01 Febbraio 2021

Guadalupe Nettel, il prossimo Nobel messicano (trent’anni dopo quello a Octavio Paz)

Meno enfatica dell’inarrivabile Garcìa Màrquez, meno fatalista della Allende e meno complessa di Llosa, la Nettel scava nella corteccia del dolore (invisibile al mondo) del popolo messicano. In Italia la pubblica La Nuova Frontiera, dopo tre libri è divenuta l’esempio di come idee e coraggio contino molto più dei soldi.

Negli ultimi dieci anni, e in qualche modo ancora oggi, gli scrittori sudamericani candidati alla traduzione in italiano prima che la qualità dovevano soddisfare una paradossale “involuzione darwiniana”. Contribuire alla definitiva sepoltura della irripetibile stagione del realismo magico e della lagnanza sottocutanea comune a ogni romanzo proveniente dal Messico in giù. Più di un desiderata, un’esigenza sociale. Come a rivendicare che ci fosse bisogno di più Occidente anche in quello che leggevamo, che ci fosse la necessità di una maggiore contemporaneità – quale? – alla letteratura che stavamo proponendo.

«L’Europa che dimentica l’America Latina in realtà sta rinunciando alla sua storia». Un capriccio, quel tentativo di sterminio degli scrittori sudamericani nati e cresciuti alla scuola di Garcìa Màrquez, persino ridicolo di fronte alla povertà di certa narrativa italiana, il cui stato di salute complessivo è sotto gli occhi di tutti. A questo progetto largamente incoraggiato dalle più importanti agenzie letterarie, tra pochi altri sopravvisse Guadalupe Nettel. Classe 1973, originaria di Città del Messico, pubblicata in Italia da Einaudi nel 2014 (Il corpo in cui sono nata) e nel 2016 (Quando finisce l’inverno), accolta da grandi elogi e vendite tutto sommato nella media. Eppure? Eppure niente, quella lagnanza sottocutanea impossibile da smacchiare evidentemente non andava bene per un mercato così coraggioso e moderno come quello italiano, in quegli anni dedito alla beatificazione letteraria di Fabio Volo. I diritti di traduzione finiscono a La Nuova Frontiera, editrice romana che investe nella direzione opposta al mainstream: «ricerca testi in spagnolo, portoghese e catalano, pubblicando e facendo conoscere al pubblico Caramelo (Sandra Cisneros), La piazza del Diamante (Mercé Rodoreda) e Le voci del fiume (Jaume Cabré)» nei primi tre anni di vita del marchio. Una ricerca non affidata al caso o agli agenti letterari, ma a chi i libri li legge ancora. «In seguito, esolo dopo aver girato in lungo e largo le più importanti fiere editoriali dell’America Latina, ci siamo imbattuti in una nuova generazione di autori che si discostano dallo stereotipo della narrativa latinoamericana: Valeria Luiselli, Emiliano Monge, Yuri Herrera, Lina Meruane, Álvaro Enrigue, Luiz Ruffato, Diego Zuñiga».

Guadalupe Nettel è tra i suggerimenti per il Nobel

Nel 2008 arriva la collana il Basilisco, in cui escono Juan José Saer, Baron Biza, Mario Benedetti, Felisberto Hernández, Julio Ramón Ribeyro, nel 2016 Paco Ignacio Taibo II decide di pubblicare con loro. Come possa l’Italia aver favorito una campagna di rimozione così dannosa soprattutto per la sua stessa cultura (la lingua italiana è parlata da quasi 60 milioni di persone in Italia e altri 25 nel mondo, la metà dei quali in America Latina) non è dato sapere, così come restano irrisolti gli interrogativi sull’abilità di privarsi sistematicamente del meglio. Ma una cosa è certa, non siamo noi a dirlo ma la stessa Nettel in un intervento pubblico di qualche anno fa a Barcellona (dove vive e insegna): «L’Europa che ignora la sofferenza dell’America Latina, in realtà rinuncia alla sua storia. Non siamo rimasti alla solitudine di Garcìa Màrquez, ma il fossato che stanno scavando intorno all’America Latina, da una parte gli Stati Uniti e dall’altra l’Europa, è un modo concreto per dire che il mondo e l’uomo stanno rinnegando loro stessi».

*

La missione degli indipendenti, da “Tempo ritrovato” a “La nuova Frontiera”

Non conoscevo la Nettel, non avevo mai letto di lei se non ricerche e interventi in cui di tanto in tanto inciampavo. Poi, nell’autunno 2018, sono stati i responsabili della “Tempo ritrovato Libri” di corso Garibaldi a Milano a propormela sul serio, a sedurmi alla sua lettura in un modo e con argomenti a cui non potevo restare indifferente. «Leggila, se questa qui non diventa premio Nobel nei prossimi quindici anni, vieni e ce li restituisci. E noi te li rimborsiamo». Erano appena usciti i racconti di Bestiario sentimentale, testimonianza di precisione narrativa e chirurgia estetica della parola, prova superiore a quasi tutti gli autori sudamericani, così sorprendente e seduttiva da non poter passare inosservata. L’anno dopo, sempre per La Nuova Frontiera, escono Petali e altri racconti scomodi che sanciscono il talento della messicana nel breve, la confidenza col lettore e la leggerezza nel ricorso a temi forti e ignorati (un erotismo cinico più che nascosto, verrebbe da dire non occidentale) dai colleghi. E anche in quel caso, il commento più o meno universalmente speso è «che brava, ma leggi che brava».

