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Dov’eri quando hanno assassinato Kennedy? Il monumentale televisore Phonola, un dettato a scuola, la fatidica lettera K e un incontro, a Londra, molti anni dopo, che santifica Marshall McLuhan

Prendete un pezzetto di storia e cominciate a sfregarlo sulla pietra dura della vostra memoria e vedrete che l’attrito fra un passato più o meno lontano e le vostre esperienze finirà per sprigionare autentiche scintille di storia e microstoria, schegge di varia natura che vanno un po’ da tutte le parti, uno strano intreccio tra un grande fatto che ha segnato la storia di tutti e una serie di piccoli fatti che hanno segnato la vostra storia personale.

Il 22 novembre 1963 qualunque americano in età matura ricorda dove era e cosa stava facendo al momento dell’annuncio che il presidente Kennedy era stato ucciso, un luogo comune che vale anche per chi aveva solo sette anni e stava finendo di cenare in una vecchia casa del centro di Milano.

«Qui Nuova York, vi parla Ruggero Orlando», il mio ricordo di quella sera comincia da una voce, autentica icona sonora della prima generazione televisiva, che pronunciava queste parole in una tempesta di erre arrotate e da una serie di immagini sfocate in bianco e nero che scorrevano nel monumentale televisore Phonola troneggiante nella sala da pranzo. Mi resi subito conto che sarebbe stata una serata memorabile per lo stupore sui volti dei miei famigliari e in modo particolare del nonno che dopo pochi minuti sentenziò: «Non si saprà mai chi è stato», frase quanto mai profetica, e poi per l’inconsueta visita di un vicino di casa sprovvisto di televisore. Eravamo agli inizi degli anni Sessanta e la televisione aveva ancora il ruolo di cantastorie moderno con il potere di radunare la gente intorno a sé.

Intanto la poderosa macchina della società dell’informazione si era messa in moto e non l’avrebbe fermata più nessuno: l’arresto di Lee Oswald, il deposito dei libri della Texas School con la fatidica finestra al sesto piano, il fucile arma del delitto, l’uccisione in diretta di Oswald, la commissione Warren, il leggendario filmato di Zapruder con le scene dell’attentato, il tailleur rosa confetto di Jacqueline, l’agente che salta sulla macchina in corsa del presidente, la collinetta con la staccionata da cui forse sono partiti i colpi, il complotto della mafia, la cospirazione della Cia, dei castristi e degli anticastristi, un diluvio irrefrenabile di tesi, sospetti, prove, controprove, testimoni e inchieste che nel corso degli anni ci avrebbe inondato di informazioni su tutto e su tutti per non spiegarci assolutamente niente. A distanza di oltre cinquant’anni l’unica cosa che possiamo dire è che ci saremmo accontentati di due sole notizie: chi ha ucciso Kennedy e perché. Di tutto il resto ne avremmo fatto volentieri a meno.

L’assassinio di Kennedy è stato il primo clamoroso esempio di quella overdose informativa, o pseudoinformativa, nella quale diventa impossibile selezionare e individuare ciò che è veramente utile e indispensabile per arrivare alla conoscenza. Il neurobiologo francese Jean-Pierre Changeaux ha chiarito nel suo libro L’uomo di verità che “apprendere” significa soprattutto “eliminare”, spiegando come l’acquisizione del linguaggio nei primi mesi di vita avvenga non per accumulazione di dati, ma al contrario per una restrizione progressiva dell’immenso mare sonoro che arriva alle orecchie del neonato. Per fortuna da bambini riusciamo a sfuggire al frastuono ossessivo di voci, parole e suoni che serve solo a confondere le idee e così siamo in grado di cogliere delle immagini, delle impressioni allo stato puro e per questo quanto mai preziose. Un tesoro che ci portiamo dietro per sempre, indipendentemente dalla nostra volontà, una sorta di imprinting personale, fatto di luci, odori, rumori, emozioni. Poi crescendo la percezione delle cose cambia, la personalità ormai si è formata con tutte le incrostazioni e le sovrastrutture che inibiscono la capacità di cogliere quei dettagli e quelle sfumature che spesso sono decisivi. Tutto finisce per essere visto attraverso il filtro di quello a cui crediamo o a cui vogliamo credere, abbiamo delle opinioni o degli interessi da difendere e la magia si è persa.

