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Istruzioni su come leggere “La vita istruzioni per l’uso” di Georges Perec. In due giorni di quarantena, posizione Bobi Bazlen, supini sul letto…

A chiusura di libro, riprenderlo in mano, girarlo in senso orario di 180 gradi e poi in senso antiorario di 360 gradi. Risollevare il libro, sfogliarlo e intercettare i punti esclamativi segnati a margine, poi ricavarne delle immagini discontinue, come in un sogno. Dopodiché, vedere l’appartamento descritto nel libro: una ventina di inquilini in questo stabile parigino altoborghese, elegantino, che l’autore ci descrive passo passo, camera per camera, riacciuffando le storie di chi ci ha abitato, e poi rifigurarsi mentalmente i segreti, le mezze verità e gli enigmi di quelle esistenze: dietro a ogni stanza una storia e ancora dietro di lei, una leggenda.

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Succede questo dopo aver letto La vita istruzioni per l’uso di Georges Perec, opera concepita a cavallo dei suoi quarant’anni da un geniale ebreo-polacco nato in Francia, adottato da Raymod Queneau e adorato da Italo Calvino. Il libro uscì nel 1978 e gli prese almeno nove anni per la stesura ma come se non bastasse, oltre a questa opera-vita se ne adunano altre intorno al suo nome: Le cose (ora nel catalogo snob novecentesco Letture di mamma Einaudi) e soprattutto i gioielli di famiglia stampati da Quodlibet, sia reso omaggio a quei geni di Macerata. Dimenticavo: un paio di anni fa è stato stampato finalmente il suo primo romanzo, inedito anche in Francia sino al 2016.

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Per tornare a La vita istruzioni per l’uso: leggetelo in due giorni di quarantena, posizione Bobi Bazlen cioè supini sul letto con almeno un pacchetto da sfumazzare e possibilmente chiudetevi in Perec così da non accorgevi che la cenere è caduta almeno un paio di volte sulla tuta creandovi dei buchi da tarme.

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Altra sensazione gradevole leggendo Perec: vi compaiono autori e personaggi storici affastellati in un gioco di rimandi senza fine ed eventualmente senza senso. Se lo leggete a 18 anni ve lo godete come un parco giochi, se vi capita tra le mani a 30 anni e dietro avete qualche studio vi stupirete di ritrovarci quei personaggi che fino a un momento prima avevate lasciato nella teca del sacro graal universitario: ritrovarli così vitali, rimessi a nuovo da Perec fino a uscire dalla pagina. Tra gli altri, farete amicizia con Seneca Otto Raskenkjold, comandante di truppa danese distintosi nelle guerre contro i turchi e poi contro Napoleone che morì nel 1820 (non nel 1803 come segna l’indice dei personaggi). L’effetto è quello di leggere finalmente un libro serio dopo le pretese seriosità dei manuali di liceo e università: come scoprire L’autunno del Medioevo dello storico Huizinga dopo il beverone Il nome della rosa. E capire che Eco lo adorava, mentre lo scopiazzava…

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Altro divertimento. Studiare la planimetria dell’appartamento parigino descritto da Perec. Andare a fondo libro e scrutare quella planimetria come se si fosse architetti. Poi scorrere l’elenco dei personaggi e delle opere citati, capire cosa è reale e cosa fittizio, dopodiché spulciare l’indice delle storie e incasellarle nei 99 capitoli.

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A proposito di storie: era Italo Calvino che, tra il serio e lo snob, vedeva ne La vita una sorta di romanzo di romanzi sul genere delle Mille e una notte. Il richiamo funziona benissimo anche se purtroppo il romanzo è invaso al 60% da francesismi la metà dei quali sono grezzi e risultano indigesti a chi non sia appassionato di autoreferenzialità francese (per dire, io ho sgraffignato la copia della Vita dalla casa di un analista bolognese, ex lotta continua e devoto lettore di Repubblica e di Heidegger, ciononostante sposato in cachemire con una produttrice di champagne – ma non ero in casa sua per una cura analitica… insomma un appartamentino degno di figurare in un romanzo alla Perec).

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Già, Calvino. Perec fu masticato per anni dagli analisti del linguaggio fino a farlo scoppiare per le sue potenzialità. Immaginatevi uno scrittore che studia enigmistica, ci fa un libro sopra (La vita è un puzzle di un puzzle cui manca un tassello) e poi arriva la truppa degli esegeti: Perec ne esce distrutto. Diventa lo spaventapasseri sul campo arato fuori stagione da gente che oggi ha settant’anni e, diciamolo tondo, ci ha un po’ rotto la fava con le sue mode generazionali. Riprendiamoci Perec!

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Quando dico mode generazionali intendo questo: facciamo un giochetto degno de La vita. Vediamo come una ventina d’anni fa Repubblica parlava delle novissime edizioni del suo santino. Dalla rubrica Sette giorni in libreria: vi compaiono nell’ordine (senza senso) un libro sul diavolo di scoliasta nordamericana, un volume inevitabile del solito accademico sulla nascita della critica d’arte, un altro epistolario tra matematici italiani di primo Novecento, poi ancora un nuovo dizionario critico e finalmente il nostro eroe, Perec, con l’opera finale e incompiuta 53 giorni. In chiusa di articolo c’è l’immancabile Manganelli postumo de La notte portato sugli scudi da Adelphi (e a quanto ne so lo stamparono in fretta nella collana Biblioteca, numero 326, ed. 1996, mancando di inserire in fase di assemblaggio sedicesimi le pagine 103-118; al loro posto compaiono due volte quelle da 119 a 134 e io da un paio d’anni mi mangio le mani a non sapere cosa scrisse il divino calamo di Manganelli…)

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Io ne ho le balle piene delle mode editoriali. Andiamo a vederci Perec dal vivo e immaginiamolo che parla con Queneau e Calvino di letteratura potenziale, mentre Queneau come vecchio del gruppo racconta ai suoi sodali che negli anni Trenta seguiva le lezioni del mitico Kojeve, nipote di Kandinskj e fisico in potenza, poi staliniano per qualche anno e infine eminenza grigia di de Gaulle. Solo così potremmo capire, di là dalle chiacchiere in chicchere di Eco e compagnia bella, che Perec esce dal tronco di una certa zona grigia della Francia. La zona che ho in mente è quella di Kojeve: oggi si parla poco di lui nonostante le opere ‘filosofiche’ e di ‘mistero statale’ a catalogo Adelphi, ma in realtà è una bestia sacra.

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Una volta un istruttore mi voleva dare una tesi su Kojeve e gli influssi orientali che esercitò su Parigi e su certi surrealisti che gli ronzavano intorno: non ne facemmo niente anche perché ormai i ludi universitari erano finiti. Bisognerebbe farci un’intervista su Kojeve maestro di Queneau e Queneau maestro di Perec (che gli dedica La vita).

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Ritratto al volo di Kojeve. Nel secondo dopoguerra è consigliere di due ministri francesi. I due si siedono al tavolo con Kissinger e il saggio statista chiede al cerimoniere: ma chi sono questi due? Gli dicono Bouvard e Pecuchet. Non contento, Kissinger chiede chi sia l’uomo in piedi dietro i due. Lui? Lui è Flaubert…

Andrea Bianchi

 

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