Come sempre, poi, penetra il caso, scatena i suoi cani e tutto rompe, rovista, rovina.
In questo caso, mi premeva pronunciare una cosa molto semplice. Secondo il mio gusto, le poesie di Rosanna Warren sono belle. Ho letto Man in Stream, ne sono rimasto trafitto. Nata in Connecticut nel 1953, studi a Yale e alla John Hopkins, la vita della Warren non si scosta – per quel che ne sappiamo – dall’estro letterario. Nessuna polemica, nessuna confidenza con i media né clamorosa appendice esistenziale utile a forgiare un ‘personaggio’. Di lei si conosce la lista delle pubblicazioni – sette raccolte di poesie in quarant’anni: la prima, Pastorale, è del 1980, l’ultima, So Forth, è del 2020; dicono grandi cose di Departure, 2003, e di Ghost in a Red Hat, 2011 –, degli incarichi – ha coordinato, per Norton, l’edizione delle poesie e delle prose di Eugenio Montale – e delle traduzioni (tra tutte, Le supplici di Euripide, ma ha anche tradotto Pierre Reverdy, in un libro complessivo che accoglie traduzioni, tra i tanti, di John Ashbery e di Kenneth Rexroth, poi Marcel Proust e qualcosa di Patrizia Cavalli). In Italia, nessuno ha pubblicato Rosanna Warren: nel numero 266 (novembre, 2011) della vecchia serie di “Poesia”, la rivista edita da Crocetti, gli ha dedicato un servizio Lucio Mariani, Fantasma sotto un cappello rosso.

A me pare – delle poesie che ho tradotto, che mi piacciono – che Rosanna Warren discenda dalla poesia luminosa e selvatica di Mary Oliver (approdata in Einaudi, finalmente, con Primitivo americano, 2023) e da quella rovinosa, violenta di Robinson Jeffers. In lei, avrei detto – e lì mi sarei fermato – la natura, che domina, giunge a noi con una consapevolezza lirica abbacinante: alcuni poeti – bravi, bravissimi – ruotano la falce; Rosanna soffia nel vetro. Tutto qui.
Il caso, però, ha modificato tutto.
Il segreto di Rosanna Warren è un fienile. Lo dice lei.
“Ho frequentato fin da piccola gli scaffali dei miei genitori, sfogliavo i libri dei ‘grandi’, che ancora non potevo capire. A 15 anni, sapevo appena leggere il francese, fui particolarmente attratta dalla parte della libreria che conteneva i libri francesi e italiani di mia madre”.
I genitori di Rosanna avevano acquistato “un vecchio fienile nel Connecticut”, trasformandolo in una casa. La casa era piena di libri. I genitori di Rosanna hanno avuto una vita complicata prima di conoscersi.
“La prima volta che si sono incontrati, mio padre era sposato, mia madre aveva altro per la testa. La seconda volta, dopo la Seconda guerra, si scoprirono entrambi liberi. Si sono ‘innamorati’, cioè, sognarono una vita nuova. Il matrimonio, contratto nel 1952, pareva improbabile: lei era una ex trotskista, lui uno dei membri più attivi dei Southern Agrarian. Trasformarono un fienile in una casa e molti anni dopo, in quel fienile, trovai la testimonianza di una storia da romanzo. Un libro chiuso. Che ho voluto, pur con delicatezza, disturbare”.
Quando Rosanna Warren è nata, la madre compiva quarant’anni, il padre andava per i cinquanta. Robert Penn Warren, il padre di Rosanna Warren, è uno dei grandi, contraddittori scrittori degli Stati Uniti d’America, l’unico ad aver vinto il Pulitzer sia per la poesia (un paio: nel 1958 e nel ’79) che per il romanzo (nel 1947). È un poeta importante, negletto in Italia – fatta salva l’antica, introvabile antologia Einaudi, curata da Sergio Perosa, Racconto del tempo e altre poesie, 1971 –; ora intuisco la tensione della figlia.
La storia, però, si complica, ne è complice la madre di Rosanna, Eleanor Clark. Scrittrice di talento – nel 1964 vince un National Book Award per The Oysters of Locmariaquer –, amica di Elizabeth Bishop e di Mary McCarthy, sposò, giovanissima, per ragioni ‘di parte’, Jan Frankel, il segretario di Trotskij: ebreo, cresciuto in Austria, comunista, prese la cittadinanza americana con il nome di John Frank. Divorziò dalla Clark poco dopo aver contratto il matrimonio.
