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Emigrare è “cercare sempre il bene e saperlo distinguere dal resto”. Un articolo di Massimo Maggiari

Il Messico è un paese di orizzonti sconfinati. Vasto nelle sue bellezze naturali. Montagne, vulcani, deserti, canyon, praterie, foreste e giungle. Pure impreziosito da spettacolari riviere che presenziano su entrambi gli oceani. All’interno di questa nazione esistono 32 stati e la sua superficie supera quella italiana di ben sette volte. Dal 2016, Mexico City coi suoi quasi trenta milioni di abitanti si è aggiunta come stato alla lista degli Stati Uniti del Messico. In tale scacchiera, Monterrey risulta la capitale dello stato di Nuevo León, su al nord, a sole due ore dal confine col Texas. È una metropoli che può contare su più di due milioni di abitanti includendo le zone limitrofe. Una di queste è San Pedro Garza Garcia. Una delle cittadine più ricche e produttive dell’America Latina. Situata ai piedi della Sierra Madre Oriental vagamente può ricordare le Prealpi trentine sporgendo collinosa e decorata da fasce di verde che la attraversano in tutte le direzioni. Non lontano, il Cerro de la Silla, montagna simbolo di Monterrey, domina solitario verso est. Camminando lungo le bianche passerelle sopraelevate che fanno da raccordo tra le diverse zone alberate non possiamo che notare le insegne di diversi “business” italiani di grande rinomanza. Le cucine Scavolini, il mobilificio Natuzzi, negozi per la vendita di piastrelle e marmi pregiati della Gilsa, i saloni espositivi di Maserati, Ferrari e Alfa Romeo. Come pure svariati atelier della moda italiana comprensivi di Gucci e Ferragamo. L’influenza italiana è chiaramente visibile nei pressi del centro commerciale “El Palacio de Hierro” dove è stato eretto su di un alto tripode un globo con raffigurata la mappa dello stato di Nuevo León che accoglie entro i suoi confini quella dell’Italia. Ai piedi del monumento troviamo un pilastrino in cui si dedica l’opera all’amicizia tra le due nazioni ricordando i nomi degli immigrati italiani che hanno contribuito a consolidare tale rapporto nei decenni. Il monumento assieme a una pubblicazione storica intitolata “IV Siglos De Presencia Italiana En Monterrey, Mexico” sono l’idea di Salvatore Sabella che insieme a Giancarlo Perini è una delle figure di spicco della comunità italiana. Arrivato in Messico nel 1954, e di origine napoletana, Sabella si è adoperato durante l’arco della sua vita adulta all’interscambio culturale tra Messico, Italia ed Europa. Per questa ragione, diventa membro di varie istituzioni artistiche di spicco di Monterrey e membro fondatore della Compagnia dell’Opera come pure della scuola di lingua italiana “Dante Alighieri”. L’inaugurazione del monumento “Piazza Italia” risale agli anni novanta e si dice che il calciatore Francesco Totti fosse arrivato direttamente dall’Italia per l’evento onorando le squadre locali e partecipando a una partitella amichevole. Ma la storia degli italiani a San Pedro e Monterrey continua ai giorni nostri. Ci sono più di un centinaio di aziende nello stato di Nuova León, e recentemente a Milano, membri della Confindustria hanno incontrato rappresentanti della Camera di commercio di Monterrey per facilitare gli investimenti di aziende italiane in questa zona del Messico.

Come mi è di consuetudine, quando visito ogni angolo di mondo, cerco di incontrare dei compatrioti che mi raccontino di quel luogo. Col fine di entrarci dentro anch’io, per sentirmi in qualche modo parte di quella loro esperienza. Imparando qualcosa di nuovo. Mi è successo a Vancouver in Canada, nello stato di Washington a Seattle, addirittura in Groenlandia, in Inghilterra, Islanda e in Brasile. Del resto, anch’io ho passato più di trent’anni all’estero insegnando negli Stati Uniti e sono consapevole che ascoltare la loro storia può aiutare chiunque, incluso il sottoscritto, a capire la propria. Sovente l’archetipo dell’esperienza dell’emigrato è ben delineabile. Nel suo paradigma universale. C’è la gioventù, la voglia di fare, anche se non è chiaro cosa. Spesso ha luogo un incontro con una persona che viene da lontano o si riceve un recapito seguito da una partenza poco pianificata. A questa fa seguito una sparizione o un allontanamento dal proprio luogo di origine. Dalle cosiddette radici.  Ed infine, a suo tempo, un ritorno in cui la propria esperienza viene reintegrata nella comunità di partenza con una storia, una leggenda o un resoconto famigliare. Oppure un aneddoto, nel caso di un ritorno in tempi brevi dove non si realizzi una vera trasformazione del soggetto che sia economica o culturale. Un antico detto sostiene austeramente che partire è un po’ come morire perché il fine ultimo di chi parte è sempre uno e santo. Crescere. Diventare adulto e indipendente, mostrare di avercela fatta. Lasciando casa, e staccandosi da abitudini infantili. Soprattutto però scoprire dopo mille travagli di che stoffa si è fatti. Di quale talento nascosto possiamo fregiare il nostro stendardo. Sia chiaro che nel caso estremo di guerra e carestia s’impone il bisogno di sopravvivenza in cui però emerge al primo segnale di benessere la voglia di crescere. Autodefinirsi di fronte al mondo. Dimostrando veramente di avere spiccato il volo dal nido. Cosa che bisogna provare sul campo, quello della Vita con la v maiuscola. Come gli eroi di Omero. Quelli di Iliade e Odissea.

