27 Dicembre 2021

"Pensava a quei fiori: che faranno di notte, cancellati dal buio?". L'urgente delicatezza delle donne ciociare

Maria Rosaria Valentini scrive un libro di una rara delicatezza, ormai dimenticata. Eppure osarono (Francesco Brioschi Editore, 2021) è la storia di due ragazze e un ragazzo che vivono nella Valle di Comino verso la fine dell’Ottocento, in quell’ultima finestra possibile sul mondo agreste, in un paese fatto di valli, di fiori e di una fonte naturale da raggiungere ogni giorno per procurarsi l’acqua. Maria Rosaria Valentini sembra appena uscita da quella valle, vestita come Lia e Lucietta (le protagoniste femminili), con una fascia stretta in vita e il panno arrotolato in testa per far appoggiare l’anfora piena d’acqua. Aprire questo testo è entrare in un altro secolo, la scrittura della Valentini non fa sconti, l’anta magica vi ha dato l’accesso a questo mondo e ne sentite i profumi, i dolori, la ruvidezza dei vestiti ma anche l’odore buono del pane caldo appena uscito dal forno.

“Lei perdeva ragione e sentimenti a spiare le stagioni. E con queste anche arnica, ciclamini, fiordalisi, garofani, ambrette. Non parlava tanto, mentre camminava. Pensava a quei fiori: che faranno di notte, cancellati dal buio?”

Ecco l’inizio splendido di Eppure osarono, una prosa che assume in certi snodi il tratto visionario della poesia. Una prosa che è una finestra invasa di luce e colore. Lucietta a tredici anni marcia nel viottolo senza calzari, in lei l’istinto di liberarsi da qualsiasi legame, anche confortevole, si fa urgenza impellente. Deve a tutti costi camminare scalza, resistere al sangue e al dolore, sentire sotto i piedi nudi il piacere dell’erba fresca e l’avvertimento dei sassi. E in un giorno qualsiasi, mentre orina in un campo, asciugandosi col suo quadrato di canapone scopre una macchia più scura. L’arrivo del marchese. Torna a casa e la madre e la nonna non le spiegano molto, solo che ora deve stare all’erta, lontano dagli uomini. Quella sorpresa che porta dolore lieve e stanchezza però le concede anche il privilegio di andare d’ora in poi da sola alla fonte, a raccogliere nell’anfora l’acqua.

La fonte era una meta da donna, arrivarci un viaggio della fantasia e un’euforia dei sensi. Lucietta non aspettava altro che fare quel percorso insieme alla sua amica Lia, più grande di lei di un paio d’anni, la vedeva scomparire tutti i giorni nel sentiero verso la fonte. Un romanzo che segue nella sua giusta lentezza la crescita della donna come lo sbocciare di un fiore dopo la notte che sospende tutto. Maria Rosaria Valentini ha nella scrittura lo stesso effetto che produce un petalo di rosa quando lo appoggiamo sulla pelle, è lieve e morbida nel descrivere il mutare forma dell’adolescenza, nel soffermarsi sui dettagli, sulle piccole emozioni delle ragazze. Le domande sull’amore, urgenti eppure scottanti si fanno alla fonte, assicurandosi che nemmeno un pettirosso possa ascoltare. Le risposte sono nervose, a volte sembrano un cavallo che scarta nervoso un ostacolo, a volte uno scivolare dentro le pieghe di un sorriso appena accennato.

Timidezza e urgenza di vita sembrano in antitesi eppure coesistono dentro i cuori di queste due ragazze. Al duo sempre più deciso, indissolubile, si aggiunge a un certo punto Severino: un ragazzo di circa vent’anni, orfano di genitori, bravo e bello, benvoluto in paese e che alleva qualche pecora. Il suo formaggio si dice essere il più buono, un partito ambito come marito. Severino nota subito Lucietta e inizia la corte, sempre alla presenza dell’amica Lia come garante. I tre col passare del tempo diventano inseparabili, si scambiano sogni e speranze. Iniziano così a fantasticare sull’idea di andarsene dal paese, di tentare una fuga, conoscere il mondo fuori dalla valle, oltre il “curvone” (la strada grande di ingresso al paese). Sognare non costa niente ma a un certo punto Lia impone la domanda con una certa forza: quando partire, farlo il più presto possibile. Così con la speranza delle ragazze di essere dipinte fuori città da un pittore straniero e diventarne modelle, e con la garanzia di Severino come presenza maschile protettrice, in un’alba ancora senza luce di un venerdì partono di nascosto, senza salutare nessuno.

Inizia così la vita da grandi, usciti dalla valle sicura la storia di questi tre ragazzi si apre anche all’ombra, ai segreti taciuti sotto una cintura molto stretta. Fuori da questo locus amoenus il racconto prende le pieghe della vita vera, ma questa forse è solo una sensazione. Con leggerezza e dolcezza la Valentini ci insinua l’idea che anche nella valle “sicura” non tutto luccichi davvero. Lucietta impara il dolore fuori dalla valle, ma il dolore ha radici dentro quella terra originaria e cresce ovunque, basta solo fermarsi qualche mese per vederne i frutti. Ma persino i frutti del dolore restano frutti, sorprese morbide che chiedono di essere cullate.

Eppure osarono è la storia della migrazione dalla Ciociaria, di una gioventù che cerca di scappare dall’origine portandola però sempre con sé, nella lingua ciociara e nelle abitudini. I ricordi sono fiori profumati, anche quando Lucietta arriva in Francia, fa tutto il viaggio ostinatamente a occhi chiusi. Conserva negli occhi l’ultima immagine della sua terra, l’ultima luce. Maria Rosaria Valentini ha una scrittura che è un pennello a ventaglio, serviva in antichità per fare le velature, quei tratti finissimi e leggeri che nei quadri sembrano piume di luce posate. Ogni fibra del pennello è una lieve deflessione dell’emozione, le fibre sono moltissime, tutte contribuiscono al segno.

Clery Celeste

Gruppo MAGOG