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“Non c’è dubbio. Le grandi amicizie tra uomini sono erotiche”. Dialogo con Martin Amis, “il Mick Jagger della letteratura”. (E se suo padre fosse Philip Larkin?)

Martin Amis si è trasferito negli Stati Uniti nel 2011. La madre, Hilly, è morta l’anno prima. La moglie, la scrittrice Isabel Fonseca, è di New York, ha preferito avvicinarsi ai suoi genitori. Amis, il più brillante stilista in prosa della narrativa britannica del dopoguerra, ha pubblicato un nuovo libro, Inside Story, il precedente, The Zone of Interest è uscito sei anni fa. Descritto come una specie di “autobiografia romanzata”, segue idealmente Experience (2000), che si concentra sul rapporto con Kingsley Amis, il padre dello scrittore, focalizzandosi su altre figure: Philip Larkin, il poeta, confidente di Kingsley, Saul Bellow, l’idolo di Martin Amis, e Christopher Hitchens, “il mio amico più autentico”, morto nel 2011, a 62 anni, per un cancro all’esofago.

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Più che un’“autobiografia romanzata”, Inside Story è una raccolta di meditazioni, di pensieri sulla letteratura, la politica, la morale, l’arte della scrittura, che segue approssimativamente alcuni episodi della vita di Amis. A un certo punto, presentando a una ragazza Le avventure di Augie March di Bellow, Amis scrive, “c’è moto, ritmo, ma manca una trama reale”. “Dunque è tutto chiacchiere”, risponde l’altra. Anche il libro di Amis è un libro di chiacchiere, “ma è il tono della chiacchiera, il ritmo del balbettio quello che conta”, dice lui. Inside Story è un romanzo fitto di chiacchiere – non c’è miglior chiacchierone di Amis.

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“Sono stato incredibilmente fortunato”. Martin Amis cresce immerso nella letteratura: il padre, Kingsley, ottiene il Booker Prize nel 1986, è nominato cavaliere nel 1990; la matrigna è la scrittrice Elizabeth Jane Howard, gli amici di famiglia sono personalità come Iris Murdoch e Philip Larkin… Scrivere “era un po’ come prendere il controllo del pub di famiglia”, dice lui. Casa Amis era un locale vivace, spesso caotico, dove si beveva molto. Amis descrive suo padre come “uno dei più grandi ubriachi del nostro tempo”. Dice di non aver subito l’ombra del padre. Ha scritto il primo libro, The Rachel Papers, nel 1973, a 24 anni. Appena finito di scriverlo, ha attaccato con l’altro, Dead Babies. “Quando sei giovane sei coraggioso, stupido, stupito: non hai paura, le cattiverie non ti intimidiscono. Non rifletti. Quindi, lavori, con adatta cattiveria”.

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Giacca byroniana, stivali col tacco, Amis era noto come il ‘Mick Jagger della letteratura’ (“il problema, piuttosto”, dice lui, “è capire perché Mick Jagger non sia noto come il Martin Amis del rock…”). Suo padre non accettava il suo successo. “Gli dava fastidio. Una volta l’ho visto al The Russell Harty Show. Il conduttore fa, ‘ora dobbiamo parlare di suo figlio…’. Fece una faccia irritata, non voleva parlarne. Una volta una donna, durante una festa, si avvicina a lui e gli dice, ‘Come si sente ad avere un figlio più celebre di lei?’. ‘Non è celebrato quanto me’, risponde mio padre. ‘Certo. Molto più di lei’, replica la donna. Amava i miei articoli, ma non la mia narrativa. Ha letto un paio di romanzi, ha ammesso che forse avevo del talento. Nient’altro”.

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Kingsley Amis morì nel 1995. In Inside Story Amis racconta di aver telefonato a Saul Below. “Mio padre è morto a mezzogiorno, oggi… temo che dovrai prendere il suo posto”. Non desiderava un altro padre. “Ho detto a Saul che non mi sarei sentito completamente orfano finché lui fosse rimasto in vita. Lo amavo molto… ma era un amore letterario… era uno scrittore superiore, più capace di me, e questo mi stimolava. Non l’ho mai ritenuto un padre. Era un romanziere straordinario, un abisso. Ma non mi sentivo intimidito da lui”. Bellow è morto a 89 anni, nel 2005, dopo una serie di ictus, “straziato dalla demenza”. Un destino umiliante per chi “viveva della propria mente… Saul non ricordava più di avere scritto dei libri. Aveva una mente così arguta, così vasta… e tutto svanisce nell’indifferenza. Ho scritto da qualche parte che il platonismo, l’idea suprema dell’Alzheimer è dimenticarsi di respirare. Ciò che accade a un uomo di ottant’anni non è tragico, è commovente”.

