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“Quale sarà la scintilla in grado di innescare l’affrancamento?” Se ascoltare “L’esodo” Battiato rende più leggeri i pensieri

Nei giorni che seguirono la scomparsa di Franco Battiato, mentre le radio svolgevano il consueto necrologio a suon di grandi successi, mi tornava alla mente una sua canzone poco ricordata, L’esodo, dove Battiato esorta a prepararsi al “grande esodo per noi giovani del futuro”. Più di altre sue canzoni, questa incarna quel sentimento di frustrazione, di insofferenza, più volte ripreso dal cantautore. Quel senso di prigionia che nella storia ha afflitto i popoli in odore di rivoluzione. Qualcosa mi ha spinto ad approfondire e tracciare un pensiero, forse contorto, intorno all’Esodo.

Soltanto dopo aver letto Esodo e rivoluzione di Michael Walzer mi rendo conto che parlare di interpretazione per quanto riguarda la storia dell’Esodo è tanto sbagliato quanto per le canzoni di Battiato. Quando gli ebrei lasciano l’Egitto sotto la guida di Mosè, non lo fanno in senso spirituale o in senso materiale, ma secondo un unico senso, spirituale e materiale insieme. Come ricorda Gian Ruggero Manzoni, che dell’Esodo ci ha donato una traduzione, spirito e carne sono una cosa sola, e la storia dell’Esodo è prima di tutto la storia della libertà. Un popolo si costituisce tale in quanto sceglie di liberarsi dalla schiavitù materiale, perché assoggettata al Faraone, ma allo stesso tempo spirituale, perché l’Egitto è una terra di abbondanza, di benessere, ma anche e soprattutto di decadenza morale. Attraverso la volontà di cercare una terra migliore, attraverso un patto fra gli uomini e Dio, gli ebrei si fanno popolo.

Nella mia mente riecheggia ora l’invito di Battiato a “prepararci per l’esodo”. Non è un mistero che il nostro tempo sia un tempo di decadenza; elencare le nefandezze a cui ci siamo abituati, declamare lo squallore in cui siamo scesi, non servirebbe a nulla. Di vitelli d’oro ne abbiamo intere mandrie. Di schiavitù è meglio tacere, vista la piega che ha preso la nostra vita, assoggettata alle tecnologie e al lavoro, ai ritmi del governo e ai capricci del mercato. Quale sarà, mi domando allora, la scintilla in grado di innescare l’affrancamento? Quale Mosè ci condurrà fuori dall’Egitto, e quale popolo ne nascerà?

Questi interrogativi non sono certo una novità. I lettori che in passato seguirono il lungo cammino tracciato da Alfredo Oriani ne La rivolta ideale, dopo pagine e pagine di decadenza, dove l’autore invocava la nascita di una nuova stella mattutina, si trovarono davanti un “non lo so”. Oriani non sapeva chi o cosa avrebbe tratto l’umanità fuori dalle bassezze contemporanee. E quel “non lo so”, così onesto, pesava quanto un macigno. Eppure Oriani dichiarava il suo cuore pronto alla rivoluzione dello spirito, come pronti erano gli ebrei della liberazione, potremmo aggiungere.

Allora chi ci libererà? Chi sarà il nostro Mosè? Manca forse una guida?

“Ognuno di se stesso diventa guida suprema” profetizza Gian Ruggero Manzoni nel suo monologo Per colui che è, dove il “Popolo dagli occhi come scale” varca i confini terrestri in un nuovo esodo. Forse Manzoni qui riprende la nuova alleanza, un’alleanza che Dio ha già scritto nei cuori della gente, che non ha bisogno di intermediari, una rivolta ideale che parte dai singoli, all’unisono, senza più un leader. Manca però la formula: non esiste una terra promessa, non fisicamente; ma a ben vedere non esisteva nemmeno per gli ebrei. Canaan non è che il rovescio dell’Egitto, e sebbene avesse fisicità, non è questa la più importante delle sue qualità. Il punto più importante dell’Esodo è il principio, il patto, l’alleanza, il contratto che gli ebrei stipulano con Dio per divenire popolo e darsi delle leggi. È il moto, la spinta, il balzo, la rivoluzione, il punto fondamentale.

Al termine di Esodo e rivoluzione, Walzer spiega di aver ripercorso questa grande storia utilizzando una delle interpretazioni possibili; eppure nella storia dell’Esodo politica e religione coincidono; la rivoluzione, come atto di affrancamento da una condizione di schiavitù materiale e da una civiltà in decadenza, è l’aspetto portante, il motivo per cui nella storia dell’Occidente l’Esodo riemerge costantemente come simbolo di speranza o come strumento politico.

La potenza dell’Esodo risiede soprattutto nel riunire in sé poesia, politica e religione. Qualunque di queste porte imbocchiamo, non riusciremo a mantenerci indifferenti verso gli altri accessi all’Esodo, che poi sono sempre e solo la stessa porta, rivelandoci come noi uomini del ventunesimo secolo siamo incapaci di leggere storie e fenomeni senza le stantie barriere disciplinari. Questo, il grande insegnamento dell’Esodo: confrontarsi con un tassello fondamentale della storia dell’Occidente che interseca religione, politica e anche poesia. E forse la rivolta ideale profetizzata da Oriani ha qualcosa a che vedere con la carne e con lo spirito insieme; forse quando carne e spirito torneranno ad essere una cosa sola, forse allora otterremo una riposta.

Valerio Ragazzini

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