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I poeti vanno in giro col viso pitturato di nero. (Breve elogio dei futuristi russi)

Che errore stupefacente! Mi ero dimenticato che la poesia non è fatta per essere letta in silenzio, sul divano, a letto, in metropolitana. Così, piuttosto, si sorseggiano i romanzi: con sussiego borghese o con sovreccitazione urbana, comunque con quella posa lì. La poesia va ascoltata, ballata, gridata: essendo la quintessenza della vita, la poesia va vissuta. Oh… i poeti declamano i loro versi, aggiornando la voce, compiaciuta, recitano; ma la poesia è l’esegesi di una battaglia, non accondiscende, non ristora l’anima, non rincuora gli afflitti. La poesia, voglio dire, non è questione di ugola né di portamento; la poesia, lampo liturgico, pretende l’intero corpo del poeta, che sia travisato, svaligiato, vagliato, malato, inerme, rabbioso.

Resto un inguardabile ingenuo, e mi sorprende – ne leggo nel memorabile studio di Angelo Maria Ripellino su Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia – ricordare che i poeti russi, cavalcando la Rivoluzione – anzi: preparandola con atti teatrali, dunque politici, di genio – sfoggiavano la loro poesia addobbandosi in fogge eccentriche. Pitturandosi il viso. Questo continua a folgorarmi. Si pitturavano il viso. Come guerrieri, come lottatori nordici, come sciamani, adepti di una qualche religione dissepolta lì per lì, tra la carneficina dei miti d’Asia. Così andava in giro, per dire, Davyd Burljuk, pioniere del futurismo alla russa: “redingote da cantore del Sinodo e l’occhialino; il suo viso era dipinto a inchiostro di China: sulla guancia sinistra il profilo d’un cammello, opera di Sar’jan, e sulla destra misteriosi segni cabalistici, simili a onischi”.

Majakovskij, di solito, amava i cappotti lunghi, a volte verniciati di giallo, e dare spettacolo con il viso dipinto di rosso: una volta, sulle guance, si era fatto dipingere una tigre, stilizzata, un’altra un cobra, aggrovigliato nell’atto di puntare la preda. A vederlo, doveva fare paura – la poesia, in effetti, tra decalogo e urlo, nasce per incutere timore. Era il febbraio del 1914 e i futuristi russi s’impegnavano a boicottare il tour di Filippo Tommaso Marinetti. Velemir Chlebnikov – che sul petto s’era fatto disegnare il profilo di Manas, eroe dell’epica kirghisa – aveva scritto un volantino che imponeva ovunque. Diceva così: “Oggi altri indigeni e la colonia italiana sulla Nevà per considerazioni personali cadono ai piedi di Marinetti, tradendo il primo passo dell’arte russa sulla via della libertà e dell’onore, e costringono l’Asia a chinare il suo nobile collo sotto il giogo dell’Europa”. La polemica, per così dire, affonda nei meandri della storia russa – basta leggere cosa scrive Dostoevskij dell’Europa canaglia, covo di Baal, della ‘missione’ della Russia e del suo legame necessario con l’Asia (ora in: La bellezza salverà il mondo. Pensieri. Aforismi. Polemiche, De Piante, 2021) –, qui trova nuova carica eversiva, tra clown e gladio. Intanto, “il Maciste russo” – tale V. Gol’cšmidt –, atleta futurista “disperatamente audace”, dicono i cronisti del tempo, “si gettava in mare a capofitto, a mo’ di rondine, da un’altissima rupe, gridando: Viva Vladimir Majakovskij!”. Tutto – anche le giornate dell’ottobre ’17 – era teatro (tutt’altro che teatrale): dipingersi il viso significava svelarsi. Celato il viso, contraffatto, finalmente il poeta può essere se stesso.

Mascherati, i poeti russi smascheravano le ipocrisie dell’era, dell’uomo. Dietro ogni travisamento traluceva una verità di indecente delicatezza. La poesia era un acceleratore di vita. Di Velemir Chlebnikov, sulla cui “esistenza sbandata, prodiga, inerme” circolavano leggende, andato in Persia al seguito delle truppe rosse inebriato dal sentore d’Asia, si dice che “avviluppatosi in un sacco, vendette camicia e calzoni per comprarsi da mangiare ma, incontrata una povera, le diede tutto il denaro che aveva guadagnato”. Finì letteralmente nudo, nei suoi ultimi giorni, con indosso una pelliccia che lo tramutava in qualcosa tra il povero Cristo e il re barbaro in esilio, dimentico del regno. “In Chlebnikov il disinteresse assumeva un carattere di vera abnegazione, di martirio per l’idea poetica”, disse di lui Majakovskij. Chlebnikov fu poeta eccezionale e stralunato: in Italia ha trovato eccellenti interpreti in Ripellino e in Paolo Nori; non è semplice trovare i suoi libri. Mendico di tutto, fa ancora paura a molti, la sua bibliografia è clandestina, appena improvvisata, chissà.

