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Pettegolezzi intorno a Jorge Luis Borges, insolente, donnaiolo, geniale

Ho invitato il nipote di Borges a giocare a tennis. Miguel de Torre Borges ha 82 anni, abbiamo parlato per un’ora e un quarto di suo zio, morto il 14 giugno del 1986, 35 anni fa. Suo zio, ovviamente, è Jorge Luis Borges. Miguel è figlio della pittrice Norah Borges, la sorella di Jorge Luis, e del critico letterario e saggista spagnolo Guillermo de Torre; è nato il primo marzo del 1939, “ho vissuto il cosiddetto decennio infame, anche se ne sono seguiti di più infami”, mi dice, alludendo a Perón.

“Per rompere il ghiaccio le racconto un aneddoto molto divertente. Quando lo zio doveva andare a pisciare mi diceva, ‘Bene, vado a dare la mano al vescovo’. La mano di un vescovo, sa, è qualcosa di morbido, di flaccido… Lo diceva molto spesso. Viene dall’inglese: Shake the bishop’s hand. Ovvio, non lo diceva davanti alle signore, ma in famiglia, con gli amici. Quel tipo di uscite, insolenti, scurrili, erano tipiche dello zio. Inventava di continuo associazioni inattese, era un improvvisatore, un battutista”.

Ottimo titolo per un articolo…

“Ci credo. Però, mi raccomando, usi la parola pisciare, non urinare, che non usava mai. Non piacerà ai vescovi, ma a me poco importa. In Proust c’è un personaggio divertente, il dottor Cottard, raffigurato come uno sciocco, un uomo goffo, che quando va a pisciare dice qualcosa di simile: vado a dare la mano al duca d’Aumale”.

Nel suo testamento Borges le dona 21 volumi delle Mille e una notte tradotti da Francis Burton…

“L’avevo comprata per lui a un’asta. Non è la prima edizione, è una ristampa: quei libri non interessavano a nessuno, se non a me e allo zio. Condividevamo l’amore per Le mille e una notte. Alcuni libri che lo zio mi ha donato li ho regalati a mia volta: se morissi rischierebbero di sparire con me. Sa, Borges costruiva la sua patria scrivendo”.

Tra gli aneddoti che ricorda, c’è quello di uno scambio di battute con José Edmondo Clemente, il secondo di Borges alla Biblioteca Nacional. “Non ho mai letto le note di un libro”, si vantava Clemente, e Borges, provocatoriamente, di rimando, “Beh, io invece leggo solo le note…”.

“In effetti, leggeva le note della Divina commedia e del Chisciotte. Ho ereditato anch’io quella passione: amo leggere le introduzioni, i prologhi, le note. Andavamo spesso a passeggio insieme: parlava, recitava poesie, scherzava. Conversavamo per strada, in casa, al bar. Lo zio era un fiume in piena, non potevi interromperlo. E non parlava soltanto di letteratura, tutt’altro. Il primo libro che mi ha regalato è un’edizione economica del Mastino dei Baskerville di Arthur Conan Doyle e del Segno dei quattro”.

Anche Miguel è un fiume in piena… “Lo zio amava la violenza, era attirato dalla violenza, dalle efferatezze. Una volta mi disse che nei reggimenti c’era sempre un tagliagole professionista, che sega il collo ai prigionieri. Si avvicinava a costoro dicendo, ‘Coraggio amico mio, tua madre ha sofferto di più nel metterti al mondo’, poi infieriva. I seguaci di Juan Manuel de Rosas usavano un coltello dentato, di modo che il dolore fosse più acuto”.

Mi parli del grande amico di suo zio, Adolfo Bioy Casares.

“Insieme ridevano spesso. Ho una immagine indelebile di Adolfo, atletico, accovacciato, con le mani incrociate, che lancia le gambe in avanti e balla alla russa, come Yul Brynner in Taras Bulba, il film. Comprava molto dischi popolari che ascoltava con lo zio. Allo zio piaceva ascoltare Johannes Brahms. E adorava William Turner, forse perché i suoi quadri sono così pieni di nebbie, di nubi, di dubbi…”.

La storia che preferisce di Borges.

Funes el memorioso”.

Il libro che preferisce.

Finzioni e L’Aleph. La tensione della sua prosa è tutta in quei libri. Quello che ha scritto in seguito mostra che non scriveva più, per lo più dettava. Quindi non è così elaborato. Libri come Il manoscritto di Brodie sono molto belli, è chiaro, ma mancano della perfezione, tesa e cristallina, dei primi libri. Quando è diventato cieco non poteva correggersi né approfondire le fonti”.

