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“Madre di trentanove anni per l’eternità”. Némirovsky, la scrittrice che non fu perdonata dalle figlie per non essersi salvata dai nazisti

Nell’ottobre 2004, per la prima volta nella sua storia, il prestigioso Prix Renaudot fu assegnato a un’opera postuma. Suite francese era il romanzo rimasto incompiuto a causa dell’assassinio della sua autrice, Irène Némirovsky (1903-1942), nata a Kiev, naturalizzata francese e morta ad Auschwitz, dov’era finita dopo la denuncia anonima che la condannò in quanto ebrea. Il successo fu immediato e, nei mesi successivi, il libro varcò i confini francesi per essere tradotto, nel momento in cui scriviamo, in trentasei lingue.

Nonostante sparute voci fuori dal coro, come quella della studiosa Josyane Savigneau che, dalle pagine di Le Monde, parlò esplicitamente di “un’operazione di marketing nascosta dietro il dovere della memoria” (12 novembre 2004), all’uscita del romanzo critica e pubblico si abbracciarono in un incondizionato favore. Non era la prima volta che Irène Némirovsky conosceva un simile consenso: dopo l’exploit del romanzo David Golder (1929), la scrittrice pubblicava quasi un romanzo all’anno. (Si può consultare Une oubliée sous les feux de la rampe: le cas Némirovsky di Teresa Manuela Lussone, Revue italienne d’études françaises, 6/2016)

Con la figlia Denise nel 1930

All’epoca il lancio era stato sapientemente orchestrato da Bernard Grasset, già editore del clamoroso Il diavolo in corpo (1923) e che il New York Times aveva definito «il più grande degli editori». Il manoscritto era arrivato in casa editrice a nome Epstein, cognome di Michel, il marito di Irène, con l’indirizzo fermoposta Paris-Louvre. Il primo a leggerlo fu il caporedattore Henry Muller. “Rimasi immerso nella lettura fino alle otto, dimenticando tutto; rilessi dei passi, mi convinsi sempre più e scrissi una scheda entusiasta”.

Grasset condivise l’entusiasmo e l’indomani aveva messo un annuncio sui giornali per ritrovare il prima possibile il misterioso scrittore; quando finalmente nel proprio ufficio si trovò di fronte a Irène, egli aveva stentato a credere che la giovane immigrata dal francese impeccabile e l’elegante sguardo miope fosse l’autrice di una storia così spietata edalla scrittura altrettanto matura. Complice la pubblicazione l’anno successivo del racconto Il ballo, feroce ritratto di una famiglia di volgari parvenu, e la corsa alla trasposizione di David Golder al cinema, da parte di un regista del calibro di Julien Duvivier e a teatro, a opera di Ferdinand Nozière, il nome di Irène Némirovsky divenne famigliare ai lettori, fino a quando, in quella che sembrava una felice cavalcata trionfale di successi, inviti a programmi radiofonici, interviste, ritratti, qualcosa si inceppò.

A fronte di una letterata che continuava a cercare la propria voce, alternando ambientazioni strettamente ebraiche a interni della borghesia francese sulla quale posare lo stesso sguardo impietoso, con alcuni tentativi fallimentari di sceneggiature cinematografiche, la critica raffreddò i propri entusiasmi; mentre Irène Némirovsky restava tra gli autori più letti e amati, sulle pagine di riviste e giornali di vario schieramento, cominciò a farsi strada un certo distacco, gli elogi lasciarono il passo a qualche stilettata e a molti silenzi e nessuno gridò più al capolavoro.

Una cifra narrativa che aveva smesso di combaciare perfettamente con il gusto del pubblico, insieme al crescente antisemitismo sfociato nelle leggi razziali che impedirono a lei di continuare a firmarsi con il proprio nome, al marito di lavorare nella banca che lo aveva licenziato, costrinsero Irène Némirovsky in una morsa sempre più stretta di preoccupazioni economiche e angosce depressive. Inanellando una serie di quelli che la stessa scrittrice definiva racconti alimentari, atti a mantenere sé e la famiglia e che le riviste di destra, come Candide e Gringoire non smisero di pubblicare e, soprattutto, di pagarle, nei romanzi la scrittrice tornò alla radice ebraica degli esordi con Il signore delle anime (1939) e I cani e i lupi (1940), sicura di uno stile piuttosto classico e che l’avrebbe presto isolata rispetto alle varie correnti innovative che, nel dopoguerra, si sarebbero divise la scena letteraria francese.

Era consapevole di non avere più molto tempo: “Ho perso la mia stilografica. E ho ben altre preoccupazioni, come la minaccia del campo di concentramento”, scriveva nel diario il 25 giugno 1941. Solamente con Suite francese, che stava angosciosamente scrivendo al momento dell’arresto, Irène Némirovsky si disancorava dai propri stilemi e, nella costruzione di un’architettura di un romanzo corale nel quale rappresentare la lotta tra il destino individuale e quello della comunità, usò orgogliosamente nuove modulazioni, come l’alternarsi dell’ironia più sagace con passi drammatici e mai così crudeli.

Dopo la sua scomparsa, uscirono alcune opere postume, come la biografia di Anton Čechov (1942) e romanzi quali I doni della vita (1947), presto archiviati come echi di un’epoca letteraria che suonava ormai superata. Nei decenni a seguire, il romanzo che sarebbe rimasto nei cataloghi e ristampato a più riprese fu David Golder, e questo fu tutto, o quasi.