Oggi è una giornata mite e soleggiata a San Pedro. Prendo lo zainetto e comincio la mia solita passeggiata lungo i parchi del centro. Ho appuntamento per l’ora di pranzo con un signore svizzero-italiano che conosco da qualche tempo ma di cui vorrei approfondire la conoscenza e la storia. Si chiama Alfredo Zani Buler ed è il proprietario di un elegante ristorante italiano chiamato “Il capriccio” che si trova all’interno di un’isola pedonale non lontana da “El Palacio de Hierro”. È un uomo alto, atletico e di bell’aspetto, ed appartiene a un’età dove certo non manca di esperienze nonostante lo spirito giovanile. Sarà interessante questa nostra conversazione. Dunque m’incammino attraversando le passerelle in direzione di “El Palacio”. Grazie a WhatsApp riusciamo nel nostro intento. Lo riconosco sulla porta del ristorante mentre sta coordinando il lavoro del suo team. Gentilmente mi saluta ed insieme dirigiamo fuori in terrazza dove seduti ed ispirati da un bicchiere di prosecco Alfredo comincia a raccontarsi.

Cominciando così: “Sono stato fortunato ho incontrato in Messico una donna meravigliosa, mia moglie Norma, la madre dei miei due figli, e dal 1994 sono qui a Monterrey dove ho aperto due ristoranti di cui rimane solo quello che vedi qui a San Pedro.  Ma la mia storia comincia altrove. Prima in Svizzera nel paesino di Biasca, non lontano da Bellinzona, e poi negli Stati Uniti d’America in Florida.”

A questo suo inizio ribatto con un paio di domande che vanno ai veri inizi della sua storia. “Ti prego di dirmi qualcosa della vita a Biasca e della tua famiglia svizzera. E poi sarebbe interessante se mi raccontassi delle circostanze che ti hanno spinto a partire?”. L’uomo fa una pausa di riflessione. Nel silenzio trasmette un’aura distinta, con giacca blu scuro e foularino piantato nel taschino. Elaborate le domande prima stira le gambe e dopo appoggia una mano sul tavolo. Calmo e concentrato riprende il filo del discorso. “Avevo diciotto anni quando sono partito. Biasca era graziosa, ai piedi delle montagne, facevo una vita semplice e sana con la mia famiglia. Ma avevo tanti sogni. E facilmente m’innamoravo delle cose belle della vita. Era il 1978. All’epoca l’unico cinema si trovava a Lugano ed il fine settimana ci andavo una volta al mese. Mi piaceva tanto guardare i film western di Sergio Leone. L’altra fonte di divertimento erano le tradizioni locali. Il periodo del Carnevale era il mio favorito. Lo attendevo sempre con trepidazione. In paese, lavoravo come carpentiere nella ditta di mio zio perché avevano un sacco di lavoro nei dintorni. A volte andavamo per dei progetti fin sul lago di Como. In realtà volevo diventare architetto.  Finito il diploma, avevo appena diciotto anni e dentro di me provavo incertezza per il futuro, a volte timore, ma allo stesso tempo tanta voglia di conoscere il mondo. Di certo, non mi attraeva di andare al servizio militare. Avevo sì degli amici. Andavamo al bar, al jukebox ascoltavamo i Pink Floyd e Lucio Battisti. Ma nulla di che. Il tempo passava vedendoci in compagnia il sabato. Capisco ora che tutto questo non mi bastava. Che volevo esprimere me stesso. Conoscermi facendo delle cose. Provare delle soddisfazioni. Come un viaggiatore romantico volevo perdermi per il mondo e innamorarmi di tutto quello che incontravo sul mio cammino. Non vedendone i rischi.”