Poi? Nessun pentimento, nessuna autocritica per averla sublimata e subito ignorata. Ma è con La figlia unica (La Nuova Frontiera, 2020) che la Nettel mette al tappeto ogni strenuo detrattore passando dal racconto al romanzo, tessendo una trama impegnativa e contagiosa nella sua straziante attualità: l’incapacità di saperci prendere cura degli altri, la rinuncia alla genitorialità come paradossale atto d’amore verso l’umanità e come responsabilità verso noi stessi. Ne La figlia unica la Nettel mette a frutto l’esperienza maturata in questi anni, raccogliendo i dati (e i consigli) di un cammino entusiasmante nonostante le difficoltà incontrate. Oggi tutti la indicano come l’astro della nuova letteratura sudamericana, un talento diverso da quelli finora indicati come fenomeni ma che poi sono svaniti di fronte alla prova più temuta (la tenuta di fronte ai lettori): la Nettel possiede una forza e un’abilità rare, una padronanza di tempi e una scansione musicale, quindi matematica, difficilmente riscontrabile in altri. Ecco cosa sono gli indipendenti. Ecco a cosa porta il miracolo dell’indipendenza. Dal suggerimento di una libreria al coraggio di una casa editrice, il nitore della Nettel è garantito da un tam tam che non ha niente a che fare con le mayor ma attiene esclusivamente alle persone.

*

Il prossimo premio Nobel a trent’anni da Octavio Paz

Si sa, i meccanismi di attribuzione dell’Accademia reale di Svezia non sono proprio limpidi – mi riferisco alla logica del talento che valse il paradossale Nobel a Dario Fò negandolo però a Borges, Buzzati, Luzi, Calvino, Philip Roth e che continua a negarlo tra i tanti a Ian McEwan –, ma sono in molti ad attendersi un atto di responsabilità in virtù di quello che sta succedendo al Messico, Paese in cui all’isolamento socio-economico si è aggiunto il Covid che ha scavato una trincea intorno al dolore invisibile di questa gente.

Octavio Paz vinse il Nobel nel 1990

Secondo indiscrezioni, la Nettel starebbe lavorando a un grande romanzo proprio sulla dignità dei messicani, su questo popolo segregato da una parte dal mare e dall’altra dal muro di Trump, a cui non resta che raccontarsi nei romanzi dei suoi tanti autori validi. L’ultimo Nobel messicano, che poi è anche l’unico che sia stato assegnato a uno scrittore nato lì, appartiene a Octavio Paz (1990). Anche lui di Città del Messico, Paz è molto diverso dalla Nettel per caratteristiche, temi e stile, ma proprio questo potrebbe far convergere sulla messicana indizi che oggi appaiono non più un miraggio. Punti a sfavore, la Nettel non è una poetessa, non demolisce la parola come i suoi predecessori. A favore, la Nettel non subisce sé stessa, non vive sotto la sua ombra, anzi attraverso la strana metafisica dei messicani racconta la confusione del mondo. Come dire,
l’imbuto del pianeta (il Messico quella forma ce l’ha per davvero) dimenticato nel collo della bottiglia che si candida a raccontarne i contenuti. Poi l’endorsement di molti autori tra i più prestigiosi al mondo, che l’hanno indicata come «un talento impossibile da trascurare». Infine basta fare una contabilità degli ultimi Nobel e dare un’occhiata ai loro editori, quasi tutti indipendenti. Tutto ciò nonostante il tentativo di sterminio degli scrittori sudamericani nati e cresciuti alla scuola di Garcìa Màrquez, che poi era quella di Cesare Zavattini (a Cinecittà).

Davide Grittani

* Davide Grittani (Foggia, 1970) è scrittore e giornalista. Ha pubblicato i reportage C’era un Paese che invidiavano tutti (Transeuropa 2011, prefazione Ettore Mo e testimonianza Dacia Maraini) e i romanzi Rondò (Transeuropa 1998, postfazione Giampaolo Rugarli), E invece io (Biblioteca del Vascello 2016, presentato al premio Strega 2017), La rampicante (LiberAria 2018, presentato al premio Strega 2019 e vincitore premio Città di Cattolica 2019, Nicola Zingarelli 2019, Nabokov 2019, Giovane Holden 2019, inserito nella lista dei migliori libri 2018 da la Lettura del Corriere della Sera). Editorialista del Corriere del Mezzogiorno, inserto del Corriere della Sera.

Gruppo MAGOG