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Brava la Braschi, perfetta “donna clown” beckettiana (e di quella volta in cui il divino Samuel scrisse a Strehler, “io affermo la Vita, sempre”)

Braschi Beckett

Samuel Beckett non aspetta solo Godot (anche se, va detto, è con ogni probabilità il suo testo più celebre). Samuel Beckett nella vita ha fatto anche altro. E ha soprattutto saputo mettere in difficoltà – e allo stesso tempo ammaliare – i grandi registi. Giorgio Strehler per esempio, ché nel 1982 chiese alla brava Giulia Lazzarini di fare Winnie. Proprio lui, a ridosso della mise en scene, scrisse: “Quando nell’allestire Giorni felici io sottolineai, senza una parola in più ma con un accento gestuale, la volontà di vivere ‘fino all’ultimo’ della protagonista, alcuni critici tedeschi sottolinearono questo fatto con grande e insolita meraviglia per questo ottimismo assegnato alla comune e creduta disperazione di Beckett. Ricevetti allora alcune righe da Beckett stesso che mi diceva di essere estremamente curioso e di volere venire a vedere lo spettacolo e che, comunque, per lui, in un modo o nell’altro i suoi personaggi vogliono sempre affermare la Vita, aggiungendo: anche se è forse la peggiore delle condizioni possibili”.

Dopo lo straordinario esercizio che ne fece Anna Marchesini al teatro Bonci di Cesena quasi dieci anni fa (l’artrite mostrava già i suoi segni sul suo corpo esile ma egualmente seppe districarsi, pur pianata in terra, con rara maestria), il testo è stato donato a Nicoletta Braschi (in copertina, photo Gianni Fiorito) che prontamente, l’ha offerto al pubblico del “Turroni” di Sogliano il 21 aprile confezionato nella regia di Andrea Renzi.

La pièce, un monologo spigoloso e affilato come una ramo di pungitopo e che dovrebbe sostituire in maniera permanente almeno l’80% dei classici che riempiono i cartelloni dei teatri – non si può sempre proporre Goldoni o Molière solo perché i professori li mettono nei programmi scolastici: il Novecento ha creato perle favolose che però non circuitano perché certi autori non vengono studiati -, racconta l’attuale quotidianità schizofrenica, solipsista, usuale delle persone. In questo caso è quello di una donna – la brava Nicoletta – che squittisce contro il marito, Willie, che a sua volta risponde quasi a monosillabi. Una coppia di reietti, una fotografia nitida e tagliente di un mondo borghese – deliziosa l’attenzione con cui la Braschi cura il proprio corpo, che di fatto è un non-corpo – che blatera senza ovviamente sapersi ascoltare.

Dice il regista Andrea Renzi, anche interprete dello spettacolo: “Abbiamo cercato di non dimenticare mai che si tratta di un testo a due che richiede la tessitura di una relazione continua tra Winnie e Willie. Sono numerosi all’interno del testo i riferimenti al mondo del teatro: ‘Strana sensazione che qualcuno mi stia guardando’ dice la protagonista, interrogandosi anche sul parasole che ritorna sempre nella stessa posizione, il campanello interpretabile anche come segnale del chi è di scena, l’operetta come memoria condivisa della coppia Winnie e Willie, i vuoti di memoria e i trucchi”.
Per 90 minuti suddivisi in due atti si assiste a una “stanza della tortura” di matrice pirandelliana: la “partita” (che non è mai una “finale”) si gioca in panchina, quindi seduti. Seduta, anzi conficcata in una prigione di finti sassi di plastica (elemento totemistico di grande impatto) e poco più in là un paravento verticale dipinto, la protagonista viene cristallizzata da un quadro di luci ferme, e un campanello-telefono fuori scena, che scandisce l’assurda quotidianità delle parole apparentemente vuote.

Lungamente bastonato dalla critica per diversi anni (al contrario di Godot) perché troppo innovativo – il drammaturgo dublinese racconta un normale “dramma di conversazione” per svuotarlo da tutte le sue componenti significative sino a renderlo pallido specchio della misera condizione umana – in realtà questo interessante allestimento si inserisce nella strada tracciata dall’autore, quella cioè di riuscire a portare una situazione del tutto “domestica” sino al parossismo, costringendo i protagonisti all’in-azione (di fatto, una non-azione fisica che fa da contraltare a un’azione vorticosa verbale) quasi totale attraverso una lenta scarnificazione dei mezzi espressivi propri del teatro.

Anche qui quindi i personaggi sono generalmente imprigionati nel loro io, destinati alla solitudine, senza alcuna possibilità di comunicazione e di mutua comprensione, incapaci di vivere nel loro breve viaggio della vita, quello che unisce “il ventre alla tomba”.

Il vortice di parole, reiterate per riempire il vuoto di comunicazione, si sublimano nella prova di Nicoletta Braschi, che dona alla platea una particolareggiata “donna clown”: dietro ai sorrisi e alle vocette, spesso si cela la maschera della sofferenza. A teatro, come nella vita. In fondo, a guardarli con attenzione, sono la stessa, identica cosa.

Alessandro Carli

 

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