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“Non c’era intorno niente di simile”. Marina Cvetaeva, feroce e principesca

In una fotografia, Ariadna/Arianna è a destra, compie tredici anni, sorride; ha le trecce e un volto ligneo. La sorella più piccola, Irina, è morta di stenti, in un ricovero, cinque anni prima. All’estrema sinistra, staccato dal resto della famiglia, il padre, Sergej Efron, guarda il fotografo con uno sguardo timido, un viso spigoloso, la certezza, pare, di essere braccato. In mezzo c’è Marina Cvetaeva. Ha lo sguardo crudo e porta in braccio l’ultimo figlio, appena nato, Georgij. Il bimbo, con le due mai, chiude la bocca della madre, come si fa per spegnere un fuoco. Siamo nel 1925, Marina ha partorito in Cecoslovacchia e quel figlio, ribattezzato ‘Mur’ – come il gatto, Murr, del racconto di Hoffmann –, sarà legato a lei fino alla fine. Quando si impicca, a Elabuga, in una isba piccola come un pugno, il 31 agosto del 1941, Marina scrive diversi biglietti. In uno ricorda, “Non seppellitemi viva! Controllate bene”. In tanti altri affida il figlio al mondo. “Non abbandonate Mur”; “Prendetevi cura del mio amato Mur”; “Non abbandonatelo mai”; “Voglio che Mur viva e studi”. Quando muore la madre, Mur ha sedici anni. Inizierà a studiare. Non vivrà a lungo. Mobilitato sul fronte bielorusso, lo ammazzano il 7 luglio del 1944. La fotografia di famiglia, preludio al tragico, la scorgo in un libro edito dieci anni fa da Pacini: la Fedra di Marina Cvetaeva, a cura di Marilena Rea. Da allora la Rea è diventata tra le massime traduttrici della Cvetaeva in Italia, spesso per Passigli (ricordo, tra l’altro, Scusate l’amore, Mestiere, Una serata non terrestre). Della Cveateva, con fatica ostinata, d’oro, traduce i poemi tipici e anomali, difficilissimi, infrangendo il pregiudizio della poetessa/Cassandra, tutta persa in amori perduti, puro istinto. La cultura classica, la funzione della fiaba, la disciplina metrica sono, per la Cvetaeva, elementi miliari. Il ritmo perentorio, i giochi linguistici, la rendono poetessa complessa, per magnificenza. Per l’editore Teti, Marilena Rea ha tradotto La principessa guerriera (cioè: “Zar-fanciulla”), poema del 1920, scritto sulla soglia della sua lunga peregrinazione europea, uno dei culmini del suo genio poetico. “La Cvetaeva superava agilmente le faticose doglie della creazione artistica e ne risolveva come in un giuoco i problemi, con una scioltezza e una leggiadria tecniche impareggiabili”, scrive di lei Boris Pasternak, riassumendo l’alchimia critica in una frase: “Non c’era intorno niente di simile”. Fu, fino alla fine, irraggiungibile, Marina. (d.b.)

Il 1920 è un anno cruciale per Cvetaeva: come le “accade” quel poema, Zar-fanciulla, così specifico, legato al folclore russo, allo stesso tempo mitico e intimo?

Il folclore non è una parentesi degli anni Venti, Cvetaeva è tutta intrisa dai piedi ai capelli di folclore russo, semplicemente in italiano questo tipo di opere è stato tradotto poco o nulla. Poemi come Zar-fanciulla sono complessi e richiedono un pubblico particolarmente colto e curioso. Ti porto un esempio: quando nel 2013 ho lavorato alla traduzione dell’opera poetica integrale Mestiere, uscita nel 2014 per l’editore Passigli, il pezzo in assoluto più difficile da tradurre in italiano è stato il poema Vicoletti, perché anche quello è il rifacimento di un soggetto folclorico, come lo è Zar-fanciulla, anzi, è veramente al limite dell’intraducibilità. Averlo tradotto è stato di per sé un piccolo evento però capisco che non arrivi con facilità al lettore italiano: serve desiderio di entrare nel testo e stare con il poeta. Altrimenti può sembrare un ingarbuglio di parole. Zar-fanciulla, tra tutti i poemi, le fiabe poetiche e le poesie di argomento folclorico, è quello che Cvetaeva considerava il suo pezzo forte. Ha amato quest’opera con tutta se stessa, anche dopo aver scritto altri capolavori simili, come Il Prode e Sul cavallo rosso.  

