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“O prigioniero o delinquente”: Horacio Quiroga, lo scrittore nella giungla

Come è ovvio, uno scrittore piace finché è inafferrabile, estraneo a ogni didascalia, fatuo a ogni fine statistico, storicistico. Horacio Quiroga (1878-1937), discendete di un caudillo, dunque con siepi di serpi nel cuore, fu strano a sé e agli altri. Nato in Uruguay, tentò, senza successo, di approdare in Francia; infine si fece grande in Argentina, a Buenos Aires, ma schifando la metropoli e i suoi abitanti si ritirò a Misiones, vicino al Paraná. Amava i racconti della giungla di Kipling – di cui fu sinistro discepolo, più cupo e involuto –, amava, per lo più, la giungla, sapeva fabbricarsi una casa e scavare una pronta canoa. La sua barba è leggendaria – come il suo sguardo, infantile – ma è il corpo, rapido, dai muscoli elettrici, magrissimo, a dire abbastanza della scrittura. Restò un rebus, uno scandalo – la passione ferina per le amiche della figlia –, un incidente. Alcuni lo paragonarono a Edgar Allan Poe, in ogni caso a uno che parlava un’altra lingua, di un tempo anteriore, a un’interiorità australe, priva di dèi. Le tragedie, in sequenza, seguono un canone, ormai noto, degno corollario al ‘personaggio’: il padre morì che era appena nato, dopo una battuta di caccia, sparandosi, incidentalmente; incidentalmente – incidente, incidente: la vita di uno scrittore vigila sempre sul filo dell’incidente, del non ora non più – Quiroga uccise un amico, Federico Ferrando, mentre puliva una pistola. L’amico voleva battersi in duello con un giornalista di Montevideo; Quiroga s’era proposto di sistemargli l’arma e di fare da giudice: gli sparò in bocca. Una specie di pece nera funestò il destino di questo scrittore dallo sfrenato e torbido talento, autore, non a caso, dei Cuentos de amor de locura y de muerte e dei Cuentos de la selva. Al suicidio della prima moglie, Ana María Cires, nel 1915, segue l’amore impari con la diciassettenne Ana María Palacio, poi quello per María Elena Bravo, compagna di scuola della figlia, che decide di dargli spago, di accasarsi con lo scrittore scriteriato, finché lui non la costringe alla giungla, e lei lo molla.

Alternava le spedizioni amazzoniche, sporadiche, alla scrittura; scriveva come si sbozza un tavolo, come si costruisce un tetto. Fece presa, nel suo cuore frainteso, la vicenda di Robert Falcon Scott, di cui redasse una breve biografia: era certo di poter arrivare al Polo Sud di quell’uomo, di ogni uomo, e che l’anima è un gelo perenne. Come sempre, un uomo si valuta – posto che pretendiamo di essere i geometri del fato, gli agrimensori del destino – dai momenti decisivi, dalla morte. Quiroga cominciò a morire nel 1935, per un male letale alla prostata; viveva da solo, malvoluto, a Misiones. Qualcuno ebbe pietà di lui: nel 1937 fu trasferito presso l’ospedale di Buenos Aires. Ormai inoperabile, in condizioni gravissime, Quiroga chiese di poter fare un giro in città. Buenos Aires gli pareva una città allegra, contraddittoria, impensata: fino a quando puoi aggiogare in palazzi il selvaggio, tenere al guinzaglio la tigre?

Tornato in ospedale, venne a sapere che un ‘mostro’ era recluso negli scantinati dell’edificio. Quiroga volle conoscerlo. Si chiamava Vincente Batistessa, era afflitto da una grave deformità fisica, simile a quella di Joseph Merrick, l’Elephant Man raccontato da David Lynch. Fu lui, il ‘mostro’, l’ultimo confidente di Quiroga: vi si rivedeva, forse. Gli confidò di volersi uccidere, si uccise, era il 19 febbraio, con il cianuro. Eglé Quiroga, la figlia, si ammazzò un anno dopo, aveva 27 anni; nel 1952 si uccise il figlio Darío. Tra i rari amici di Quiroga, Ezequiel Martínez Estrada (1895-1964) fu il più fedele. Estrada è stato tra i più attivi scrittori argentini del suo tempo: collaborò con “Sur”, ha avuto una florida corrispondenza con Victoria Ocampo, era amico di Jorge Luis Borges, che apprezzava la sua “poesia, ammirevole”. A contrario, Julio Cortázar amava il narratore: “I giovani della mia generazione scoprirono presto Ezequiel Martínez Estrada… la sua opera ci insegnava il rigore nell’esplorazione narrativa, quella in cui il filosofo e il poeta si fondevano, come all’epoca dei presocratici. Scossi come eravamo dai grandi cicloni francesi, inglesi, tedeschi, che riempivano le librerie in traduzioni spesso orrende, egli dimostrava qualcosa di molto argentino”. Nel 1957, per onorare i vent’anni dalla morte, pubblicò El hermano Quiroga, la biografia per frammenti e memorie del suo amico folle. Di secondo nome Horacio Quiroga faceva Silvestre: vorrà dire qualcosa. Cresciuto sotto l’ascendente di una selva.

