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“L’arte di legare le persone” di Paolo Milone, un libro necessario che scansa quei benpensanti che ancora inneggiano a Basaglia

A furia di leggere L’arte di legare le persone di Paolo Milone (da poco pubblicato da Einaudi) e di “mettermi all’ombra dello sguardo” del suo autore, ho finito per assecondare, dentro di me, quel ritmo un po’ cantilenante, un po’ canzonatorio e assai poetico racchiuso nelle pagine di questo libro feroce e bellissimo. Leggendolo, Genova si spalanca sotto gli occhi fascinosa e sporca, disordinata e piena di ferite e si chiude nei vicoli, nelle ampie chiese che sono piazze, nelle case dei matti le cui esistenze lo psichiatra racconta con verità e amore.

Anche nel momento in cui esce con la panda sgangherata per andare a fare un TSO, il trattamento sanitario obbligatorio. Si finisce con il sentire richiudere, dietro le spalle, la porta del Reparto 77, con le sue tre porte blindate che, come nel “caveaux della Banca d’Italia”, nascondono dei pazzi da legare, appunto. Queste pagine dedicate alla follia raccontano tutto il dolore del mestiere, ma anche la profondità dell’amore che lega (e slega) i pazienti ai loro dottori. E a casa chi c’è? Anna, la moglie paziente e impaziente, capace di svegliare il quartiere per una zanzara.

“Non chiedermi Anna, la sera, perché ho la faccia stanca. Non è per la follia. La follia è un giardino. La follia è un giardino dove abbevero i miei cavalli stanchi, sciolgo i calzari, siedo all’ombra, e lascio riposare lo sguardo su colline lontane. Non chiedermi la sera perché ho la parola confusa: non è per la follia”. Com’è il Reparto 77? “Entro in enormi stanze vuote, vedo il paziente in lontananza nel suo letto, attraverso metri cubi di niente, gonfiati di follia, dove infiniti mondi coesistono, e, dopo prolungato viaggio nel silenzio, giungo nell’isola della disperazione, mentre il padrone ha già svegliato i cani e sguainato il coltello. Quando arrivo sono stanco e indifeso. Mi conviene indietreggiare verso terra sicura, abbandonando questa scialuppa nel mare infinito”.

E cosa ci fa lì uno psichiatra? “Se vedo qualcuno che si sporge, offro la mano per non farlo cadere, e mentre lo tengo gli chiedo cosa vede. Sono un vigliacco: io guardo l’abisso con gli occhi degli altri”. Non serve essere raccomandati per diventare psichiatri, e nemmeno essere tanto intelligenti: “Per diventare psichiatri basta avere un genitore, un nonno, un po’ matto, anche un pochino, e volergli abbastanza bene. I matti sono nostri fratelli. La differenza tra noi e loro è un tiro di dadi riuscito bene – l’ultimo dopo un milione di uguali – per questo noi stiamo dall’altra parte della scrivania”.

Del resto, per uno psichiatra “la vita è come il maiale: non si butta via niente”. E poi c’è il paziente che si toglie la vita, quella vita di cui per l’appunto non si butta via nulla, la vita maledetta da cui lo psichiatra ha provato a salvarti. E c’è anche la prima volta per uno psichiatra che un suo paziente si uccide. “Lo so, Marcello, il primo suicidio è il più brutto. All’inizio è stupore, anche se il paziente lo ha fatto capire in mille modi che si sarebbe ucciso. Si può morire così? Quando si è giovani la morte sembra una cosa lontana. Poi è il dolore. Da giovani ci si affeziona in modo diverso ai pazienti. È come fosse morto un paziente, un amico. Piangiamo. Ci arrabbiamo. Cosa ho fatto di sbagliato? Cosa ho dimenticato di fare? Vorremmo andare la funerale, ma ci vergogniamo, come fossimo noi i colpevoli”.

