi che domandarti perché l’uomo abbia bisogno di vivere insieme ad altri, forse per perfezionare la propria frustrazione. Ha divorato il mio corpo con gioia, ridendo, ripetutamente, come per retrodatare gli anni, erodere la città, falciando ad erba ogni enigma. Quando il bambino ci ha visto, si è limitata a rimproverarlo, con una singola parola, consapevole che chi svela la nudità della madre non può evitare gli inferi. Più la picchiavo più s’incendiava di gioia, avrebbe voluto che la uccidessi, forse, e ho capito la sua disperazione, e le ho baciato la schiena. Più tardi, ho venduto al marito, che possiede oceaniche piantagioni di tè sulle colline di Rize, una mappa del cielo incisa sul bronzo, fabbricata a Bisanzio, nel V secolo. “A forza di lavorare con le stelle, finirà per perdere la vista, senza riconoscere più il valore delle cose reali”, mi ha detto l’uomo. Toccava con un certo vizio la moglie, Deborah, diceva che le sue mani erano “fuochi freddi, come le stelle”, poi mi ha fatto assaggiare il suo tè, famoso in tutta la Turchia.

Rise, 6 aprile 1950

Una donna mi scrive, “devo slacciarti tutte le maschere, te le leverò a colpi d’unghia, infine, resterà un buco, con le vene sospese, senza sangue, una faccia piena di tentacoli”. La V del tuo nome, Vera, mi fa visita: un giorno è come il becco di un rapace, un giorno è un sussurro.

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I vetri del furgone, simili a scudi achei su cui sia definito il valore di ogni guerriero. A Pazar, vicino a Rize, nel furgone, c’è un prete che accoglie chi deve confessarsi. La macchina è un residuo tedesco: i copertoni sono stati staccati e il mezzo sembra aver messo radici lì, in quel parco vicino al fiume Hemsin Deresi. I cani, gialli e magri, litigano, come galline, e non sembrano ammettere alcuna possibilità al Regno su questa terra. Il prete ha la faccia di un toro, gli occhi come dracme scurite nell’acido dell’era, e pensa che sia ammissibile una pace raggiunta con la violenza. Sa che il perdono è ferocia, che la redenzione è radioattiva. Entro nel furgone – potrebbe essere una cattedrale: la vastità è uno sbadiglio dell’iride – il prete fa Messa lì dentro – parliamo in francese, ma conosce anche il tedesco, l’inglese, il russo, “predico anche ai cani, ai venti, alle anatre”, dice, senza ridere. Gli chiedo, per sgranchire il dialogo, a cosa alluda l’Apostolo quando nella Prima lettera ai Corinzi parla della “sapienza che non è di questo mondo”, della “sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta”, ma il prete squalifica le mie questioni con una smorfia, “lei pensa di poter dare ordine alle cose, crede che le costellazioni esistano davvero e la riguardino, che il Potente abbia una quantità, una misura, una qualità specificata da aggettivi congrui, teologicamente accertati”. Il prete chiamava Dio il Potente, i cani cominciarono a sbattere contro il furgone, come una falange di eretici o come penitenti venuti a chiedere il dono del pane. Il prete uscì dal furgone, il furgone, privo del suo peso, oscillò, forse era l’Arcangelo Gabriele aggiogato in quel luogo disperso, sulle sponde del Mar Nero, al di fuori della cronaca, ai confini della Storia – poi fece scappare i cani, urlando, “lo vede il Potente?, il Potente non sta in cielo, sta qui, nel mio braccio… cominci ad immergersi febbricitante nel caos, perché il Potente ci fa la grazia di sperimentare tutti i tradimenti per poterlo ammettere”. Ho atteso che dicesse Messa – non sono entrato nel furgone – ci saranno stati una ventina di fedeli, alcuni seduti sul cofano, per lo più donne. L’ostia sembrava l’occhio calcificato di una divinità androgina, arcaica. I cani fiorivano intorno a me, felici, scambiandomi per una pianta.

Di sera

Vengo a tuo padre. Iacob è un uomo destinato ad avviare più generazioni, a provare conforto per la perdita dei figli migliori. Parlargli di te sarebbe stato inutile – crede, come le creature carnali, che basti infangarsi in una donna per fuggire dolori che lo sigillano al passato. Piuttosto, gli ho parlato di me. Iacob ha conosciuto mia madre a Reims, poco dopo la Prima guerra – mia madre, figlia di un archeologo di pregio, era già sposata. Iacob anche. Si sono amati, con scabro candore – mia madre è rimasta incinta – sono nato io. Mia madre non sa mettere tenda nella menzogna: il marito ha permesso di cauterizzare l’infamia dandomi il suo cognome, ma ha fatto obbligo a mia madre di farmi crescere con la sorella, mia zia Ruth, e così è stato. Forse nelle stelle cerco una paternità ulteriore, una leggenda. La zia si è scritta con Iacob per una manciata di anni – poi vita, oblio e consuetudine consolidano la stessa melma. “Da lei non desidero il pegno di un sorriso”, ho detto a tuo padre, specificando, “lei non mi è padre, io non le sono figlio, sono venuto a liberarla dalla memoria – ciò che volevo, l’ho avuto”. Tuo padre mi è sembrato sereno – ciò che torna dal passato è sempre una condanna. Riferendomi a ciò che volevo, l’ho avuto, parlavo di te. Sfatare l’incesto con l’amore – possedere, carnalmente, la vita da cui mi hanno abolito, con ogni desunta cronaca di genitori, anni, cugini – ti ho seguita per anni – lo sai che gli dèi generano soltanto unendosi tra fratelli?

Nathan