Ma non è questo il punto. La storia prende una nobile virata nel 1943. Eleanor Clark lavora per l’Office of Strategic Services, a Washington DC, quando conosce Alexis Léger, alto diplomatico francese: il suo nome è nella strettissima lista di ricercati dai nazisti, dopo l’ingresso a Parigi. Con il nome di Saint-John Perse, Alexis Léger è tra i grandi poeti del secolo: nel 1960 lo avrebbero coronato con il Nobel; lui, a quell’epoca, aveva 56 anni, lei 30.
“Due persone di talento, sfollate dalla guerra in circostanze diverse, si conoscono in una città inquieta, condividono una breve avventura poetico-erotica. Perse era un’amante capace, mia madre, già sposata, non era ingenua. Il fatto che l’avventura non potesse avere alcun futuro le conferiva un sapore particolare. Costruirono un linguaggio privato per i loro giochi”.
Rebecca Warren scopre la relazione della madre nella biblioteca di casa, nel fienile. Tutti i libri di Saint-John Perse sono siglati dall’autore, sigillati da dediche enigmatiche. Lui si firmava Diego, aveva ribattezzato lei Jennifer. “À Jennifer, Être de très grand luxe, et qui a droit à tout”; “Pour Jennifer, en souvenir d’un fer à cheval et d’un papillon mécanique”. Lui, maestro di reticenze, non accennò mai alla fugace relazione con Eleanor, tanto meno ne fa cenno nella sua elaborata, granitica, autarchica biografia. Disse di averle dedicato, con parole cifrate, Exil, il suo più grande poema – chissà a quante lo avrà detto. Lei non si arrabbiò, non si intenerì, diede per scontate le lascivie e le severità del poeta, il crollo e il decollo – la decollazione. Fu discreta – e ingigantì il suo amore. Molti anni dopo, messa alle strette dalla figlia, si raccontò; due anni fa, su “The American Scholar” (29 dicembre, 2022), Rosanna Warren svela a tutti l’arcano amore in un articolo – Foreign Affairs. The many lives and loves of the mysterious Saint-John Perse – non privo di spudorata tenerezza.
“Le poesie successive di Saint-John Perse, Pluies, Vents, e così via, sono troppo gonfie, sono lirica enfiagione. La fisicità e l’energia animalesca dei primi lavori lascia il posto alla febbrile ripetizione di grandezza e altezza. Rifiutandosi di sostenere de Gaulle, il diplomatico diventò di fatto irrilevante; il poeta, di contro, costruì pazientemente un monumento alla propria monumentalità”.
C’è un sentore di vendetta – o di giustizia, è uguale – in questa sentenza di Rosanna Warren. La madre aveva tradotto, nel 1965, Éloges, il primo libro del suo antico amante.
In ogni caso, è una bella storia – e gli amori vanno sempre taciuti, serrati in un sussurro.
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Uomo nella corrente
Sei nel fiume, imbrattate di fango
le braccia, zanzara satura di sangue sulla fronte
maglia gialla di assiduo sudore
mentre la corrente slitta tra le gambe
ambra, verderame, srotolando
l’oggi, il travaglio della scorsa notte…
Fissi il padre castoro, occhi negli occhi,
ma il suo sguardo ti sovrasta – e tu sconfini nel regno
senza volontà lo hai tirato fuori dal suo forte
bastione raffinato dai denti, con aureole di fango
tracce di fiamme che sfarfallano tra le vene della betulla.
La morte ci sovrasta. Implose radici
di alberi in picchiata ancora aggrappate alla pietra.
I licheni bruciano sul legno marcio, marce di funghi a flotte.
Volevo un giorno pieno di crepe perché dilagasse la luce.
La foresta è sempre notturna, ma brilla
palmo a palmo la betulla impone la muta
e noi sfrattiamo la nostra disfatta:
se solo sapessimo, se sapessimo
offrirci a questa luce impietosa.

*
Boletus
È pomeriggio, i grilli si danno al cucito,
insieme. Riparano senza sosta ciò
che le grida dell’uccello-gatto hanno strappato.
L’acero trema, ha parola ingiallite mentre crolla.
