11 Febbraio 2021

“Ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano”. Alla luce dei suoi 40 anni, onestà su “L’Indiano” di Faber

Mestre, l’hinterland di Venezia. È la sera del 21 gennaio 1982 e i miei genitori vanno a vedere il concerto di Fabrizio De André. “Una delusione. Lui ha detto subito che quella tournée l’ha fatta perché doveva ridare i soldi a suo papà, visto che aveva pagato il riscatto per il suo rapimento. Non è stato molto simpatico e nemmeno comunicativo, anzi è stato quasi stronzo. Ha eseguito i pezzi in scaletta e ha parlato poco” mi hanno ripetuto anche poco tempo fa parlando di Faber dal vivo.

L’album “Fabrizio De André”, conosciuto meglio come “L’indiano”, compie 40 anni. Non un capolavoro: nitida è la mano di Massimo Bubola, come in “Rimini” del resto (forse il miglior lavoro del cantautore veronese). Il pezzo omonimo è una scudisciata alla città, anche se gli amministratori locali non l’hanno capito: l’immagine del bagnino che feconda Teresa costringendola all’aborto non è uno spot degno di alloro e di applausi (in fondo sarebbe bastato ascoltare la canzone), ma comunque un ellepì che contiene tre o quattro perle meravigliose (e un paio da dare ai porci).

La poesia più alta è il racconto del dramma vissuto assieme a Dori Ghezzi, intimo come la sua voce, lungo come un inverno, quattro mesi. “I primi giorni non ci facevano togliere la maschera neppure per mangiare, e così ci tagliavano il cibo a pezzettini e ci imboccavano. È stata un’esperienza tremenda che tuttavia ha lasciato anche segni positivi, come la riscoperta di certi affetti nascosti. Nei confronti di mio fratello Mauro, ad esempio. È stato lui a trattare coi rapitori e non dimenticherò mai il nostro abbraccio appena tornati a casa. Il primo mese di sequestro ci hanno fatto compagnia le emozioni, poi è prevalsa la monotonia” ha raccontato lo stesso Fabrizio.

Da quell’assenza di libertà esce Hotel Supramonte, un adattamento di Hotel Miramonti (1978) di Bubola: una “pensione” piccola, un monolocale di due metri e mezzo per uno e mezzo.  Bubola (e Faber) lavorano sugli opposti: immagini complementari, semplici in apparenza che “cantati con quel suo timbro unico” diventano una fotografia. La notte e il giorno (che non vedono perché vivono nel buio), l’uomo e la donna, le lacrime e il sorriso, il viaggio immaginato e la sosta, il sole e le nuvole sono i clienti immaginati di questo hotel che ospita anche due persone che si amano, Faber e Dori, e che si trovano costrette ad alloggiare nella parte centro-orientale della Sardegna.

La speranza non li abbandona (“Passerà anche questa stazione senza far male / passerà questa pioggia sottile come passa il dolore”): per sopravvivere serve non spegnere la mente e non abbandonare i sogni (“E ora viaggi, ridi, vivi o sei perduta / col tuo ordine discreto dentro il cuore”). Lui, in fondo, è lì che la protegge (“Ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano / cosa importa se sono caduto, se sono lontano” le dice, un abbraccio della voce così protettivo e rassicurante – la sua voce è rassicurante –  che dopo la prigionia non potrà che esserci la luce del sole) nonostante i dubbi sul sentimento che lei prova per lui (“Ma dove è finito il tuo amore” si chiede in chiusura. Una domanda che troverà risposta nel silenzio e nello sguardo di Dori).

Ne parlo con Fausto Cavina, poderoso artista canoro di Cesena, uno che a forza di prendere freddo l’11 gennaio di ogni anno sotto la vecchia pescheria di Rimini si è appuntato le stellette di “zoccolo duro” del gruppo che organizza le serata De André, uno che si prende la briga di interpretarla (con risultati straordinari). “È una cruda pennellata di vita. In questa ‘poesia in musica’ c’è speranza, amore, ira, perdono e una debordante umanità che viene rafforzata dalla delicatezza dell’arpeggio musicale. Ogni volta che la canto mi vibra il cuore” mi dice.