Che considerazione ha avuto quel poema dalla critica del tempo e come è ritenuto ora?

I critici del tempo hanno stroncato quest’opera senza andarci troppo per il sottile. Il punto è che Zar-fanciulla non si fa addomesticare, non è né una fiaba né un poema epico, ma è entrambe queste cose con l’intersezione di richiami letterari che spaziano dall’antica Grecia all’Europa shakespeariana. Questo era il modus scribendi di Cvetaeva, e i critici non lo comprendevano. I russi stessi, oggi, ammettono una certa difficoltà nel leggerlo e capirlo; ci sono dei passaggi criptati, il linguaggio è irto di arcaismi, stilemi fiabeschi, calchi dallo slavo ecclesiastico. Tuttavia, rispetto alla critica di inizio secolo, l’opera di Cvetaeva, nella Russia odierna, sta andando incontro a una lenta rivalutazione. E lo indica non solo il fatto che su di lei si tengono convegni annuali, ma anche il fatto che le sue opere vengano ristampate da diverse case editrici. 

Meno di due anni dopo la stesura del poema, Marina inizia la sua peregrinazione in Europa. Che valore ha per lei la Russia, dall’estero, che cos’è la Russia?

La Russia vista da un’esiliata assume contorni vicino al mito. Non è un caso se le poesie scritte nei primi anni dell’esilio e raccolte in Dopo la Russia scavino nelle profondità del mito classico. A chi le domandava cosa fosse la Russia, lei rispondeva: “È Majakovskij”. L’unico che, secondo lei, avesse le chiavi per capire la Russia. Considera che all’estero Cvetaeva non ha avuto un rapporto facile neppure con la comunità russa emigrata, benché collaborasse a diverse riviste e continuasse a pubblicare con una certa regolarità. Il distacco dalla patria non è stato solo uno strappo storico, è stato anche una scelta ideologica sua personale. In questo hanno influito la sua dichiarata simpatia per la Guardia Bianca zarista e le sue idee conservatrici.

Cosa resta da scoprire, da tradurre ancora di Marina Cvetaeva? Di lei, di ciò che hai tradotto, poi, ti chiedo di estrarre un verso, una manciata di versi, e di dirmi perché per te sono rappresentativi.

Resta ancora tanto da tradurre in italiano. Ma Marina Cvetaeva non è di facile avvicinamento, un traduttore deve sudare le sue belle camicie per renderle giustizia. Io ho tradotto ben sette libri di Cvetaeva, cinque dei quali in versi, e posso assicurarti che ogni libro ha significato anni di lavoro. Per farti un esempio, ti parlerò di come ha costruito i soli primi due versi della poesia Fedra del 1923: 

Ипполит! Ипполит! Ипполит!

Опаляет… В жару ланиты…

A partire dal nome Ippolit, Cvetaeva estrae un immaginario verbo lit’ (versare), e a partire da quello crea un’intera poesia con verbi (esempio: opaljaet) e sostantivi (esempio lanity) che contengono a vario modo questo lit’. Nella traduzione che ne ho fatto nel volume Scusate l’amore, ho lavorato a una tessitura linguistica e fonetica intensa come nell’originale, ma dal momento che non era possibile farlo in italiano con il verbo versare, ho dovuto creare una semantica parallela, nuova.

Così i primi due versi nella mia traduzione:

Ippolito! Ippolito! Ti imploro!

Esplodo… Fuoco sulle gote…

Perfeziono: su cosa stai lavorando o vorresti lavorare come traduttrice?

Ho molti lavori in corso, al momento. Non negherò il fatto di avere una propensione particolare per la traduzione della poesia, benché il livello di creatività e concentrazione necessario sia nettamente più elevato rispetto a quello richiesto da una traduzione in prosa. Per il futuro prossimo mi propongo di tradurre alcuni poeti contemporanei, la cui produzione in Italia è ancora sconosciuta.

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