Che cosa legge?

“Tutto Kafka. Tutto Proust. Roberto Arlt. Sono un fan di Roberto Arlt. Arlt e Borges sono i massimi scrittori argentini di sempre”.

Suo zio le parlava di Arlt?

“Me ne parlava. Si sono incontrati qualche volta, benché non avessero nulla di che spartire uno con l’altro. Ciascuno aveva il proprio genio, la propria follia. Arlt scriveva così, con una naturalezza onnipotente, pagine che noi avremmo bisogno di mesi e di cancellature e correzioni per redigere. Nel profondo, Borges rispettava Arlt. Il racconto che s’intitola El indigno è un omaggio a Arlt.

Quando morì la nonna, Leonor Acevedo de Borges, lei la pianse a lungo, infinitamente.

“Ho pianto per lei più che per chiunque altro. La sua morte mi ha ferito nel profondo. Aveva vissuto così tanti anni che la credevo immortale”.

Borges sarebbe ciò che è stato senza sua madre?

“Senza l’Europa e senza mia nonna, sarebbe stato un Borges diverso, è ovvio. La sua vita è cambiata dopo il primo viaggio in Europa, dove ha imparato il francese e il tedesco. L’inglese lo conosceva già, era bilingue. Apprese il latino da un sacerdote e questo gli ha permesso un’enorme base culturale. Una volta giunto a Buenos Aires è stata mia nonna a spingerlo, a supportarlo: lui era piuttosto timido. Mia nonna lo ha ispirato, lo ha stimolato a pubblicare. Di fatto, la nonna è stata il faro della famiglia”.

Borges e Norah, la sorella, sua madre, hanno passato l’adolescenza insieme, in Europa…

“A Ginevra mia madre ha imparato a disegnare e a dipingere. Mia madre era geniale come lo zio, assolutamente geniale. Era riservata e timida. Pareva un’illuminata. Sapeva di dover dipingere e lo ha fatto per tutta la vita. Insieme, si completavano. Si capivano con gli occhi, non avevano bisogno di parlare. Ciascuno aveva la propria stranezza, la propria follia. Mio zio l’ammirava perché era stata in prigione, in seguito a una manifestazione ai tempi di Perón. Era molto coraggiosa. Lottava contro le convenzioni, contro gli –ismi”.

A proposito delle donne…

“Borges era un donnaiolo… ma non riscuoteva molto successo. Si innamorava spesso, spesso non era corrisposto. Molte donne gli si avvicinavano, attratte dalla sua capacità nel conversare. Una volta si è innamorato di una donna perché il fratello era stato ucciso a colpi di machete in un cantiere a Misiones. Un’altra donna gli piaceva perché il fidanzato si era ucciso”.

Amava di più Norah Lange o Estela Canto?

“Entrambe. Una volta mi disse che Estela Canto era la donna più intelligente che avesse mai conosciuto. Ma amava anche Silvina Ocampo, grande poetessa, molto arguta. Non so se fosse innamorato di Silvina prima di conoscere Bioy; era un’amica di sua madre”.

Ricorda quando ha saputo della morte di Borges?

“Giocavo a tennis nel club dietro casa. Un amico mi si avvicinò dicendo che la radio aveva dato la notizia della morte di Borges. Tutti i ricordi di una vita mi hanno trapassato il cervello. Sono andato da mia madre, immediatamente. Penso che lo zio dovrebbe essere sepolto alla Recoleta, come narra lui stesso, in una poesia”.

Le ha mai pesato essere il nipote di Borges?

“No. Suppongo che la gente si aspettasse che diventassi uno scrittore o un artista. Invece, mi sono dedicato alla produzione di libri, all’editoria. Ho lavorato per Losada, per una vita. Mi piace costruire i libri, andare a prendere i pacchi in tipografia, sistemare la copertina, la rilegatura, sentire il profumo dell’inchiostro fresco. Ecco, quello per me è un momento sublime. Come un parto”.

Le manca lo zio?

“Mi manca quando vado al cinema e vorrei discutere con lui di quel film. Mi manca quando vorrei condividere una battuta. Sarebbe rimasto scioccato dal cosiddetto ‘linguaggio inclusivo’”.

Daniel Mecca

*L’intervista è stata pubblicata in origine sul “Clarín” come “Frases inéditas y un Borges anticlerical en el baño: crónica de una semana conversando con su sobrino”

 

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