“La lingua brilla tra la gola e il mondo come un sismografo che conosca il giorno in cui gli angeli perderanno le ali”: il feuilleton tra gli estremi di Veronica Tomassini e Davide Brullo

Posted on Gennaio 25, 2019, 7:36 am
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Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. Sul blog della Tomassini potete leggere la lettera di Vera; qui la risposta di Nathan. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. Le prime puntate del carteggio le leggete: qui, qui, qui, qui.

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Sebastopoli, 27 marzo 1950

Lei muove le mani come se stesse cogliendo dei fiori, appena sorti, nell’incavo dell’aria. Non ha parole e gesticola come se le dita fossero un vocabolario – afferro il braccio – è marcata – le nove stelle del Cigno sul polso sinistro – gliele ho incise con un ago vent’anni fa, forse – ma lei, è certo, ora mi afferra ed è un buco in fronte tutta la sua vita, vissuta per mettere massi intorno all’assenza. Ora Dina ha una figlia, una bellezza vigile ma esausta, il marito è il proprietario di una cartiera, tra le più grandi di Sebastopoli. Le ho scritto per vent’anni, con la costanza di chi sa quando è il momento di cogliere – prima di raggiungerti, Vera, devo sanare tutti i miei legami, reciderli fino a far scolare l’anima, azzurra, dal midollo, e berla come se fossi un dio che sa liquidare i ricordi e rendere olimpico il bisogno. “Non si può essere indulgenti, ma indurre una più proficua cattività”, le ho scritto, nell’ultima lettera, un mese fa. Lei mi ha risposto, implorandomi di prenderla e di predarla fino a quando si è sposata, otto anni fa. Da allora, ogni anno, mi invia, a Praga, un foglio di carta con le istruzioni per costruire un airone, un’aquila, un falco. Non parla. Come se con le mie lettere avessi esaurito le sue parole, come se fossi un cannibale di vocaboli. Ha paura di mostrarmi la figlia, e a me sembra che ogni città abbia una propria natura, occhi propri, un proprio odore e un proprio corpo di bestia e di Sebastopoli, ovunque, sento il nitrito.

Amori presunti, setacciati dal caso, scritti su una fibbia che qualcuno, un attimo dopo, levigherà fino a confondere le lettere, con un panno di ferro. So cosa vuole Dina e la prendo – l’isteria di un pettegolezzo da spartire con la vedova arricchita della casa di fronte – arroccarsi al corpo, ancora. Sul tavolo della cucina, dopo, l’ho inginocchiata, le ho chiesto la lingua, l’ho segnata con un coltello – la lingua brilla tra la gola e il mondo come un sismografo che conosca il giorno in cui gli angeli perderanno le ali. Dina ride, ora, come se la malia del corpo, bevuto per frammenti, l’abbia fatta tornare ragazza, ingioiellata di sangue. La sua risata è una grandine, e lei ora mi rivuole, ignara che sulle tende le ore sembrano ragni e che le voci, a grappoli, sulla via centrale, segnalano che il mondo non scompare mentre facciamo l’amore, che il mondo concima la sua granitica ostilità.

La tua gioia nel subire gli oltraggi, convertendoli in una richiesta di nozze, è affascinante, Vera. Ricorda che la compassione è un’ambasciata di ambiguità. Scrivi da sconsiderata, da sconnessa, per te l’amore è una punizione da espiare – per me è adorazione. Arriverò davanti a te, dopo molte, centellinate vite, per il puro gusto di guardarti – e tu ti distruggerai, cambierai i volti, ti sfracellerai con le pietre il naso, le labbra, il mento, pur di capire quale icona potrà farmi scattare, saprà indurmi a toccarti. Aspettami con un panno sul viso – come le spose, come i cadaveri.

