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“Se da un istante all’altro avvenisse l’esposizione alla privazione farmacologica di massa…” Dubbi totali su questioni di fede

La mente vorticosa non trova requie. Apro gli occhi e penso. L’arresto istantaneo del flusso di coscienza è un dono ricevuto dalle tradizioni sapienziali. Tuttavia, mai è parso troppo interessante l’equilibrio, che deriva dal protrarsi del vuoto. Dalla meditazione.

La preferenza è accreditata all’estremismo di picchi ravvicinati e radicali. Non più prossimo alle emozioni, in virtù della varietà e dell’intensità delle esperienze. Esplorazioni d’alta quota, vertigini, fendenti estremamente violenti e fulminei. Seconda legge di Newton. Azione e reazione.

Apro gli occhi e penso. Dovrà esistere l’amministratore delegato di una multinazionale farmaceutica, per il quale la priorità è la salute dei consumatori e che è interessato a quella degli azionisti, solo secondariamente, in funzione del successo dei prodotti, delle guarigioni che procurano.

Sospendo la considerazione epistemologica in merito ai concetti di salute, sintomo, malattia e cura, propri della medicina occidentale. Affidarsi alla conoscenza, al giudizio e al valore di un medico è una questione di fede. Esiste l’A.D. di una multinazionale farmaceutica meticoloso, scrupoloso, virtuoso? Uno che non si preoccupa troppo del margine di profitto altalenante, ma di produrre e distribuire prodotti virtuosi…

La riflessione si spostava immediatamente sulle basi produttive dell’industria. In buona sostanza, qualunque sia l’oggetto di consumo, la merce che vendi, necessiterai di materia prima. Un prodotto greggio da raffinare. Immaginavo quei problemi di salute, malattie, che più affliggono l’occidente e si diffondono a macchia d’olio, coadiuvati da abitudini alimentari e fisiche, insalubri e tossiche. Diabete alimentare, ipertensione, cardiopatia.

Immagino giacimenti e miniere indispensabili alla fabbricazione di pillole, pastiglie, compresse. Malati cronici che assumono quotidianamente un numero variabile e mediamente alto di farmaci differenti e altri farmaci che servano a contrastare gli effetti collaterali dei primi.

Il medico prescrive un farmaco per calmierare le problematiche legate a un pancreas difettoso, il farmaco influisce negativamente sullo stomaco e allora si prescrive un protettore gastrico, che crea problemi al fegato. Somiglia molto alla parabola della nave di Neurath. Buttare giù pastiglie è una questione di fede.

Esco di casa e penso. Immagino uno scenario economico globale. Ipotizzo l’affanno e la potenza dell’industria dispiegati nell’accaparramento della materia prima. Penso ai due secoli di sfruttamento delle risorse materiali da trasformazione. All’implemento esponenziale della tecnologia. La dinamite.

Mi assale un dubbio. Fantastico. Un’ipotesi poco verosimile o credibile. Negli ultimi anni i social media hanno restituito, piuttosto di frequente, il messaggio virale riguardante lo strabordante consumo alimentare. Accade spesso che a inizio estate appaiano articoli sull’argomento. L’essere umano, a giugno, ha esaurito le risorse alimentari che il pianeta rende in un anno.

Non dispongo dell’accesso a fonti attendibili di dati indispensabili alla conoscenza della verità. Chi ne dispone, d’altronde? Immagino. Credo. Questione di fede. Mi chiedo cosa mai accadrebbe se l’umanità fosse prossima all’esaurimento delle materie prime necessarie alla produzione dei farmaci.

Sarebbe uno scenario catastrofico e foriero di violenza, il caos. Se da un istante all’altro avvenisse l’esposizione alla privazione farmacologica di massa, milioni di vite verrebbero stroncate da malattie, che apparivano lievi modifiche assai tollerabili, di altrettante quotidianità cariche di speranze e progetti per l’avvenire.

Sarebbe assai divertente affrescare il medesimo scenario, rapportato ai milioni di pazienti psichiatrici dipendenti dagli antipsicotici. Il mondo tornerebbe repentinamente a ridipingersi dei colori lisergici in voga negli anni Sessanta e molto probabilmente scorrerebbe rosso a fiumi.