Si è ferito: metà del ramo è rotto
e penzola sopra i rami più bassi
il tronco reca una bionda fenditura.
Attraversiamo il ruscello, saliamo
a ovest, lungo il fianco della montagna
tra boschi di alloro, lungo la valle segata dai faggi
per sdraiarci su un albero caduto, nel greto.
Nessun riposo. Portiamo con noi ciò che abbiamo
appena lasciato: un paese beato dall’idea
di essere a brandelli. Il porcino sboccia
dal legno marcio. Ci catechizza
con il suo cranio vescovile, amaranto. Qualcuno
lo mangerà, qualcuno ne soffrirà. Ma lui non è
come la bianca amanita, che comporta
insufficienza epatica, convulsioni, morte.
*
Fuga, clavicembalo
Per Sylvia Marlowe
Dalla sua mano sinistra scaturì
il fiume, dalla destra la pioggia
che increspava, goccia dopo goccia,
la corrente, stordita verso il basso
poi colpì la cascata, vortice di rami
e foglie, schiuma franta su pietra:
dalle sue dita uscirono
gorghi, rosate bolle, la fuga
ribelle a se stessa, contro il sé
che cade: digressione di mulinelli
sotto gli ombrosi banchi, grovigli di radici
tronchi affilati dai castori. Aveva il volto
del luccio, la mascella che sporge, d’argento
l’occhio, puro scatto. La forma
si compì
tramite vedovanza, la pelle
maculata dal male, mani contorte, un dolore
da cui fuggo. Ora
quel temperato tumulto muove
il mio tempo secondo i suoi tempi. Oltre
la sua morte, mio
acufene, mi blocco
tento di intuirla
dentro il turbinio delle voci.
*
Dai Taccuini di Anne Verveine
I
Quando i cani assalirono Atteone, lui
gridò (gridò davvero?), mosse
il braccio per comandarli e gli strapparono
la mano dal resto, gli strapparono
le viscere dal ventre, gli sradicarono
il grido dalla gola.
È così che conosciamo un dio, quando i fatti
si incarnano nelle viscere, è così che sappiamo
che dio vuol dire: impossibile modificare. Tu
stavi sopra di me mentre aprivo gli occhi
ho visto troppo tardi ciò che dovevo
vedere: vederti
sulla soglia con una lanterna elettrica
io che salto, la stanza, il ruvido pagliericcio nell’ombra
ecco ciò che è immutabile: ti volevo
distinto, distante, e altrettanto distanti
sentivo abbaiare i cani.
*
In terra straniera
Non più nostre montagne. Oltre l’auto distrutta dall’edera
si innalza una dentiera di picchi, dal fumo. Pensavamo
forse che i luoghi sarebbero rimasti immobili per noi?
Artemisia, lupino, gialle balsamiche radici
e quei piccoli papaveri e i lampeggianti gerani. Arnica penta-petalo
che guarisce da ferita che sguaina sangue. Questo è un paese grizzly.
“Usate il buon senso”, dice la guida. Ma cosa mi dici
di quegli acquazzoni che si impennano come un celestiale Taj Mahal?
Tremano i pioppi, sibila il corpo da ballo degli ontani
ma il fianco della montagna muore della morte marrone
il festino degli scarabei delle cortecce. Abbiamo fatto
troppa strada per giungere a questa rocciosa sporgenza
per varcare i sentieri senza guardare la capra
di montagna negli occhi. Per anni
ci siamo tenuti per mano ma ora tengo
tre miliardi e mezzo nel mio palmo
una scheggia fossile di cianobatteri, la cellula
che per prima ha eruttato ossigeno, ha creato la nostra aria.
Sei scomparso dietro una rupe. Il mirtillo è una fiamma
incendio appena abboccato. Le ceneri si aprono
al cospetto dell’Idaho. Il Pacifico tende il piede
e scalcia contro questa cordigliera, la getta
tra le nubi dove la fiera degli incisivi
morde l’antico e logoro desco che una volta
fu ghiacciaio. Turisti fin dal ventre, rampichiamo
sulla nostra estraneità, a bocca aperta, come le fauci
delle montagne, imbavagliate, che sputano un altro tozzo
di ghiaccio: ruggisce nel lago, ciotola di bile smeraldo.
Rosanna Warren
*In copertina: Andrew Wyeth, Day Dream, 1957