“Scrivere sulla lava rovente”. Dialogo intorno a Irène Némirovsky e a “Suite francese”

Posted on Febbraio 24, 2020, 7:35 am
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Non credo alle mode, diffido dei ‘casi’ editoriali, rileggo quasi sempre gli stessi libri. Per troppo tempo, Irène Némirovsky mi parve un miracolo troppo sferico per darle corda e lettura. La vita ‘da romanzo’ – famiglia di ricchi banchieri ebrei, in Russia, fuga rocambolesca da Pietroburgo, verso la Finlandia, dopo la Rivoluzione, approdo salvifico a Parigi –, la fama da romanziere – vive di ciò che scrive: David Golder, grande successo del 1929, per dire, è tradotto in Italia, da Carabba, nel 1932 –, la fine, tragica, ad Aushwitz, nonostante la conversione al cattolicesimo, nel 1939, e la scoperta, prodigiosa, del romanzo più noto, Suite francese, in una valigia, da parte delle figlie, una manciata di anni fa, è trama francamente impeccabile, ‘da film’ (in effetti, nel 2014, Suite francese è stato tradotto in film, con Michelle Williams e Kristin Scott Thomas). Per un banale rifiuto a leggere ciò che leggono tutti – ergo: per cretino snobismo –, così, non ho letto la Nemirovsky per un po’. Poi, il giudizio inappellabile di Cesare Cavalleri – «Sero te amavi, Némirovsky, sero te amavi». Questa parafrasi un po’ irriverente esprime il rimpianto di molti di noi per il ritardo con cui in Italia abbiamo amato Irène Némirovsky scrittrice di prima grandezza morta a Auschwitz nel 1942, non ancora quarantenne. Ci voleva l’istinto editoriale quasi infallibile di Adelphi per tradurre nel 2005 quella Suite francese, uscita l’anno prima in Francia, dopo essere rimasta per sessant’anni nella valigia che Irène, avviandosi alla deportazione, aveva affidato alle figlie bambine e che Denise ed Élizabeth trovarono il coraggio di aprire solo agli albori del Terzo Millennio”, scrive nel 2008 – e la versione dei racconti per Mondadori – Il ballo e altri racconti – a firma di Stefania Ricciardi, straordinaria traduttrice dal francese (tra gli altri, di Marguerite Yourcenar, André Malraux, Claude Simon), mi hanno fatto rinsavire e riconciliare con la grande Irène. Così, la nuova traduzione di Suite francese – non c’è editore che non abbia la sua: in 15 anni sono uscite 9 traduzioni – griffata Bompiani, a cura della Ricciardi, mi ha risvegliato dal torpore. Il talento della Némirovsky è fondere la capacità totalmente russa nel dare la vita – “Erano usciti dalla casa. Si trovavano in un viale fiancheggiato da lillà in fiore. Migliaia di api, calabroni e vespe svolazzavano intorno a loro: penetravano nei fiori, si nutrivano e andavano a posarsi sulle braccia e sui capelli di Lucile, provocandole una certa ansia; rideva nervosamente” – a quella, francese, di sfracellarsi nei sentimenti e nella loro zona d’ombra – “Cambiava il presente secondo la sua volontà; mentiva e si ingannava, ma trattandosi di menzogne create da lei stessa, le erano care”. Il romanzo è corredato, in appendice, dall’epistolario, terribile, che racconta gli ultimi istanti di Irène, la deportazione, gli inutili tentativi fatti dal marito, Michel Epstein e da André Sabatier – redattore presso Albin Michel – per liberarla. A dire del groviglio infero tra vita e opera, tra destino e testimonianza. “Amore mio, in questo momento sono seduta alla gendarmeria dove ho mangiato ribes in attesa che venissero a prendermi. Soprattutto, sta’ tranquillo, sono certa che sarà questione di poco… Copri di baci le mie adorate bambine… Se poteste mandarmi qualcosa… Libri, per favore, e se possibile anche un po’ di burro salato”, scrive, Irène, nel luglio 1942, prima di sparire dagli occhi di tutti – e risorgere, ora. (d.b.)

Nell’introduzione al romanzo, cita un giudizio di Henri de Régnier, “Némirovsky scrive in russo anche in francese”, parla di Tolstoj. Che particolarità possiede lo stile di Irène, dunque?

Henri de Régnier si riferiva allo stile aspro, asciutto, fatto di frasi brevi, mentre la prosa francese è più elegante, levigata, armoniosa. Se a questo si aggiungono l’ambientazione e la trama, alcuni romanzi sembrano davvero russi: I cani e i lupi, per esempio, per le stratificazioni della città di Kiev e il rapporto che abitanti così diversi hanno con le tradizioni, senza contare che la protagonista è un’ebrea nata in Ucraina che si è stabilita a Parigi proprio come l’autrice. Ma anche Le mosche d’autunno, per l’aria gelida, cristallina, degli inverni russi che Némirovsky ha conosciuto da bambina; e la devozione dei giovani Jurij e Kirill verso l’anziana njanja è la stessa nutrita dall’autrice per Marie, la governante francese chiamata affettuosamente Zézelle e venerata come una madre. Riguardo a Tolstoj, Guerra e pace è stato un modello per Suite francese. A Némirovsky interessava mostrare le reazioni dei francesi all’occupazione tedesca attraverso gli occhi dei personaggi come Tolstoj aveva mostrato quelle dei russi all’invasione di Napoleone. Solo che Tolstoj ha scritto Guerra e pace cinquant’anni dopo quei fatti storici, mentre Némirovsky ha lavorato “sulla lava rovente”, come ha scritto nel suo quaderno, senza nessuna distanza, eppure rivela una straordinaria visione retrospettiva del presente. Tolstoj ha anche ispirato l’idea del romanzo corale. Un personaggio della prima parte Tempesta di giugno, lo scrittore Gabriel Corte, cita Guerra e pace come esempio di romanzo in cui le figure secondarie giocano un ruolo non meno importante, perché ampliano la visione del lettore.

