11 Luglio 2024

L’impubblicabile Kinski, un poeta-vampiro da manicomio

Di recente, ho rivisto Nosferatu, il film di Werner Herzog del 1979. Il violento candore di quel Dracula è indimenticabile e delinea, credo, l’identità ambigua di chi lo interpreta. Klaus Kinski – pallido, spigoloso, bellissimo – è un uomo che ha fatto copulare gli estremi, ha congiunto ferocia e tenerezza, innocenza e veleno.  

Attore di folgorante prestanza, tra gli indimenticabili di sempre, Kinski ha vissuto la vocazione del poeta. Lo testimoniano, tra l’altro, i dischi registrati dagli anni Cinquanta in cui KK recita Goethe e Schiller, Dostoevskij, Wilde, Shakespeare e i canti magici africani. Tra tutti, aveva sintonia con il linguaggio di François Villon e di Arthur Rimbaud. “Nelle febbre incalzante, nello strappo e nello squarcio, nell’eccessiva inquietudine dell’anima con cui vuole solcare l’intero mondo, è come Rimbaud, seguace della sua sanguinosa sconfitta, della sua rabbiosa fame di vita, della sua critica incessante al tutto, della sua delusione e della sua lotta per la verità e la giustizia che ancora lo respinge nella desolata solitudine del fuorilegge”, scrive il futuro attore in uno scritto autobiografico, Leben bis sommer 1952, che reca in sé la spina di un destino.

Le parole cardinali, in questo scritto, sono febbre e fuorilegge. Come Fieber, “Febbre”, in effetti, sono state raccolte da Peter Geyer, le poesie di Klaus Kinski, la prima volta nel 2001, per Eichborn Verlag, poi nel 2006, per Suhrkamp. I testi – creduti smarriti e fortunosamente ritrovati – sono stati raccolti da Antonio Curcetti, che prima ha allestito un servizio per “Poesia”, la rivista di Crocetti – n. 251, maggio 2012, con un Kinski giovanissimo, apollineo, aureolato di alloro, ferino, in copertina – poi ha fatto da sé, pubblicando, fuori commercio, con il fantomatico marchio “nessuno editore”, Febbre. Diario di un lebbroso. Era il 2018 e Kinski portava già, inciso con il fuoco, il marchio del repellente, del disgustoso, dell’impubblicabile. Nel 2013 Suhrkamp aveva pubblicato Kindermund, l’autobiografia in cui Pola Kinski accusa il padre di averla violentata, quando era ragazzina. Il libro uscì in Italia per Newton Compton come L’amore di papà; sottotitolo “L’autobiografia choc della figlia di Klaus Kinski”. Klaus Kinski era morto nel 1991, alla fine di novembre, solo, ostracizzato, nella casa californiana di Lagunitas. Da allora, sul corpo-corpus di Kinski agisce la scure di una virulenta damnatio memoriae mentre lui indossa la parte da sempre desiderata, quella del Cristo a contrario, del Cristo-vampiro, maledetto, malvoluto, sputato, dileggiato. Naturalmente, da allora le poesie di Kinski, un tempo documento artistico d’alto pregio, sono latitanti, fuorilegge dai cataloghi degli editori tedeschi di rango.

Orfano dopo la Seconda guerra, dotato di una poetica dell’impulsività, della prossimità al caos, Kinski è internato una prima volta nell’ospedale psichiatrico di Wittenau, siamo nel 1949. Da quella esperienza nasce il poemetto Manicomio, ora tradotto integralmente da Curcetti in clandestinità, per la “nessuno editore” – dacché questo è il circuito, per catacombe e torce belle come bocche, dei libri senza padri né protettori, dei libri sotto maledizione. Al grido rabdomantico che ricorda Rimbaud – e il dire straziato di Artaud – il poema di Kinski contrappone micidiali tenerezze:

“mio amato Sole! chi avrebbe saputo
come io mi sarei confuso tra ogni piccolo trifoglio
e ricucito ogni strappo del seno fiorito.
Ah, povera madre mia saltata da questa vita
per non togliere fiato alla mia terra –
come concime lei usò la sua linfa divina
rivoltandomi nella foresta vergine del suo grembo –
gridando morì come una giovane foglia
e non fu mai sazia
di come io non fossi mai sazio
della sua sacra energia ————-

ah, se m’avessero almeno falciato come
i campi dove voi raccogliete le vostre “messi”!
perché almeno non sarei io il “pazzo” –
io ridendo potrei donare agli steli arsi come me
il mio stesso odore di bruciato,
in compagnia d’ogni vento indifeso –
(questo almeno sarebbe un testamento)
così che continui ad ardere il solco che morde la terra –
e come un figlio delle nuvole potrei morire guardando
il Sole roteare velocemente nel piccolo specchio…………!”

In un verso, Kinski parla del “mio cuore germogliato di bianco”; purezza che fu lucore di lebbra, abbaglio, mania che boccheggia. Negli anni Cinquanta, Kinski riempì una valigia dei suoi manoscritti poetici – la affidò a un amico – la dimenticò. Era così: un uomo pronto, sempre, a farsi fuori, a morire di molte morti. Come i vampiri, si nutrì dell’altrui morte – si nutre di chi, da morto, continua a ucciderlo.

Qui abbiamo intervistato il suo traduttore, Antonio Curcetti.

Manicomio. A che ‘stadio’ siamo della vita di Kinski, come nasce questo poemetto, perché?