Vasilij Kamenskij dipinto da Davyd Burljuk, 1916

Tra i futuristi russi affascina, per stranezza e folgore, la storia di Vasilij Kamenskij, “gioviale e fanciullesco”, “esuberante pioniere del volo”. Nato a Perm’ nel 1884, su una barca – così almeno amava dire, girovago della menzogna –, orfano a cinque anni, cresciuto da zii che commerciavano sul fiume Kama, Kamenskij abbandonò la scuola a sedici anni, si fece rivoluzionario, azionò scioperi, fu spedito in esilio, prima a Istanbul poi a Teheran. Burljuk, che si dilettava pure come pittore, lo raffigura con enormi occhi azzurri, a precipizio, una chioma di riccioli biondi, baffi, labbra da donna, mento importante; pare un Apollo russo. Ossessionato dalla velocità e dal volo, divenne pilota: le sue evoluzioni sul monoplano Blériot XI rasentano la leggenda; un incidente, nel 1911, mise fine alle sue ambizioni celesti. Fu amico di Chlebnikov, fu il più estremo tra i futuristi, promotore di un linguaggio funambolico, isterico, narciso, tutto corpo e poco testo. Ecco un paio di poesie del 1914:

La chiamata dell’aviatore

Cacofonia di anime
Ffrrrrrrrrrr
Sinfonia motoria
Sono io – Sono io –
Lirico-lottatore-futurista
Pilota-aviatore
Vasilij Kamenskij
Elastico propellente
Che monta in cielo
E lascia come biglietto da visita
Una penzolante civetta morta
Mi spiace per lei
Mantello da tango cucito a mano
e calze
con pantaloni.

*

La mia preghiera

Mio Dio:
Pietà di me
Dimenticami.
Ho pilotato un aereo
E ora sono in un fosso.
Voglio crescere
Come edera velenosa.
Amen.

*

Tango con mucche

La vita è più breve del cigolio di un passero
come un cane che nuota
su una lastra di ghiaccio
in mezzo al fiume a primavera
con allegria di latta, lattescente,
miriamo al destino.
…………..
bene, allora VAI al DIAVOLO
SENZA CORNA né FERRI
voglio ballare da solo
un TANGO con le mucche
e attraversare su ponti distillati
le lacrime di gelosia dei tori
le lacrime della RAGAZZA scarlatta.

L’epica finì presto. Il futurista Kamenskij proponeva – ad esempio nel romanzo “La capanna di fango”, 1910 – un clamoroso ritorno ai boschi; Majakovskij lo convinse che lo scintillio di Mosca era ‘amazzonico’. Stordito dalla Rivoluzione, che imbracciò, come molti, certo di una rivolta dello spirito, continuò a perpetuare formule linguistiche ormai inaccettabili agli occhi della burocrazia rossa. Si fece anarchico, preferì l’abisso. Nel 1931 pubblicò una biografia eccentrica, Il cammino di un entusiasta, tradotta da Sellerio nel 1989, ora fuori catalogo. Nel ’48, un ictus fiacca Kamenskij, che ne emerge paralizzato. Ripellino gli dedica un brandello mirabile: “Oggi, benché paralitico, Kamenskij dipinge gioiosi pastelli che raffigurano con lo stile fanciullesco della sua poesia d’allora spiagge, navi, barche, cacciatori, aeroplani, anatre fra canneti. E con ottimismo straziante afferma d’aver ancora vent’anni”.

Pare il ritratto di un’epoca: il poeta ‘rivoluzionario’, ora paralitico, eppure per sempre giovane, che dipinge un mondo ideale, a pastello, di aerei e cacciatori. Kamenskij pare uno di quei disadatti usciti da una strofa di Rimbaud. Il cammeo di Ripellino ha il genio della biografia di un santo: c’è sentore di miracolo, una luce arcana e blu, lì dentro.

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