Benché avvinto dalle sue parole mi permetto una brevissima interruzione. “Ma come ti si è aperta una porta a questo tuo desiderio?”, Alfredo non si scompone e ripiglia a narrarsi. “Avevo un contatto in America. Si trattava di un maître di ristorante che lavorava in Florida. L’avevo conosciuto in paese, me lo avevano presentato al bar. Sua moglie era ticinese, di Biasca, e si trovavano da noi in visita. Quando l’ho sentito parlare delle spiagge della Florida, della gente di quei posti, del suo lavoro, ho provato qualcosa dentro che non so spiegare e ho cominciato a sognare. Dopo poco tempo sono partito. Da Zurigo ho preso l’aereo Pan Am per New York e con 500 franchi in tasca e qualche vicissitudine al porto d’entrata, ma il visto per un anno, sono arrivato a Fort Lauderdale in Florida. In realtà, non avevo nessuna idea di dove stavo andando e di cosa avrei fatto.”

Sempre più preso dalla sua storia, intervengo alla pausa. “Arrivato in Florida, cosa ti è successo? Il maître ti ha davvero aiutato?” L’uomo fa cenno col capo di sì e ritorna alla carica. “La prima cosa che ho notato laggiù furono le palme, la spiaggia e la bella gioventù. Jean-Claude e sua moglie furono generosi e gentili ospitandomi per almeno un mese. Tutto era così diverso. Dovevo abituarmi. Capire quello che potevo fare. Grazie all’aiuto dell’amico francese dopo un mese avevo già il mio appartamento e lavoravo di sera in un ristorante aiutando in cucina. Guadagnavo venti dollari al giorno.  Il lavoro era duro però la mattina andavo a scuola e imparavo l’inglese. Ma in un paio di mesi riuscii a trovare qualcosa di meglio grazie ai parecchi amici che mi stavo facendo.  Uno di loro, un certo Patrick, artista e arredatore d’interni, un giorno mi presentò una signora che aveva un laboratorio di sartoria dove confezionava vestiti per boutique esclusive.  Fu come un colpo di fulmine in campo lavorativo. Mi mise al tavolo di lavoro dove iniziai a disegnare ed aiutare per altri modelli. Imparai molto in quell’esperienza. A vendere, allestire negozi nuovi, e persino a viaggiare nei periodi in cui presentavo i campionari di estate e inverno. Adoravo decorare e spesso m’incaricavano di cambiare le vetrine. Dopo un anno avevo già una bella macchina e un appartamento in una zona elegante. Quell’idillio durò per quattro o cinque anni permettendomi di fare la dolce vita in Florida. Non era male. Feste, amici, soldi in tasca. Ma arrivai a un punto dove non mi sentivo più in sintonia. In realtà vivevo alla giornata. Volevo qualcosa di diverso. Ma non sapevo cosa. Le domande e i dubbi mi tormentavano. “Cerco dell’altro? O torno in Svizzera?” Non era facile tornare a casa. Il mio orgoglio me lo impediva. E mi aspettava pure il militare.

Mi venne in mente di fare un giro a New York. C’ero stato diverse volte per delle fiere e avevo conosciuto un ebreo molto simpatico, un certo Alphie. Ma non sapevo il suo indirizzo. Era un fabbricante di scarpe di Long Island. Dunque lo cerco per due settimane e poi una sera per caso lo incontro in discoteca. Gli dico: “Ciao, Sono qua! Sto cercando qualcosa da fare.” Mi dà subito appuntamento per l’indomani. All’orario previsto, viene a prendermi con un macchinone davanti al mio loft affittato a Soho. Parliamo. Alphie possedeva una fabbrica che occupava duecento persone e vendeva all’ingrosso. Stimava la mia esperienza di venditore e quel giorno mi aprì una porta. Lui mi dava le scarpe ed io gliele vendevo. Tutto qui. Nacquero così una serie di negozi di scarpe di alta qualità che battezzammo Soho Cobler. Professionalmente fu l’apice per me. Arrivai ad avere un appartamento a Brooklyn Heights e pure una super macchina. Le scarpe erano chic, fatte a mano, con materiali pregiati. Vendevano bene, a persone come Sophia Loren, Robert Redford (che veniva sempre col cagnolino), Rod Stewart. Ricordo pure che un giorno spuntò dalla porta l’avvenente Raquel Welch. Arrivarono i ventinove anni. Avevo avuto tante soddisfazioni ma ero stanco. Lo stress, la solitudine, la complessità di quella vita non mi facevano vedere un futuro. Decido. È finita. Ritorno in Florida, a Miami, per fabbricare borse con uno stilista di Gucci. Disegnavo, seguivo le mode e usavo materiali come la pelle di zebra o leopardo. Ma era solo una parentesi.