“Manicomio” è stato probabilmente composto attorno al 1952 e molti passaggi riprendono poesie già presenti nella raccolta “Febbre”, in particolare “Der Weltirrsinn” (La pazzia del mondo) e “Irrenhaus” (Manicomio), dallo stesso titolo e che costituisce il testo laboratorio da cui si è sviluppata la versione estesa; in tutte queste poesie Kinski affronta il soggiorno nell’ospedale psichiatrico di Wittenau, dove era stato ricoverato a forza nel 1949 dopo aver schiaffeggiato il direttore artistico del Deutsches Theater di Berlino ed essersi liberato dei vestiti di scena, rifugiandosi poi sul tetto. Nonostante il ricovero fosse stato di breve durata, quell’esperienza ha in “Manicomio” una portata quasi universale, diviene metafora della sofferenza umana. Abbandonando i caratteri “Sütterlin” (così fitti e macabri) con cui aveva scritto una buona parte delle poesie di “Febbre”, “Manicomio” fu invece redatto con una macchina da scrivere, poi graffettato e regalato ad una sua amica d’infanzia; solo nel 2006 il curatore del “fondo” Kinski (Peter Geyer) lo pubblicò nella seconda edizione di “Fieber – Tagebuch eines Aussätzigen”, assieme al testo originale del “Jesus Christus Erlöser”.

 Quali, a suo dire, le ‘fonti’ liriche di Kinski. Forse Rimbaud, forse Artaud – ma: lo aveva letto? –, di certo una via crucis apocrifa. Siamo ai primordi del Kinski/Christ, il reietto da tutti frainteso, da tutti vilipeso…

Soprattutto Rimbaud e Villon, nelle prime traduzioni in tedesco che ne fece il poeta espressionista Paul Zech; di questi poeti Kinski aveva letto pubblicamente le poesie e poi inciso dei dischi, dedicandone uno proprio a Rimbaud (“Kinski spricht Rimbaud”). Più volte ho pensato che Kinski conoscesse Artaud, sappiamo invece per certo che aveva letto Nietzsche, perché sono sopravvissute delle letture incise su nastro, tra cui quella tratta dai suoi aforismi e che inizia con “Nur als Schaffende”, ovvero “Solo in quanto creatori”; se in Kinski è evidente l’attrazione per la volontà di potenza che diviene volontà di vita (dove in Artaud è la crudeltà a nutrirsi dell’essenza stessa della vita), altrettanto evidente quella che ha su di lui la figura di Gesù, fino all’immedesimazione, così come  il tono ambiguo, insultante che Kinski ha con Dio e con gli interlocutori del cristianesimo, esattamente come in Rimbaud.

Perché Kinski si ‘dimentica’ della propria stagione poetica, a cui tanto valore aveva dato?

Kinski “dimentica” la sua stagione poetica perché la considerava fuori dalla percezione ordinaria della realtà; l’abbandono di questa stagione include già la morte ed il commercio di sé che sarebbe sopraggiunto. L’oblio d’altronde è un paradosso, dove la cancellazione delle tracce diviene esercizio di levità e un gesto consapevole di sfida al destino.

Domanda all’appassionato. Qual è di Kinski l’interpretazione cinematografica che sempre la folgora? E quella meno nota, da riscoprire?

La più folgorante è senz’altro quella nel Grande silenzio, un capolavoro del 1968 diretto da Corbucci, dove Kinski ci accompagna nei meandri più bui dell’umana crudeltà con magnetica incuranza; si tratta di un western che sfida qualunque canone di genere e dove tutti i buoni (bambini e donne inclusi) vengono uccisi “a norma di legge” da un cacciatore di taglie; in Germania, quando lo proiettarono nelle sale cinematografiche, ci furono forti proteste e qualcuno del pubblico arrivò addirittura a sparare contro lo schermo. Quella da riscoprire è invece in Zoo Zero, bizzarro film del 1979 diretto dal francese Alain Fleischer e che narra di Eva, una cantante di un nightclub a tema in cui tutti indossano maschere animali, e dei suoi giri in limousine tra personaggi bizzarri (che appartengono all’incestuosa famiglia degli orchi) e allo zoo, il cui direttore (Kinski) si aggira tra le gabbie ascoltando arie tratte da Il flauto magico di Mozart.

Vedo che le poesie di Kinski non sono più disponibili da Suhrkamp. In sintesi: sono scomparse dal mercato editoriale tedesco. Perché? Kinski resta davvero l’isolato, l’impubblicabile, l’irredimibile?

Kinski, dopo la pubblicazione del libro autobiografico scritto dalla figlia primogenita Pola, ha superato il punto estremo. Se l’incesto tra consanguinei è uno dei tabù più inveterati, quello tra genitori e figli è senza ritorno, non c’è romanticismo che tenga a giustificarlo. Io penso che l’idea di immortalità e la negazione delle distanze generazionali siano stati il modo estremo di Kinski per rivendicare il diritto all’eternità, provare a farsi immortale, esattamente come accade tra Lope de Aguirre e sua figlia nel film di Werner Herzog. A Berlino c’è un marciapiede incastonato di stelle che celebrano i grandi attori del cinema tedesco; la stella dedicata a Kinski, ricoperta di sputi, bamboline, passeggini, si è trasformata da tempo in un luogo animistico al contrario, fatto di disprezzo.

E ora: verso quali avventure si sta orientando? 

Vorrei mettere mano alla traduzione del “Jesus Christus Erlöser”, personale rilettura di Kinski del Nuovo Testamento, oppure, per dirla alla Beckett, più nulla, perché è più sicuro.

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