Quella sera del 22 novembre 1963 tutto questo io non lo potevo sapere e poi a sette anni uno ha anche il sacrosanto diritto di pensare ad altro e di addormentarsi sereno, senza immaginare che la propria spensieratezza ha le ore contate. Già, perché a causa dell’assassinio di Kennedy ho passato i miei guai. Non quella sera ma il mattino dopo quando a scuola la maestra ebbe la bella idea di fare un dettato prendendo spunto dalla notizia del giorno. Tutto sembrava andare come sempre, con l’insegnante che camminava tra i banchi e dettava scandendo bene le parole fino a quando pronunciò «John Fitzgerald Kennedy» e a quel punto io mi bloccai davanti all’ostacolo insormontabile di una lettera dell’alfabeto mai incontrata prima, una novità assoluta e inaspettata: la lettera kappa, maiuscola per complicare ancora di più le cose. Un agguato in piena regola. Nonostante l’esempio della maestra alla lavagna io non riuscivo proprio a scrivere quella lettera del tutto nuova per me, e ci vollero parecchi tentativi più svariate cancellature, una vera onta per il mio immacolato quaderno, per arrivare a mettere giù uno sgorbio che alla lontana, molto alla lontana, e con un bel po’ di fantasia, poteva ricordare una kappa maiuscola. Un bruttissimo quarto d’ora, il primo della mia vita, che non ho mai dimenticato e che mi ha lasciato in eredità un’istintiva diffidenza per le novità inaspettate che ti piombano tra capo e collo. Last but not least la consapevolezza che questo è uno sporco mondaccio e la vita qualcosa di maledettamente complicato.

Parecchi anni dopo senza volere mi ritrovai a incespicare di nuovo nella morte di Kennedy, ma per fortuna in circostanze molto più piacevoli rispetto a quella terrificante mattinata a scuola. E poi ero a Londra e non a Milano. Dopo una lunga, faticosa e in buona parte inutile visita al British Museum, i grandi musei sono un altro bell’esempio di eccesso informativo che alla fine lascia molto poco, per sfuggire a uno di quei meravigliosi diluvi estivi londinesi mi rifugiai in compagnia di una simpatica amica americana nel piccolo caffè gestito da italiani al centro di Russell Square. Tra uno scroscio di pioggia e l’altro non so come ma il discorso cadde su John Kennedy e a quel punto Jasmine mi lasciò di stucco tirando fuori i suoi ricordi di quel 22 novembre 1963: una bambina di sette anni in una casa di Los Angeles davanti a un vecchio televisore in bianco e nero, la voce di Walter Cronkite che annuncia «President Kennedy is dead», lo stupore sul volto dei famigliari e dell’anziana nonna in particolare, con tanto di vicini privi di televisore che arrivano per sentire le notizie. Da restare a bocca aperta. Un conto è leggere di McLuhan e del suo villaggio globale sui libri, un’altra cosa e ritrovarselo lì, servito e confezionato, tra cappuccini e dolcetti immangiabili in un caffè di Londra. E non finisce qui perché Jasmine ricordava benissimo anche il giorno successivo a scuola con la maestra, il dettato sull’omicidio del presidente e le sue difficoltà a scrivere esattamente “Fitzgerald”, il lungo secondo nome di Kennedy.

Provate a sovrapporre le due scene, quella di Milano e quella di Los Angeles, e le situazioni combaceranno perfettamente: potete divertirvi a sostituire la scuola americana a quella italiana e ritroverete l’identica situazione, con gli stessi piccoli-grandi imbarazzi dei bambini destinati a restare indelebili nella loro memoria per poi riaffiorare a tanti anni di distanza e ritrovarsi faccia a faccia in un piccolo caffè di Londra; ritornate silenziosi in quelle due case, togliete lo sguardo dai televisori, guardatevi bene in giro e se osservate con attenzione vi accorgerete che l’atmosfera, le reazioni e anche le facce delle due famigliole sono esattamente le stesse. A parte una diversa pigmentazione della pelle s’intende, ma escludo che il buon McLuhan fosse un razzista, quindi aveva proprio ragione lui.

Silvano Calzini

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