Suite francese si lega, in modo tragico, alla vita della Némirovsky, alla sua morte. Cosa significa quel romanzo nella storia narrativa della scrittrice e nella letteratura francese del tempo? Insomma: qual è la sua forza?

La vita di Irène Némirovsky si è sempre intrecciata con i suoi romanzi e racconti, e Suite francese rappresenta il nodo più stretto perché è un romanzo incompiuto a causa della deportazione della scrittrice. Per questo lo considero indissolubile dalle lettere e dagli appunti raccolti in Appendice nell’edizione Bompiani e ho voluto porre tre di queste lettere in apertura della mia introduzione perché credo che vadano ben oltre qualcosa che “pende accanto”: testimoniano l’impatto della vita reale nella letteratura. Nel suo essere un romanzo mutilato, Suite francese è innanzitutto un documento: lo specchio della deriva razziale in cui era caduta la Francia. Un aspetto fondamentale per capire la realtà di quegli anni, ma troppo contingente per costituire la chiave dell’opera. Nella letteratura del tempo, Suite francese si distingue per la stesura “in presa diretta” e per la peculiarità di guardare alla guerra con occhi diversi: nella prima parte è una delle catastrofi che attraversano l’esistenza smascherando la natura delle persone, mettendo a nudo mediocrità e nobiltà d’animo. Inoltre, il nemico è semplicemente un essere umano che combatte per la propria patria. Il suo vero torto è essere straniero, e questa feroce percezione di estraneità aleggia in particolare sulla seconda parte del romanzo, dove emergono l’inconciliabilità di culture diverse, la difficoltà di integrarsi in un paese diverso, tutte cose che Némirovsky ha vissuto sulla propria pelle. Sono temi ancora molto attuali, in grado di suscitare l’interesse del lettore di ogni epoca, come auspicava l’autrice, e per questo rappresentano la forza del romanzo.

Per altro, questo è un romanzo di cui esistono molte traduzioni in Italia, anche recenti. Che difficoltà di resa ha avuto, quali studi e strategie ha utilizzato per tradurlo? Intendo: l’alchimia per riprodurre il ritmo, la sinfonia del romanzo, qual è?

Non era la prima volta che traducevo Némirovsky, ma per questo romanzo ho sentito di dovere acquisire un bagaglio di conoscenze che non mi sembrava mai adeguato. Le difficoltà maggiori sono state due, determinate dall’intento di aderire il più possibile al testo originale. In primo luogo ho cercato di riprodurre la tonalità che unisce i movimenti di genere diverso di una suite musicale, perché così è stata concepita l’opera. Lo stile aspro, il respiro breve, il ritmo a tratti segmentato caratterizzano la prima parte e mi sono sforzata di rispettarli, privilegiando l’autenticità a discapito dell’armonia, mentre nella seconda parte si colgono note più sensuali. Come sempre, la strategia principale è stata seguire l’orecchio, lasciarsi trasportare senza opporre resistenza a una resa che a volte in italiano rischiava di suonare un po’ brusca. La seconda grande difficoltà è stata cercare di impregnarmi della scrittura dell’autrice e di entrare nella sua ottica non solo letteraria, seguire il filo del suo pensiero anche rispetto agli eventi. Ho riletto i suoi racconti che risalgono al periodo di Suite francese, ma più di tutto mi hanno aiutato gli appunti e le lettere scritti parallelamente alla stesura e la testimonianza di Denise Epstein, la figlia di Némirovsky a cui si deve il recupero del manoscritto di Suite francese. La traduzione mi ha imposto ben presto una linea da seguire riguardo alle inesattezze presenti nell’originale – età dei personaggi, indirizzi, nomi che non coincidono: piccoli dettagli che hanno richiesto comunque scelte precise. Insieme alla casa editrice e alla revisora Ileana Zagaglia, preziosissima come sempre, abbiamo deciso di lasciare queste incongruenze, che suffragano la precarietà in cui è avvenuta la stesura, dal momento che Némirovsky non ha avuto il tempo di rileggere quello che aveva scritto. Essendo una questione complessa per una serie di fattori, mi è sembrato opportuno renderne conto in una breve nota alla traduzione. L’importante era procedere coerentemente rispetto all’idea di offrire al pubblico la versione più autentica di questo romanzo-documento e in tal senso l’edizione Bompiani riproduce anche una fotografia della famiglia Epstein in uno dei suoi ultimi momenti felici e una copia dello schizzo del progetto di Tempesta di giugno.

Qual è il libro su cui vorrebbe lavorare, che desidera tradurre e l’autore a suo avviso poco considerato dall’editoria italiana che necessiterebbe di degna attenzione?

Credo che oggi l’editoria italiana sia troppo focalizzata sulle novità o sui classici, mentre qualche “ripescaggio” recente sarebbe salutare: purtroppo non sempre arrivano i libri migliori ed è triste constatare quanto sia breve la vita di un romanzo. Sul versante della nonfiction, penso in particolare a uno scrittore come François Bon, inedito in Italia, e a due suoi libri ancora molto attuali: Sortie d’usine (1982) e Daewoo (2004), che raccontano da prospettive diverse la dissoluzione della vita di fabbrica e l’impatto sull’esistenza individuale. Daewoo è la testimonianza di quattro operaie e l’ottica femminile, decisamente insolita nel contesto, meriterebbe senz’altro maggiore attenzione.