
Contro Maurizio Cucchi, il poeta che ha imposto uno stile e un canone di “cucchisti”
Politica culturale
Gianfranco Lauretano
È grazie a una poesia di Marina Cvetaeva che comprendo e capisco oggi cosa mi sta accadendo: certe nefandezze, certi silenziosi addii (che troncano il ritmo della creazione e della scrittura); certe irriguardevoli e ambigue decisioni (nuovamente silenziose) che segano sogni, illusioni, aspettative…, annientando letture e piaceri…
È proprio grazie alla poesia Il tavolo che riconosco tutto quel che sono, e forse finalmente capisco che nessuno mai m’aiuterà, tanto meno in letteratura, se non me stesso. Occorre dunque e per forza un metro di paragone e ‒ se proprio devo! se proprio devo! ‒ lo trovo qua, in questa seconda stanza della poesia:
2
Trentesimo anniversario
d’una unione ‒ più sicura dell’amore.
Io le tue rughe conosco
come anche tu ‒ le mie.
Delle quali ‒ non sei tu ‒ l’autore?
Tu che quinterno su quinterno hai divorato,
e hai insegnato che non c’è ‒ un domani,
che solamente l’oggi ‒ esiste.
E i soldi e le lettere della posta,
tavolo, hai gettato nella corrente!
E ripetevi che d’ogni riga
L’oggi è l’ultimo termine.
Che minacciavi che col conto dei cucchiai
non si rende merito al Creatore,
che domani mi deporranno ‒
stupida che sono ‒ sopra di te!
15 luglio 1933 – 30 ottobre 1935
Dovrò dunque capire e imparare (come se non lo sapessi…) che in letteratura “non c’è ‒ un domani,/ che solamente l’oggi ‒ esisteˮ. E dovrò quindi comprendere e rammentare che “d’ogni riga/ L’oggi è l’ultimo termineˮ.
Soltanto tu, tavolo (mia scrivania!) ‒ ruga della mia ruga, polvere della mia polvere ‒ mi hai visto crescere, e piangere e maturare, creando poesia dal nulla. Soltanto tu m’insegni quel che sono. Da nessun altro dovrò disimparare che ogni cosa è menzogna.
Mi escluderanno, appunto mi mentiranno, mi sfrutteranno: maledizione! Ma ora so, grazie a Marina, che l’immortalità sta tutta nel presente; che il domani è divorato dall’oggi; e che ora ‒ soltanto ora, nell’istante – la mia preghiera è corrente fiera, specchio che ristora, parola scritta per qualcuno: verso rivolto e cantato alla straniera.
Giorgio Anelli