Fino a quando incontrai una messicana a Bayside in discoteca. Mi parlò di Puerto Vallarta. Del mare, della spiaggia, della movida notturna. M’intrigò al punto da farci un viaggio. Sto per una settimana. Seguo un mezzo contatto che avevo fatto con degli arabi ma presto si rivela fasullo. A quel punto, entra in scena Elio. Un italiano che noleggiava jet-ski. E un certo Stefano che gestiva un negozio di vestiti. Avevo trent’anni. Ero simpatico e sveglio. Sognavo di aprire un ristorate in riva al mare dove amavo organizzare le spaghettate di mezzanotte. Fu così che aprii “La dolce vita” a Puerto Vallarta, con due soci italiani che ancora oggi sono i gerenti dello stesso locale. Tre anni dopo, faccio la conoscenza di mia moglie proprio al ristorante. Una ragazza che veniva lì in vacanza nella seconda casa di famiglia ma originaria di Monterrey. C’innamoriamo ed iniziamo a progettare una vita insieme. Sposati ci trasferiamo a Monterrey dove apro il mio primo “Capriccio”. Il console italiano dell’epoca è di grande aiuto e grazie a lui entro a far parte della comunità italiana della città. Ci aiutiamo tra italiani e facciamo sempre una grande festa annuale per rivederci tutti. Il resto è storia. Vita in famiglia. Lavoro sodo per crearsi una reputazione. Qui la reputazione vale oro. La gente si parla. Il rispetto è fondamentale nella vita professionale e personale. Trovo che i messicani siano un popolo gioioso. Allegro e generoso. Si aiutano molto tra di loro. Sono grato a mia moglie per avermi aperto quest’ultima porta. Qui ho trovato soddisfazione professionale, ma anche affetti e la consapevolezza dell’importanza di certi valori universali. Ad esempio, cercare sempre il bene, e saperlo distinguere dal resto.”

La storia di Alfredo finisce qui. Per adesso. Mi lascia un sapore in bocca di vissuto. Di una persona che si è sempre trovata al posto giusto al momento giusto. Ed è tanto. Questo non significa che sia stato facile il suo percorso. Tutt’altro. Risulta un percorso ricco di sfide e risvolti altalenanti dove la Musa del caso impera. La storia di molti italiani all’estero d’altronde segue a ruota per somiglianze e paralleli. Joseph Campbell, lo studioso americano di mitologia, riconosce nel cammino dell’esistenza due paradigmi fondamentali. Quello della mano sinistra. E quello della mano destra. Nel primo, ci si butta a spada tratta nella mischia della Vita, nell’altro si lavora di regia tra la passata generazione e quella futura. Costruendo. I casi della Vita, il proprio carattere, il momento storico in cui ci tocca vivere influiscono nelle scelte. A noi spetta solo di capire a quale vento apparteniamo.

Massimo Maggiari

*

Includo un testo poetico che a mio avviso cattura in pieno quello stato dell’anima che ispira ogni adolescente a mettersi in gioco nella grande avventura della Vita. Prima sognando o premeditando, e poi man mano che scorrono gli anni con le scelte che ognuno fa nel mondo reale. Quelle azzeccate e alcune meno. Sole in coda, le omissioni. Non meno importanti.

Tutta la meraviglia del mondo

È come dici tu, dovrei ripartire.
Non sono mai stato felice in una casa.
Non sono mai stato felice in famiglia.
Non ho mai avuto nostalgia, quando ero
solo e lontano. Tutta la meraviglia
del mondo per me era la passeggiata
alta sul mare quando, i libri di scuola
in una cartella, a passo veloce
andavo, e inspiravo il vento
colore del salino e delle agavi
e fingevo di avere una ragazza
per mano: la meraviglia, la razza
forte dei sogni, i libri, il cinema,
i lunghi viaggi in treno,
le lunghe traversate dell’anima
ma mai i muri di una casa, mai.

Giuseppe Conte
Da Dialogo del poeta e del messaggero, Mondadori 1992

 

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