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Ho letto un articolo su fonte attendibile che non ricordo. Riguardava una predizione a dieci anni della C.I.A. La predizione risaliva a undici anni fa. Ipotizzava lo scenario di una pandemia globale, l’impiego di virus sintetici per fini bellici. Sospendo il giudizio, dubito, mi armo di scetticismo e affermo che si tratti di un’altra questione di fede.

In definitiva trovo assai rilassante ragionare ed esercitare la volontà e l’azione in funzione di poche, assodate certezze. Riconosco la potenza con cui il mio demone esige coraggio, purezza, sincerità. Non posso che sovrappormi a me stesso. Passeggio per le vette e scopro che il dominio umano è relegato nelle mani del potere economico. Da sempre. Forse per sempre. Quest’ultima è una questione di fede.

Multinazionale inaugura banca, che inaugura multinazionale. Il dominio umano è nelle mani degli A.D. dell’industria farmaceutica, di quella energetica, dei produttori e distributori di idrocarburi. Mi sta bene. Non avrei attitudine, interesse, volontà o capacità, pelo sullo stomaco, per affrontare il sottile compito dell’esercizio del potere.

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Avremo ancora un intellettuale del valore e della raffinatezza del poeta, scrittore e regista Pier Paolo Pasolini? Questione di fede. Tanto quanto lo è definire vero che sia stato assassinato brutalmente, in conseguenza all’avventatezza di Alberto Moravia, il quale entrato in possesso del manoscritto di Petrolio, ne divulgò incautamente il contenuto.

Mai più avremo un intellettuale coraggioso e ardito quanto Pasolini. Poiché per questioni di fede deleghiamo l’esercizio pedagogico a individui riprovevoli. Perché molto presto sarà palese agli occhi delle masse, che riprodursi è una questione di imbecillità, più che di fede. Non lo avremo perché fu ricchione e sulla questione ci sarebbe da aprire la parentesi di una vita.

La fede non c’entra nulla con dio. In dio puoi credere davvero soltanto se lo vedi. La fede è un esercizio che mente e spirito si procurano di non sospendere mai, al fine di garantire un senso di continuità alle esistenze umane, che diversamente non sopravvivrebbero.

Esistono fedi differenti in un numero assai grande, che corrisponde precisamente a quello delle coscienze vive sul pianeta. Probabilmente anche animali e vegetali, sebbene differenti. I gabbiani credono indubbiamente di essere l’animale dominante. I morti.

Trovo assai verosimile, questione di fede, che se mi trovassi a ragionare sul dato certo della pesante sproporzione tra popolazione mondiale e risorse necessarie a mantenerla in vita, in salute, considererei accettabile l’opzione di un genocidio medio-piccolo. Se fossi un uomo di scienza o chiesa sarei costretto a ragionare in questo modo. L’ennesima questione di fede.

Si può credere al Big Bang o alla creazione, in qualsiasi forma ce la proponga una qualsiasi delle innumerevoli cosmogonie. Si può credere ciecamente all’assunto per il quale il Sole imploderà e con esso il Sistema, la Via Lattea. È lecito pregare Allah, Jaweh o Dio affinché porti il Sole al collaudo galattico, lo ripari o sostituisca. Sempre una questione di fede. Sebbene queste ultime possibilità mi urtino in maniera irreparabile per una serie di questioni che con la fede, poco o nulla hanno a che vedere.

Si possono chiudere gli occhi delicatamente e cullarsi nella speranza che tutto andrà bene, fingere, mentire a sé stessi in funzione della tolleranza, in chiave di bilanciamento di un’esistenza che nell’ultimo anno ha compiuto il proprio ciclo di trasformazione. Dolore, piaga, afflizione, pena, per un numero disumanamente alto di esseri umani. Un’altra, questione, di fede.

Forse sappiamo pochissimo, ma è molto più probabile che in realtà non sappiamo praticamente nulla. Di nulla. I millenni restituiscono sporadiche esperienze d’apertura della percezione, travolte nel fiume dell’arte e tuttavia la maggior parte di quei vissuti finirono stigmatizzati nella migliore delle ipotesi e tuttora soggiacciono ad abusi e repressione.

Io credo alacremente, fermamente, fervidamente, impavidamente e ferventemente nella necessità di osteggiare il potere per mezzo della derisione e dell’indifferenza, talvolta protratta fino alle sue implicazioni più estreme. Credo che sarà tra una risata e un silenzioso sorriso che Anarchia incederà festosa.

Luca Perrone

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