21 Ottobre 2020

L’Apocalisse secondo Don DeLillo: scarna, arcaica, cupa, bellissima

Don DeLillo, classe 1936, è tra i grandi narratori del tempo presente. L’ultimo romanzo, The Silence, è stato appena pubblicato mondi inglesi. In Italia DeLillo – autore troppo complesso, probabilmente – è edito da Einaudi. Questa è la quarta dell’ultimo romanzo: “Super Bowl, anno 2022. Cinque persone, a cena, in un appartamento dell’East Side di Manhattan. Una professoressa di fisica in pensione, il marito e un ex studente attendono una coppia che si unirà a loro, coinvolta in un drammatico volo da Parigi. La conversazione spazia da un telescopio ad alto raggio in Cile a una marca di bourbon al manoscritto del 1912 di Einstein sulla Relatività ristretta. In seguito a un evento inatteso, le connessioni digitali che hanno trasformato la nostra vita si interrompono. Un discorso abbagliante e commovente su cosa ci rende umani”. Bla, bla. Del libro, va da sé, stanno parlando tutti: in UK e USA i letterati di pregio sono in odore di santità, forgiano gli immaginari. Segnalo due articoli. Uno, uscito sul “Financial Time” – firma Jon Day – segnala, mi pare, quanto oggi sia inattendibile la facoltà profetica dello scrittore. Anche quella di uno scrittore come DeLillo che “da Libra (1988), il vasto capolavoro sull’assassinio Kennedy… ha assunto lo status di veggente solitario”. Lo scrittore non ha risposte, la tecnologia pare annacquare la creatività, le possibili ‘risposte’ – ma ci importano? Su “Literary Hub”, invece, Alexander Sammartino esalta “la potenza del linguaggio, che si irradia verso l’esterno, verso la vita”. Questo, a suo dire, è il cuore significativo del libro di DeLillo: “La necessità che il linguaggio sia temprato dall’arte è pressante, ora che le forze politiche e aziendali lo mettono in pericolo come mai prima”. Buono l’aforisma che riassume il libro: “L’Apocalisse secondo DeLillo? Come se Beckett avesse riscritto il Decamerone: è più scarna ma universale, arcaica e tragica, cupa, bellissima”.

Alla fine dell’intervista rilasciata a Rachel Cooke per il “Guardian”, Don DeLillo parte dalla fine, dal primo libro, Americana, dall’infanzia nel Bronx. “Vivevo in un appartamento a 60 dollari al mese. Risparmiavo su tutto. Risparmiai anche su quello. Una mattina mi sono svegliato e mi sono detto: faccio il romanziere. Ne ho un chiaro ricordo. Ho iniziato, molto lentamente, a lavorare al mio primo romanzo. Dopo due anni ho deciso che se anche non avessi trovato un editore, avrei continuato a scrivere. E così ho fatto. Certo, sono stato fortunato: il primo editore che mi ha letto, mi ha pubblicato. Sono fortunato, lo so. Sono un ragazzo del Bronx, pronto a tutte le sfide. Ma sono fortunato. Più invecchio, più penso alle mie origini: i miei genitori, quello che abbiamo affrontato. Italiani nel Bronx. Torno ancora nel Bronx per salutare i ragazzi con cui sono cresciuto, quelli che sono ancora vivi. Ci incontriamo nel vecchio quartiere, mangiamo, parliamo, ridiamo. E ricordiamo. E questo è magnifico, mi basta, non attendo altro”. The Silence è un libro sottile, per un autore oceanico – Underworld fa 830 pagine –, dura l’arco di 120 pagine a caratteri importanti. Concisione, candore, lucore esatto: forse The Silence va appaiato a The Road di Cormac McCarthy. I libri definitivi. Il silenzio è ciò che segue l’esplosione, ciò che precede un evento, tutelato nell’attesa. “Invecchiando non divento più saggio, ma più lento… In questo libro ho messo ciò che avevo da dire. Con The Silence sono stato ancora posseduto dal desiderio di premere i tasti, guardare le parole, procedere, senza preoccuparmi del tempo”. L’esergo del libro calca un concetto noto, notevole: “Non so con quali armi verrà combattuta la terza guerra mondiale; la quarta la combatteranno con pietre e bastoni”. Qui pubblico un brandello del romanzo. (d.b.)

***

La vita può essere così stupefacente che ci dimentichiamo di avere paura.

Nel furgone, le strade erano tranquille, Jim aspettò che Tessa lo guardasse; si scambiarono uno sguardo.

C’erano altri stipati nel veicolo, due assistenti di volo, un uomo che parlava in francese a se stesso, un altro che parlava al telefono, lo scuoteva, imprecava. Alcuni gemevano. Alcuni erano tranquilli, cercavano di capire cosa fosse successo, chi erano.  

Era una sola massa oscillante di metallo, vetro e vita umana, precipitata dal cielo.

Qualcuno disse: “Siamo scesi. Non potevo credere che stessimo fluttuando”.

Un altro disse: “Non so se stessimo ‘fluttuando’. Forse all’inizio. Poi qualcosa ci ha colpiti”.

“Ci siamo persi l’atterraggio?”.

“Atterraggio di fortuna. Fiamme”, disse una donna. “Stavamo sbandando. Ho guardato fuori dal finestrino. Ala in fiamme”.

Jim Kripps cercò di ricordare quello che aveva visto. Cercò di ricordare che aveva avuto paura.

Aveva un taglio sulla fronte, una ferita, che non sanguinava, ora. Tessa lo continuava a guardare, come se volesse toccarlo; forse pensava che questo li avrebbe aiutati a ricordare. Toccare, abbracciare, parlare senza sosta. I telefoni erano morti ma questo non era strano. Uno dei passeggeri aveva il braccio rotto, i denti saltati. C’erano altri feriti. L’autista aveva detto loro che si stavano dirigendo verso una clinica.

Tessa Berens. Sapeva il suo nome. Aveva passaporto, soldi, giacca, ma niente bagagli, nessun taccuino, non si ricordava di essere passata da una dogana, non ricordava di avere avuto paura. Stava cercando di ricordare. Jim era qui ed era un compagno affidabile, un uomo che lavorava per una compagnia di assicurazioni. Riscossione sinistri.

Perché era così rassicurante?

Faceva freddo, era buio, ma una donna correva per strada, in pantaloncini e maglietta, a passo costante, nella corsia riservata alle biciclette. Ne passarono altri, qua e là, rapidi, lontani, pochi, nessuno con cui scambiare uno sguardo.

“Ci manca solo la pioggia”, disse Jim, “e saremmo certi di essere i protagonisti di un film”.

Gli assistenti di volo erano silenziosi, le uniformi leggermente in disordine. Due o tre domande furono poste da altri, nel furgone. Risposte futili, poi nulla.

“Dobbiamo continuare a ripeterci che siano ancora vivi”, disse Tessa, sufficientemente forte da farsi sentire dagli altri.

Don DeLillo

Gruppo MAGOG