Ma è proprio necessario legare le persone? Legare le persone è un’arte, lo so già dal titolo. “Se mi chiedete un’immagine simbolica della Psichiatria d’urgenza è proprio il contenere, il riunire frammenti spezzati tra loro, mettere insieme mente e corpo, riunificare la persone, come un gesso rinsalda le ossa. Far di pezzi, uno”. Perché essenziale, indispensabile, è esserci per questi matti che sono un po’ come bambini e hanno bisogno della presenza, non solo dei medicinali perché “prescrivere medicine e andarsene è come dare bigliettini dell’oroscopo, come affidare al mare un messaggio in bottiglia”.

E a proposito della Legge Basaglia, leggo il frammento 46 dell’ottavo capitolo: “Sono i farmaci che hanno consentito l’apertura dei manicomi, non la sola pietà delle persone. Sessant’anni fa si era costretti a legare per settimane, finché la crisi si placava, oggi l’agitato si lega per il tempo necessario che il farmaco funzioni”. E l’appunto amaro di uno psichiatra da tutta la vita: “Io ho passato la vita a convincere migliaia di persone del fatto che erano malate ed era meglio che si curassero. Altri colleghi hanno passato la vita a convincere incliti pubblici teatrali del fatto che le malattie mentali non esistono. Facciamo lo stesso mestiere?”.

Tra le pagine straordinarie di questa prima e unica (per ora) opera di Paolo Milone, mi sono soffermata, nel cuore di una notte, sul capitolo dedicato a La Signora. Paolo Milone voleva vedere se aveva ragione quell’anziano psichiatra che, all’inizio della sua carriera, gli disse: “pochissimi si suicidano per volontà”. Dentro di sé pensava: “figurati! Non ci credo”. E così nasce la ricerca, il desiderio di incontrare tutti i suicidi falliti per precipitazione.

E un frammento che da solo è da incorniciare: “Ah, l’autunno di quell’anno! Si levò su Genova un vento, un vento che le persone si alzavano e cadevano a una a una, da questa città in discesa, piena di scale, muraglioni, finestre davanti al cielo. E la primavera ancora soffiò quel vento e l’autunno seguente e l’anno dopo ancora. Resta una scarpa sul davanzale,/una cicca ai piedi della ringhiera,/un paio di occhiali sul terrazzino”. Sul vocabolario è scritto che il suicidio è “un atto volontario”. Fanno eco, con ottimismo, i filosofi: “Il suicidio è l’espressione estrema della libertà dell’uomo”. Ma chi cammina di fianco ai pazzi, la sente camminare vicino, la Signora ed è lei che “una volta che ti ha fiutato, non ti molla più”.

Per Milone, come per molti psichiatri clinici “il suicidio è la prova estrema della mancanza di libertà dell’uomo”. E: “se non è colpevole chi si suicida, come fa a esserlo chi gli vuol bene?”. I matti, nei loro appartamenti, fanno di tutto, ma se buttano qualcosa dalla finestra arriva il finimondo, è la nuova tolleranza della società. “Matti, volete stare tranquilli? Non buttate niente dalla finestra. Politici, volete abolire i manicomi? Eliminate le finestre”.

Ah, se solo fosse possibile eliminare le finestre. L’immagine che chiude il libro attraversa il cuore di Genova di notte, un matto è inseguito dal dottore in camice e ciabatte ed entrambi sono inseguiti, a loro volta, da un carabiniere. Non è sempre così?

Curare è un atto di coraggio ed è un viaggio fino ai confini del mondo. Il dottore lo ammette: “continuo ad aggirarmi, con i miei occhialini, alla ricerca del dolore degli altri”. Perché è un po’ anche una questione di deformazione professionale: “Il sarto vede tutti mal vestiti, il parrucchiere, tutti spettinati, il cappellaio, tutti senza cappello, il fisioterapista, tutti sciancati, e io, psichiatra, vedo tutti matti”.

Linda Terziroli

P.S.: mi scuso con l’autore per non aver rispettato l’andare a capo del verso nei frammenti poetici citati.

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