skip to Main Content

23 aprile: il giorno in cui nasce (e muore) William Shakespeare. Gita al cospetto del (brutto) monumento funebre del Bardo nella chiesa di Stratford-upon-Avon

Il 23 aprile William Shakespeare nasce, il 23 aprile William Shakespeare muore. Quel giorno è l’apice della letteratura in lingua inglese e, in fondo, della letteratura occidentale moderna. Secondo Harold Bloom, infatti, William Shakespeare è il dio del canone occidentale: Dante è alla sua destra e Cervantes alla sua sinistra.

*

Shakespeare, voglio dire, al netto delle sue influenze italiane – interessanti ma irrilevanti riguardo agli esiti – è ‘cosa nostra’. I nostri poeti si sono spremuti e sperimentati in Shakespeare. Esempi. L’Otello secondo Salvatore Quasimodo; Amleto secondo Eugenio Montale – traduttore, invero, così così –; Riccardo II secondo Mario Luzi – traduttore d’eccellenza –; Riccardo III secondo Patrizia Valduga; i sonetti secondo Ungaretti. Fossi un editore, affiderei, dramma per dramma, l’intero corpus shakespeariano ai poeti di oggi. Che meraviglia.

*

Henry Wallis, “Gerard Johnson scolpisce il busto di William Shakespeare”, 1857

Il 23 aprile gli inglesi fanno una gita a Stratford-upon-Avon, presso la Holy Trinity Church. La chiesa, edificata nel 1210, ricostruita nel tardo XV secolo in gotico sassone, contiene il sepolcro del Bardo che nella chiesa, ricordano con lauto godimento turistico – e hanno ragione – è stato battezzato il 26 aprile del 1564 e vi fu sepolto il 25 aprile del 1616. Il monumento che tutela le sacre spoglie – con avviso sopra il sepolcro: “sia dannato chi osa derubare queste ossa” – è stato creato prima del 1623 da Gerard Johnson, scultore di schiatta olandese – il papà era venuto da Amsterdam al servizio di elisabettiani e di giacobiani, esperto in arte funeraria – di cui si ricorda poco altro che questa creazione, che, secondo l’aforisma vipera di John Dover Wilson, raffigura, tanto è brutta, “un macellaio di maiali soddisfatto di sé”. Tuttavia, la sua commissione fu così importante per la patria che Henry Wallis, pittore preraffaellita, la eternò in un quadro grazioso quanto oleografico, Gerard Johnson carving Shakespeare’s funerary monument.

*

Sono affascinanti, come sempre, questi cunei d’ombra, il climax dell’enigma. Di William Shakespeare sappiamo quasi nulla, potrebbe essere il vicino di casa; si dubita perfino dei ritratti che gli hanno fatto; il busto funebre è quello di un borghese qualsiasi, ingrassato grazie a una attività commerciale di blando successo. Avesse avuto un Michelangelo: piuttosto, a onorare il Bardo dopo morto è un oscuro mestierante di ascendenze olandesi. Quasi che umiltà e insignificanza detergessero il genio, conservandolo. Shakespeare, l’uomo che ha tradotto il cosmo nel palmo di una mano, che ha svuotato i cieli degli dèi, che ha fatto della follia un fatto e dello smarrimento un carisma, che ha saputo scrivere il cuore dell’uomo e il centro del cosmo, inventando sentimenti prima implausibili, è davvero quel tipo biecamente bolso, con baffetti all’insù e pizzetto facile, calvizie incipiente, non fosse per i ciuffi ai lati della pelata? Pare più un notaio, quello, che il poeta più alto del mondo occidentale.

*

Intorno al monumento funebre di Shakespeare ha scritto un pensiero, sul Times Literary Supplement, in questi giorni di festa, Gregory Doran, regista, appunto, esperto nel menù shakespeariano e direttore artistico della Royal Shakespeare Company. Il pezzo s’intitola An altar in the name of… e specula intorno al fatal monumento e alle vetrate, precedenti, che lo circondano. Le vetrate alle spalle del monumento shakespeariano raffigurano – e questo un poco fa tremare la ragionevolezza teologica di Doran – l’episodio, narrato nel primo libro dei Re, in cui il profeta Elia, sul Carmelo, sbaraglia i sacerdoti di Baal, dimostra che il vero dio è Lui, e ne sgozza 450 (“Elia disse loro: «Afferrate i profeti di Baal; non ne scappi uno!». Li afferrarono. Elia li fece scendere nel torrente Kison, ove li scannò”, 1 Re 18, 40). Una interpretazione programmaticamente metaforica direbbe: come Elia, Shakespeare ha sbaragliato la concorrenza, ha sbaragliato i competitori. Doran offre, invece, una spiegazione intrisa di humor inglese. La citazione biblica “Con le pietre eresse un altare al Signore” (1 Re 18, 32), incisa sulla vetrata, viene sfalsata dal monumento funebre di Shakespeare, tanto che “ad ogni pellegrino letterato che si avvicina, il messaggio in evidenza è diverso, è questo: ‘Con le pietre eresse un altare a… William Shakespeare”. Briosa conclusione: “Si tratta di sovversione alle autorità ecclesiastiche? Oppure è una barzelletta postuma, intesa a stuzzicare i vescovi, consapevoli dell’incipiente successo, in termini di visitatori e di denari, della Holy Trinity Church?”. Diciamo che Shakespeare è il dio della letteratura, e non spingiamoci oltre. Tanti auguri. (d.b.)

Continua a leggere su Pangea

Back To Top
Cerca