Di sera

La virile ottusità di Sebastopoli non le impedisce di avere una biblioteca degna – la pioggia sega la statura della sera come ghepardi d’argento – Dina mi segue ovunque, con accanita fedeltà – vedi cos’è l’amore?, basta una parola, sfasare una promessa, un’ora scarsa, per inquinare un ventennio, per annegare nel buio di una vita immaginata. Vogliamo il labirinto e il mostro, questa è la verità – e a quel mostro diamo nome Dio, gli siamo dediti, sperando che l’indifferenza sia sangue, che l’assenza, assennata, sia forza. Ho scoperto una lettera di Aleksandr Puskin: il grande poeta scrive a una ignota Marija Z., nel 1825, le racconta che “secondo una leggenda armena la costellazione della Lucertola inizierà a mordere Pegaso, poi Cassiopea e Andromeda, e il cosmo precipiterà per un bisticcio, morirà per un solletico…”. In un passo successivo Puskin è in estro seduttivo, “solo ciò che è incorporeo uccide davvero: una reticenza, un ritardo, l’idea che rabbia e invidia abbiano una identità da condannare, che il rifiuto riesca a sradicare alberi e palazzi”. Posseggo la carta stellare consultata da Puskin – era quella del padre della moglie, Natal’ja Gončarova, dipinta a San Pietroburgo, con descrizioni in francese, nel 1787: questa lettera mi consentirà di vendere a miglior prezzo la carta, di scrivere qualche articolo su una rivista moscovita, magari di ottenere l’approvazione di Anna Achmatova. La pioggia continua a sbilanciare la visione delle cose, i passanti sono maciullati e ricomposti lì per lì con una colla inefficace – per questo, forse, non mi sei stata mai così vicina come ora.

Ancora

Vuoi sapere di tuo padre. L’ho visto a Sebastopoli. Abita non lontano dalla casa di Dina. Fermo. Rincuorato. Ha una donna. La tragedia ha il compito di decuplicare la forza della vita. C’è chi indovina la dottrina dei morti e chi pensa che si possa incontrare la stessa persona, a distanza di vent’anni, senza che affiori il giudizio, con una pericolante purezza. “O fai fare alla vita o gli metti la museruola”, l’ho sentito dire, spavaldo e sconvolto come lo sono i sopravvissuti – ti dirò.

Dare poca importanza alla cronologia ti farà invecchiare prima – ma mi sembra che tu viva come una morta, con clessidre nella laringe. Il sofferente non vuole una cura e, credimi, ho amato con una dedizione tale da costringere alla fuga. Ci si dedica a una persona finché le è insopportabile la vertigine, la virtù della trasfigurazione – il dono non è dare un nome, ma farne abominio, lasciarsi baciare.

Di fronte all’albergo in cui dormo c’è un piccolo lago – il cavallo era a terra, con le pupille divaricate come l’Odissea – alcuni corvi sono scesi a frantumarlo – la pancia si muoveva ancora, potevo immaginare il cuore, maestoso, a forma di cattedrale, te lo avrei regalato – ma i corvi non hanno concetti e con la perizia dell’esegeta hanno iniziato a scarnificare il corpo del cavallo. Il sauro si è mosso a scatti, per poco, come se fosse una balena, inopportuna, sulla spiaggia, mentre i corvi salivano e scendevano sul suo corpo generoso, come creature nate dalla carità. Un rospo è entrato nella bocca del cavallo, e ho pensato, per un attimo, che potesse uscirne edotto nell’arte della metamorfosi. Ho disposto una trama di tigri di vetro sulla scrivania. Ne sacrificherò qualcuna, per te – forse quella che mi ha regalato un maestro del vetro in Marocco. Non ti ho detto che ho imposto a Dina il pasto delle mie lettere. Prima ha preteso la carica della carne – come se ciò potesse retrodatare il tempo al primo bagliore verbale di un dio – poi ha mangiato le lettere, sminuzzate, con refoli di latte, per insaporirle. “Diventerò come te, sarò te, sarò te”, diceva, imbizzarrita, felice.

Nathan

*In copertina: Elliott Erwitt, “The engagement party of Grace Kelly and Prince Rainer of Monaco at the Waldorf-Astoria Hotel”, New York, 1956; © Elliott Erwitt; Magnum Photos