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Nel 1928 vivevo a Lomas de Zamora; Horacio Quiroga stava a Vicente López. Ci conoscevamo da poco, da quando ci eravamo incontrati a casa di Norah Lange. Quiroga, quel giorno, era vivace, loquace, traboccante di gioia, come non l’avrei mai più visto. Il cortile sembrava un asilo. L’ho capito, credo di aver capito quell’uomo.

Un giorno Quiroga apparve sulla soglia di casa. Nonostante il caldo, indossava un enorme giubbotto di pelle. Aveva scavalcato il cancello, leggeva il giornale. Era di pessimo umore. Qualcosa era accaduto a casa. Come era successo altre volte, sembrava in trance, balbettava. La sua decisione era semplice ed estrema: non sarebbe più tornato a Vicente López. Mi ha chiesto se potevo ospitarlo da qualche parte. Qualsiasi dialogo era difficile. Abbiamo bevuto del caffè. Sfogliò alcuni libri della biblioteca, li rimise a posto, disse, “Andiamo a casa per pranzo”. “Mangiamo qui, torneremo più tardi”. “No. Ci aspettano. Vado a prendere la macchina. Dobbiamo parlare”.

Lo seguii, salii in macchina, accelerò all’improvviso. Iniziò una furibonda filippica contro le donne, superiore ai famelici misogini di Grecia, Roma, Gerusalemme. Ero terrorizzato perché la sua volgarità non era inferiore all’audacia nella guida. Non osai contraddirlo. Pensai che sfogarsi gli facesse bene.

Naturalmente, nessuno ci stava aspettando. Quiroga parcheggiò la macchina nel garage. La casa era una specie di bungalow sgangherato, con arredi rudi, nel capannone poteva starci un elicottero come lo scheletro di un dinosauro. Nell’enorme cortile c’era un coati, affettuoso e socievole, che Quiroga, con una cerimonia, mi presentò come uno di famiglia. In casa vivevano i figli della prima moglie, Eglé, Darío e “Pitoca”, di pochi anni, il parto del suo ultimo amore. I bambini più grandi erano usciti a giocare. Era l’una. Quiroga andò a prendere del cibo in un supermercato; dopo poco tornò carico di pacchi e di bottiglie. Mia moglie, a cui avevo chiesto di raggiungerci, e la sua donna prepararono qualcosa che potesse sembrare un pranzo. Nel frattempo, abbiamo bevuto, giocando con il coati. La bestia e lo scrittore si conoscevano bene, si salutavano con moine e bronci. Quando Quiroga lo ha lasciato, il coati gli è saltato addosso, facendolo cadere. Giocavano, già, come bestie della stessa specie.

Andammo a tavola. Eravamo in cinque; le sedie erano cinque. Non così i coltelli, i tovaglioli, i bicchieri. Usavamo le stoviglie in comune, un po’ a caso. I pezzi erano irregolari, diversi per fattura e bellezza, fossili di un passato splendore. Il mio bicchiere aveva il gambo spezzato, quindi lo appoggiavo al cestino del pane, per non farlo cadere. Abbiamo mangiato e bevuto, tra risa, chiacchiere, il tempo acuto dell’amicizia. Il caffè che preparava Quiroga, tramite un dispositivo alchemico con caldaia a vapore, tubo, alambicco, era squisito. Le parole uscivano dalla nostra bocca come farfalle dorate.

 

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A Quiroga si può affibbiare la stessa definizione che Richard Aldigton usa per Lawrence d’Arabia: “…è un uomo libero, che pensa con la propria testa, che vive la propria vita, che va per la sua strada, senza cercare riconoscimenti né accoliti, senza desiderare denaro né potere, ma pronto a stabilire un contatto diretto con la realtà, interessato, con ferocia, alla propria percezione del mondo”. Quiroga è stato un magnifico esempio di quella libertà necessaria all’igiene morale: nelle sue confidenze non ha mai rivelato alcun pregiudizio di classe, alcuna docilità verso la stortura imposta dalle convenzioni istituite; quanti dotati della sua rettitudine, della sua purezza selvatica, selvaggia, possiamo contare oggi tra i contemporanei? Non vedi come sfoggiano con orgoglio la propria livrea, costoro? La qualità morale è uno dei coefficienti di eccellenza che poneva Quiroga al di sopra di tutti loro. Nelle sue opere più significative, scorgiamo senza fronzoli la sua concezione panica dell’esistenza; era il figlio di una natura indomita. Capì subito che lo schiavo fa i sogni dello schiavo, che dedicarsi con passione all’avventata avventura della creazione letteraria richiede la purezza della libertà: “Dici che la dignità è un vanto e un onere. Ovvio. Quindi, scappa dalla polizia, se hai i piedi ammanettati, libera il resto del corpo, anche se ciò comporta la perdita del piede. Non puoi fare altro, compagno. Questo è il mio spirito materialista. Mi permette di vedere soltanto ed esclusivamente sotto e sopra e ai lati del dolore dell’anima, e vivo nel tremendo dilemma: soffrire eternamente tra i ceppi della questura, o risorgere, delinquente”.

Eppure, è altrettanto vero che quando un prigioniero riesce a fuggire, gli altri detenuti gridano per soccorrerlo, oppure lo lasciano morire di fame, solo, nel gorgo della montagna.

Ezequiel Martínez Estrada

 

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