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Nel 1992 uscì Le mirador, diario immaginario di Irène Némirovsky. La falsa autobiografia, con picchi di profondo straniamento, era stata scritta nella catarsi della prima persona da Élisabeth Gille, sua figlia cadetta, che nella scrittura aveva reso possibile il processo di riparazione di quanto altrimenti sarebbe rimasto per sempre perduto. In Mirador l’opera della madre gioca un ruolo marginale rispetto all’evidenza di una vita scandagliata da uno sguardo spesso accusatorio: nel giudicare cieche ed equivoche le posizioni di Irène rispetto alla politica antisemita e all’illusione di un’assimilazione che avrebbe dovuto salvarla, mentre, al contrario, la intrappolò, Gille faticava a distinguere fino in fondo il rapporto conflittuale di Irène con la propria identità ebraica.

Di sicuro, riconoscendole la piena consapevolezza rispetto al pericolo nazista, alla «madre che ha trentanove anni per l’eternità», entrambe le figlie non avrebbero mai perdonato di non aver salvato la propria vita, né il destino della famiglia.

Con Le mirador era stata posata la prima pietra del processo che, più di vent’anni dopo, si cristallizzò con Suite francese, quando, nelle operazioni di lancio e di diffusione, soprattutto l’esperienza biografica dell’autrice ne mise fatalmente in ombra l’opera. In calce all’edizione del romanzo incompiuto una preziosa appendice raccoglieva appunti di lavoro, pagine del diario e disperate lettere personali e del marito, con una postfazione che ricostruiva i passi salienti della vita della scrittrice.

Nei primi anni Duemila, in un contesto culturale in cui da tempo si lavorava alacremente alla costruzione di una coscienza etica e morale della Memoria, il crudele destino toccato in sorte a Irène ne segnò la riscoperta; tutto fu raccontato in una sorta di epica romanzesca che distrasse dal valore reale dell’opera per concentrare l’attenzione soprattutto sugli ultimi fatti drammatici che segnarono la fine della sua vita: l’arresto dopo che la scrittrice aveva abbandonato Parigi insieme alla famiglia per rifugiarsi nel paesino Issy-l’Évêque nel Morvan; la leggendaria fuga delle due figlie (mosso a pietà per la somiglianza di Denise con la sorella più piccola Elisabeth, invece di arrestarle, un ufficiale nazista concesse alle bambine ventiquattr’ore di tempo per fuggire); l’autodenuncia del marito, ingenuamente convinto di salvare così Irène immolandosi al posto suo; il manoscritto, consegnato da Michel alle figlie insieme a preziose pellicce da vendere in caso di necessità, e pesantemente trascinato in un baule poi esposto in due importanti mostre a New York e a Parigi (2010-2011); la fedele governante che aveva attraversato la Francia occupata per portare in salvo le bambine; Fanny, la nonna materna che, ricordata da Denise ed Élisabeth come una strega da salotto, interessata solamente a belletti e cotillon, disconobbe le nipoti.

Da scrittrice previdente e sempre attenta all’utilizzo e alla manipolazione di spunti autobiografici, Irène aveva anticipatamente regolato i conti con la madre Fanny in più romanzi; ricordiamo, a mo’ d’esempio, Jézabel (1936), nel quale essa è facilmente riconoscibile nella protagonista, una narcisista fredda e calcolatrice che, per il delirante bisogno di eterna giovinezza, non risparmierà neppure la vita della figlia e del nipote.

In occasione della consegna del prix Renaudot, a nome della giuria, anche il futuro Nobel per la letteratura Jean-Marie Gustave Le Clézio sottolineava la grande emozione della giuria “per un libro bellissimo”, soprattutto per la “storia che lo accompagna”, per la “leggenda” e la “necessità di rendergli giustizia”.

Preceduto dalle prime due importanti biografie dedicate a Irène Némirovsky (nel 2005 a firma di Jonathan Weiss, la seconda nel 2007 di Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt), nel 2008 uscì in Francia Sopravvivere e vivere di Denise Epstein, la figlia maggiore di Irène, un itinerario tra storia e autobiografismo dove, con sottile arguzia polemica, venivano ripercorse le vicende famigliari e le conseguenze del nazismo e dell’atteggiamento della società e della politica francese sul destino degli Epstein-Némirovsky.

Come scriveva George Perec in W o il ricordo d’infanzia (1975), i ricordi di chi sopravvive sono «improbabili», spesso di seconda mano, flou; non resta che “richiamare alla memoria quello che troppo a lungo ho definito irrevocabile”. E così fece Denise nel suo libro-intervista.

Solamente negli ultimi anni, mentre fuori dalla Francia sono scaduti i tempi del diritto d’autore, i principali editori hanno pubblicato l’opera omnia di Irène Némirovsky. La sua autorità di scrittrice è stata riabilitata grazie a studi accademici, tesi di dottorato e importanti saggi critici che hanno integrato il mero dato biografico a scrupolose esegesi degli scritti, oltre a un inquadramento, che finora era stato quasi del tutto omesso, dell’opera di Némirovsky nel contesto letterario francese ed europeo in cui si impose.

Lo studio ininterrotto dei manoscritti conservati presso l’IMEC (Institut Mémoires de l’édition contemporaine dove le figlie hanno depositato tutti i materiali riguardanti la madre) sta permettendo felici scoperte di inediti e revisioni importanti, di cui, oltre a Olivier Philipponnat, biografo di Irène ed esecutore morale dell’opera di Némirovsky che licenzierà nei prossimi mesi l’imponente corrispondenza della scrittrice, grande merito va a studiose italiane come Elena Quaglia e Teresa Manuela Lussone.

Cinzia Bigliosi

*articolo apparso su Studi cattolici, 720, febbraio 2021 che qui si ringrazia.

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