06 Aprile 2021

"C'era di mezzo appena un premio Nobel". Le lettere di Montale privato rivelano grandezze & miserie del mestiere di poeta, ieri più di oggi

Anche in letteratura ‒ a volte, se capita; al di là di manierismi schizofrenici legati a strizzate d’occhio, o a palpatine marchettare che mascherano giochi di ruolo o di potere ‒ si stringono patti. Meglio, verrebbe da dire: nascono amicizie. Ma di quelle vere (uniche!), destinate a durare in vita come sull’immortale foglio bianco di un libro o di una lettera intensa quanto sincera. E tra le tante, originalissime, fedelissime amicizie, spicca forse quella tra Eusebio e Trabucco; quasi a testimoniare come, guardare nella stessa direzione, porti a qualcosa d’eccezionale e portentoso.

Così, ieri come ora ‒ persino in letteratura (!) ‒ la storia sempre si ripete, e gli affari, andati a buon fine o meno, son sempre gli stessi, o si assomigliano incredibilmente. Per questo, Eugenio Montale, da Forte dei Marmi /  Vittoria Apuana (casa Pallotti) / (Lucca) 17 luglio 1946, scrive a Gianfranco Contini:

“Caro Trabucco,

… Sai se il mio libro francese abbia avuto echi, recensioni ecc.? Einaudi non m’ha dato un soldo e dicono che stia fallendo (si decidesse una buona volta…) E credi che dal Bernasconi ci sia da avere nulla, visto che di copie fu avarissimo e il secondo invio non ci fu mai? Una volta disse che non sarei stato ‘irrimunerato’.”

Che esser poeta ‒ infatti, a tratti ‒ dia scalpore, può esser lecito. Ma che sia, piuttosto, affare poco (se non per nulla) remunerativo, è un dato di fatto.

Questa lettera, tra l’altro, mi riporta vivi dei ricordi lontani, quando per ostinata lotta chiamai al telefono Davide Rondoni, dicendogli letteralmente che “esistevo anch’io” e che avrei voluto incontrarlo; dacché lui m’invitò a una sua lettura a Milano: se alla Palazzina Liberty o alla Casa della Cultura, non ricordo, e poco importa. M’interessa, semmai, l’affinità elettiva con quanto prosegue a scrivere Montale all’amico Trabucco: “Io sono al Forte da 7 giorni, ma qui non si riesce a far nulla; tuttavia dovrò starci un pezzetto. A Milano mi hanno fatto un “processo” kafkiano alla Casa della Cultura. Hanno detto che le ‘civetterie metriche’ della mia poesia sono la spia di ‘fiacco’ antifascismo e di scarso spirito di ‘resistenza’. Relatori Gatto e soci. Molti applausi, dissensi da parte di Borlenghi, Sereni, Villa. La seduta si è sciolta al grido “basta coi moribondi!”

Quando andai quella sera a Milano, circa venticinque anni fa, non erano certo gli anni Quaranta, ed ero solo, spaesato, forse già imbrogliato in una malattia da poco esplosa. Però qualcuno ‒ chissà chi, davvero non ricordo nulla, se non questo particolare!, non fatemene una colpa e nemmeno un dramma… ‒ fece un piccolo scherzo a Rondoni. E lui, (di rimando?), lo fece a me. Nella mia timidezza, dopo la sua lettura, non ebbi nemmeno il coraggio di avvicinarmi o avvicinarlo. Né lui mi salutò con un gesto, o con lo sguardo.

Chissà poi chi c’era quella sera a Milano, e cosa mi son perso. Presente, ma non a me stesso, mi è rimasto solo uno sfocato ricordo. Mi consolo ‒ tuttavia e piuttosto ‒ continuando a leggere uno fra i tanti carteggi eccezionali e sorprendenti che la letteratura universale ci può offrire, a monito di una verità che sempre splende tra le righe scritte in amicizia o per amore:

“Trabujo molto amato,

so che telefonasti giorni fa da Firenze; io ero a Milano, peccato! La natura morta dei fiori che preferivi è toccata a te, vieni a prenderla finché son vivo. (…) Avrai visto che una demente mi ha fatto causa per la questione di Strano Interludio; i giornali milanesi hanno pubblicato su tre colonne ‘Montale plagiario’. Mi accusa di aver letto una sua preesistente traduz. e di averle così rubato l’idea di tradurre quel lavoro nonché di essermi appropriato del patrimonio culturale che quella versione presuppone. Ammette però di aver pubblicato tre anni dopo e che le due versioni sono del tutto diverse. Vincerò naturalmente la causa. L’idea mi fu suggerita dall’editore, non da lei. C’era di mezzo appena un premio Nobel.”   

Giorgio Anelli

Gruppo MAGOG