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“Il mondo è abbandonato alle tenebre – e a me”. Le apocalittiche nubi di John Constable

Optando per la similitudine, sia Pietro che Giuda – catapultati nel Nuovo Testamento – intendono della nuvola la malizia, la dissimulazione, la morgana che, infingarda, s’insinua tra i fedeli, scassandoli. La nuvola – che pare ciò che non è – è figura dei falsi profeti, dei vili che propagano il caos nella neonata comunità cristiana, “costoro sono come sorgenti senz’acqua e come nuvole agitate dalla tempesta, e a loro è riservata l’oscurità delle tenebre” (2 Pt 2, 17), “sono nuvole senza pioggia, portate via dai venti” (Gd 1, 12). La nuvola è figura dell’ombra che avvinghia, che avviluppa in maltempo; simbolo dell’uomo privo di rettitudine, preda dei venti e della vanità, senza spina dorsale, incapace di direzione e di drittura, puro spiffero, alla mercé di ogni frainteso. In verità, stando al libro di Giobbe – così racconta l’enciclopedico poema di Eliu –, le nuvole sono il sigillo della regalità divina, “Sai tu come si muovono le nuvole?/ Prodigio di colui che ha scienza perfetta” (Gb 37, 16). Le nuvole – sorelle del sogno, parenti del vaticinio – sono le messaggere di Dio, “Egli le fa vagare ovunque/ secondo le sue leggi/ perché eseguano i suoi ordini/ sulla faccia della terra” (Gb 37, 12). Se così è – ma il dire di Eliu è aperto alla fallacia, trafitto di trabocchetti – le nuvole sono l’alfabetiere di Dio: ammirandole impariamo a dialogare con Lui, a interpretarne dettami, calamità, dinieghi.

Nel 1833, su un foglio preparatorio, mentre abbozzava alcune immagini per una edizione della Elegy di Thomas Gray, John Constable scrive, “Il mondo è abbandonato alle tenebre – e a me”. Amava svegliarsi all’alba, guardare come la luce, a morsi, scavi il suo antro, prima di esplodere. Il mattino gli sembrava di legno. Si sentiva solo – “Tutti i giorni – privo di un amico – di qualcuno”, confessa in uno dei taccuini –, contorto in una superba desolazione: amava, più di tutto, i paesaggi, gli alberi che si irradiano tormentando le case, la campagna – “Non ho mai visto tanta bellezza tutta insieme, prima”, scrive, reiteratamente, di fronte alla folgore di un nuovo squarcio, nel Suffolk, nel Sussex, a Hampstead. Si può dire che sia lui ad aver creato il mito rituale della campagna inglese, l’Eden panico, fatale.

Constable è un pittore che affascina per instabilità, per una specie di canonizzata schizofrenia: i paesaggi, in effetti – chessò, Stratford Mill, 1820, oppure Salisbury Cathedral from the Bishop’s Grounds, 1825 – sono minuziosi, ‘fiamminghi’, consueti, semmai reazionari. In queste opere, che suggeriscono il ritorno all’ordine naturale, la primizia della nuda morale, della verità cruenta, Constable mette in crisi, con grazia, l’impero dell’industria, il dominio della macchina, l’epica del progresso: come faranno, scrivendo, Thomas Carlyle, John Ruskin, William Morris. Il genio di Constable, tuttavia, sta nei fogli impensati o appena abbozzati, scartati, i cosiddetti “Cloud Study”, un repertorio di nuvole inesauribile, specie di vocabolario della meteorologia artistica, la fissione di tutte le scienze. Anche dei quadri più ordinari, comunque, bisogna guardare il cielo, traboccante di nubi: lì Constable impone il suo marchio, scevro da tensioni, libero da protervie accademiche, non più protetto dalla storia dell’arte, idra inutile, dà forma all’informe, ferma l’intransigenza della leggerezza, e l’opera, all’improvviso, acquista una terribile profondità.

