08 Novembre 2021

Rendiamo giustizia anche all’Hölderlin "dimenticato" da Reitani

Non sempre l’uscita di un “Meridiano” Mondadori rappresenta un evento editoriale. In questo caso lo è stato, indubbiamente, perché con questo volume  (Friedrich Hölderlin, Prose, teatro e lettere, a cura di L. Reitani, Mondadori 2019), accompagnato da Tutte le liriche, del 2001, venne proposta per la prima volta al lettore italiano l’intera opera di Friedrich Hölderlin (1770-1843), con la sola eccezione delle traduzioni dal greco e dal latino (la più ampia fuori dal contesto tedesco). Merito dell’editore, dei diversi traduttori, ma soprattutto di Luigi Reitani, che aveva curato entrambi i volumi.

Per intendere l’entità del lavoro svolto dal germanista scomparso il 31 ottobre scorso è necessario ricordare che lo svevo pubblicò in vita (senza contare un paio di traduzioni) solo il poema Iperione, il Frammento di Iperione e 79 poesie: tutto il resto, raccolto in questo volume e in Tutte le liriche, è sopravvissuto al suo autore in forma di manoscritti autografi o trascrizioni eseguite da altra mano. Facile dunque immaginare, dal momento in cui Hölderlin venne letteralmente “scoperto” (fine Ottocento), quali e quante siano state le difficoltà per i curatori che abbiano affrontato le varie edizioni dei suoi scritti (Reitani ne disegnò qui un quadro interessante, proponendo anche nuove soluzioni).

Oltremodo colto, il contributo saggistico col quale Reitani accompagna questo volume disegna con efficacia il ricco dibattito filosofico-speculativo tedesco di fine Sette- e inizio Ottocento, ardentemente teso a ridare voce alla classicità precristiana, specialmente greca: fu infatti quello l’orizzonte che si dischiuse agli occhi di Hölderlin, prima del crollo psicologico che lo condusse alla demenza, sua compagna  per quasi quarant’anni, fino alla morte.

Ciò che Reitani omette del tutto (ricordandolo solo nella Cronologia, come elemento biografico distaccato dall’opera) è l’humus religioso, specificatamente cristiano-protestante, cui attinsero e nel quale si formarono tutti i più grandi pensatori, poeti ed artisti, Hölderlin compreso, di quella ricchissima stagione culturale che il popolo tedesco visse dalla metà del Settecento fino al primo decennio dell’Ottocento. Non è superfluo ricordare quindi che lo svevo, dopo un’educazione casalinga d’impronta pietistica, entrò quattordicenne in un seminario protestante, per poi proseguire gli studi, insieme a Hegel e Schelling, nel famoso collegio di studi teologici di Tubinga, lo Stift, anch’esso luterano-evangelico.

Una volta indirizzato sempre più lo sguardo verso la Grecia, rivissuta nel midollo come mistero di bellezza e di dolorosa tragicità, Hölderlin ha reinventato un mondo antico che non c’era mai stato (come dimostrano anche l’Hyperion e l’Empedocle qui proposti), per leggervi in trasparenza un mondo nuovo che non c’è ancora e arrivando a rompere ogni legame con la poesia che si faceva allora in Germania, cantando con oscura chiarezza i misteri del cosmo, dell’uomo, della natura, degli dei, di se stesso, immergendosi in una mandorla di luce che è insieme antro di oscurità primordiali.

A proposito di Hyperion, anche qui, come di consueto, presentato come “romanzo”, ricordiamo, condividendolo, quanto scrisse Italo Alighiero Chiusano, critico e storico non accademico, e forse proprio per questo spesso più illuminato di altri nelle sue valutazioni:  «Hyperion è un poema, non un romanzo, perché presenta vicende essenzializzate fino al simbolo, perché è prosa che spicca il volo verso la poesia, i suoi personaggi assomigliano a figure ideali e i suoi paesaggi posseggono l’evanescenza luminosa del sogno e della visione interiore».

La poesia di Hölderlin è cristallina come l’acqua e misteriosa come un oracolo. Irradiata dal sole pagano della Grecia e insieme protoromantica e cristiana, con inquietudini moderne e una pietas quasi infantile, di una composta neo-classicità e insieme, specie nei frammenti più tardi, poco prima o dopo la follia, precorritrice delle esperienze più nuove del Novecento.

Per citare ancora Chiusano, «Hölderlin parla di quella cifra perché “ha visto Dio”, balbetta come i grandi mistici, danza davanti all’arca come Davide».

Vito Punzi

Gruppo MAGOG