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Il personaggio più provocatorio del romanzo è Phoebe Phelps, donna seduttiva con cui Amis ha avuto una lunga, tempestosa relazione, da giovane, stretta tra memorabili imprese d’amore e “carestie sessuali”… Phoebe, dice lui, “è una sintesi delle diverse donne che ho avuto, in passato. Se per l’85% del libro sono schiavo della realtà, mi sono concesso almeno il 15% per respirare”. Phoebe, piuttosto, è il pretesto per introdurre uno dei punti più sconcertanti del libro. Per vendicarsi di Amis, che la tradisce, la donna gli rivela un segreto: in una notte di dicembre del 1948, quando Kinglsey è fuori casa, con un’amante (tale padre, tale figlio), la madre di Amis, Hilly, invita Philip Larkin a restare da lei. Poco dopo, scopre di essere incinta. E il bambino non è di Kingsley. Il suggerimento che Larkin sia il padre autentico di Martin Amis è un’invenzione, ma “fondata su un sospetto”. Lo scrittore si blocca. Riprende: “Non mi piace l’idea che Philip Larkin sia mio padre, ma amo l’ipotesi che abbia avuto una relazione con mia madre… Mio padre era tanto promiscuo quanto Larkin era rigido… Non credo sia accaduto nulla, ma fosse successo… sarebbe un atto di giustizia. Ho scoperto alcune lettere di mia madre indirizzate a Larkin che sono apertamente audaci; nell’ultima lettera che Larkin scrive a mio padre c’è un riferimento a mia madre: è la donna più bella che abbia mai visto, scrive il poeta. Suona come una confessione”.

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Larkin è uno dei punti in comune tra Martin Amis e Christopher Hitchens: entrambi concordavano che fosse il più importante poeta inglese dei tempi moderni. Amis e “The Hitch” si conobbero nei primi anni Settanta, scrivevano entrambi per “New Statesman”, sono stati uniti per oltre trent’anni. L’affetto di Amis per l’amico è espresso nel modo più tenero e intenso quando lo descrive in ospedale, a Houston, mentre tenta di curare il cancro che lo ucciderà. “Com’era giovane e bello. Pacificato, giovane e bello. Sembrava un pensatore, un pensatore severo e cinico, che si prendeva una pausa, il collo piegato all’indietro, per alleviare lo sforzo di una meditazione prolungata”. Nove anni dopo, Amis continua a pensare a Hitchens, ogni giorno. “Mi manca in modo imprevedibile. Voglio continuare a parlare con lui, voglio fargli delle domande, telefonargli, scrivergli una mail… Non c’è dubbio. Le grandi amicizie maschili sono erotiche, contengono almeno un elemento di una storia d’amore. Ricordo che mio padre quando diceva che Larkin passava da Londra e che avrebbero pranzato insieme era eccitato come quando progettava l’ennesima relazione con una donna. Sentivo qualcosa di simile quando Christopher arrivava in Inghilterra e mi diceva, ‘Hitch atterra’, e ci vedevamo in un ristorante. Era come se io e Hitch fossimo sposati, in un certo senso”.

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Il 25 agosto ha compiuto 71 anni. Lo scrittore V.S. Pritchett ha detto che dopo i settant’anni non si pensa ad altro che alla morte. “Non credo sia così. Di certo, non ho una paura metafisica della morte. Ma la fatica di morire, il sudore della morte… è un’impresa ardua. E ho paura, piuttosto, che la mia vita sia medicalizzata”. Il padre è morto a 73 anni, “folle quando si parlava di morte. Lo ossessionava fin da piccolo. A volte si svegliava urlando… Era pazzo. Aveva ogni tipo di terrore legato alla morte. Non potevo volare, guidare, andare su un treno da solo…”. Si blocca. “Anche Larkin aveva un ridicolo terrore per la morte. Non riesco a capirlo. Chi se ne frega di tutto una volta che sei morto? Solo per chi ami la tua morte ha una specie di durata”.

Mick Brown

*L’intervista, di cui si traduce una parte, è pubblica integralmente su “The Telegraph”, con il titolo, “Martin Amis: I definitely don’t want Philip Larkin to have been my father”

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