Si potrebbe costruire un frasario volatile: nessun poeta resiste al magnetismo formale delle nuvole. “Rincorro le nuvole/ che si sciolgono dolcemente/ cogli occhi attenti/ e mi rammento/ di qualche amico/ morto// Ma Dio cos’è?”, scrive Ungaretti, ricamando intorno alla rivelazione biblica: in qualche modo, enigmatica, la nuvola è figura di Dio – forse Dio non è che un nodo di nubi. “Ma allora, cosa ami, straniero straordinario?/ Amo le nuvole… le nuvole che passano… lì… laggiù… le meravigliose nuvole!”, canta Baudelaire; “Sono abituato a cibarmi di nuvole e lontananze”, scrive Eugenio Montale a Irma Brandeis. Constable, il pittore ossessionato dalle nuvole – nei quadri, irrequieti per concilio di contrasti, sembra che si muovano quei deliri in grigio –, insegue i poeti, il suo modo di dipingere è ideogrammatico, giapponese, sapienziale. A volte sembra colpire più che disegnare. In uno schizzo del 1830, da un gorgo oscuro, s’irradia una poesia di Robert Bloomfield, poeta-paesaggista oggi devoluto all’oblio, The Farmer’s Boy. Le lettere sembrano insetti. Soprattutto, è cardinale il rapporto tra Constable e William Wordsworth: i due s’incrociano – nel 1806 il pittore fa un tour al Lake District, sei anni dopo l’incontro è a Londra –, si sfiorano, non diventano amici. Eppure, Constable pare tradurre in pittura l’impeto ‘naturalista’ di Wordsworth, che in Intimations of Immortality scrive, tra l’altro (la traduzione è di Franco Buffoni):

Non è che sonno e oblio la nostra nascita:
L’anima che nasce con noi, stella della nostra vita,
Altrove ha dimorato,
E viene di lontano:
Non in completa incoscienza,
Né in assoluta nudità,
Ma scortati da nubi di gloria, noi proveniamo
Da Dio, che è la nostra casa:
Il cielo ci circonda nella nostra infanzia!

Una mostra alla Royal Academy of Arts di Londra – in atto dal 30 ottobre al 13 febbraio 2022 – mette in scena Late Constable, facendo del grande reazionario, che ai fragori cittadini preferiva la placida barbarie della provincia, il sommo avanguardista. “È apocalittico come El Greco, frammentario come un cubista. Sembra il padrino dell’avanguardia francese. I suoi cieli impossibili non anticipano soltanto i dipinti en plein air di Monet e di Renoir, ma, con la loro cristallina astrazione, anche il mondo frantumato di Cézanne, la natura convulsa di Van Gogh”, scrive Jonathan Jones in un articolo esagitato, forse esagerato, The volcanic, uncontrollable visions of a master reborn. Il tentativo è quello di elevare Constable alla quintessenza della rivoluzione pittorica inglese, al posto di William Turner. Esercizio di esegesi fumosa, tributo tortile alle nebbie. Il genio sconvolgente di Constable, a posteriori, è tutto in Rainstorm Over the Sea, miracoloso studio realizzato a Brighton, tra il 1824 e il 1828. Le nuvole – nere, bianche, rosse, blu – si sfasciano sul mare, pago di enigmi, terribilmente piano; il pittore agisce con la rapidità marziale di un samurai, a coltellate – inconsapevolmente, va oltre il secolo, prevede il prossimo, superbia del dio degli eserciti, scontro campale tra titani. Quando le nuvole divorano il resto, i quadri si fanno lebbrosi, mobili, sotto specchio demoniaco – ad esempio: Dedham Lock – e Constable è sublime.

In uno dei dipinti più noti, Stonehenge (1835), le pietre ancestrali sono rimpicciolite dal turbinio, intorno. La pietra passerà, le nuvole continuano a declamare la propria topografia celeste, un mistero per miraggi, epifanie incompetenti, a scardinare il pudore di Dio. Gerard Manley Hopkins, il grande poeta inglese, era un grande narratore di nuvole: “Travi di nuvole grigie compenetrate di strie cremisi che correvano lungo le loro pieghe ricadenti: questo dalla finestra dell’aula delle lezioni. Alcuni minuti più tardi la luminosità era svanita; un solo grande opaco cordone si avvolgeva in alto lateralmente al tramonto…”. Desiderio di arginare coi verbi l’inspiegabile, la cosa che fugge. Per canonizzare i contrasti, ci pare che le nuvole siano più durature delle nostre opere fittizie: le città, un tempo vitali ora turistiche, implodono, mentre quei castelli in cielo, che colonizzano la nostra fantasia, sono inesauribili. Prevedono, forse, una nuova, diversa struttura ossea: ma… come imitare le nuvole, come essere sempre altro da ciò che appare?

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