Purtroppo (o per riempire il lato b del disco) troviamo anche Franziska e Verdi pascoli, non esattamente due pezzi memorabili: la prima ha sonorità e struttura molto simili a Linda Paloma di Jackson Browne; la seconda invece un ritmo “raggae” che ricorda Bob Marley, anche lui “non esattamente” un artista che s’avvicini a Fabrizio (le contaminazioni non finiscono qui: Quello che non ho è un blues che piace al pubblico ma che testualmente è piuttosto debole e lontano da quello che vuoi sentire quando lo vuoi ascoltare). 

Su Fiume Sand Creek Fabrizio De André – che paragona gli indiani ai sardi – ha ammesso di aver tratto i maggiori spunti per il brano da Memorie di un guerriero Cheyenne, un libro/intervista su Wooden Legs che ha ispirato anche “Piccolo grande uomo”, il film di Arthur Penn con Dustin Hoffman. Rispetto all’episodio storico (29 novembre 1864), De André e Bubola cambiano il grado militare e l’età dell’allora 43enne colonnello Chivington, che diventa “un generale di vent’anni”. Per alcuni critici il pezzo presenta analogie con il brano Summer ’68 dell’album “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd, qualcosa di più di un semplice disco degli anni Settanta. 

La paternità di Se ti tagliassero a pezzetti è di Bubola anche se De André l’ha integrata e resa più sua. Il cantautore veneto ha detto che la canzone contiene un’allusione alla strage di Bologna del 1980 (“T’ho incrociata alla stazione / che inseguivi il tuo profumo / presa in trappola da un tailleur grigio fumo / i giornali in una mano e nell’altra il tuo destino / camminavi fianco a fianco al tuo assassino”). La storia raccontata è quella di un amore avuto, vissuto e perduto tra un ragazzo e una ragazza in “tailleur grigio fumo”, e la consapevolezza che il suo saluto diventerà un addio (“E adesso aspetterò domani / per avere nostalgia”) non per colpa di un altro uomo ma di un imprevisto. 

Tra le tracce c’è anche Il canto del servo pastore, delicata come una carezza, semplice come il mondo che vive ma non priva di vertici poetici: “Prendi la tua tristezza in mano e soffiala nel fiume / vesti di foglie il tuo dolore e coprilo di piume”. Dovremmo imparare a fare così invece di trattenere sempre il respiro e soffiare solo quando non possiamo uscire. Ogni fiume finisce in mare e in mare ogni pensiero annega. Oppure galleggia, quando non sprofonda negli abissi. 

Ma è forse in Ave Maria (stesso titolo del pezzo de “La buona novella” quindi viene chiamata anche “Ave Maria sarda”) che il poeta di Genova dichiara tutto il suo amore cristiano e umano per la terra che l’ha accolto. Una canzone che rappresenta un unicum della sua produzione: non canta lui ma Mark Harris (Faber interviene solo come seconda voce nei cori). Un’esperienza, quella di lasciare un pezzo ad altri, che verrà replicata solo ne “Le nuvole” del 1990 quando affida il recitativo parlato a Lalla Pisano e Maria Mereu. Per Ave Maria Fabrizio De André rielabora un adattamento di Albino Puddu (che diventa così: “Deus, Deus ti salvet, Maria / chi, chi ses de gràtzia plena / de gràtzias ses sa vena / e i sa currente…”) e lo fa deflagrare attraverso la poderosa voce di Mark Harris, che ne estrae polvere di stelle che scivola dalle mani ma che si ferma nel cuore e nelle orecchie. Il pezzo è stato suonato anche in occasione del funerale del poeta di Zena.

Come gli abbiamo perdonato “Volume 8” – nonostante contenga Amico fragile e Giugno ‘73 (quella che finisce con “Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”, una frase su cui ci si potrebbe costruire un trattato di semiotica di quello che accade dopo un amore) è forse il peggior album di FdA; di certo non si può dire altrettanto di Francesco De Gregori -, facciamo altrettanto con “L’Indiano”. Anche perché, tre anni più tardi, se ne uscirà con “Creuza de mä”.

Alessandro Carli