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Di caviglie grosse e lesa maestà. Il ratto di Proserpina del Bernini visto in un altro modo

Ci si avvicina all’opera d’arte col cuore pronto al subbuglio quando si gode della condanna di un qualsivoglia disturbo che impedisca un’adeguata regolazione emotiva. Ché la Bellezza, se data in pasto alle anime dei disarmati, ha spesso un peso specifico che travalica il tollerabile.

Ed io non ho scudi tra le viscere e il mondo.

Al cospetto del sublime, che derivi dalla mano dell’uomo o che sia frutto del talento di quel genio pazzo e risolto che è Madre Natura, mi ritrovo pericolosamente in bilico tra dolore e piacere, salvezza e dannazione, mentre il sentore della mia umana finitezza si fa all’improvviso sfacciato.

Sono nata “altamente sensibile”. PAS, ci chiamano da qualche anno. Matti, ci chiamavano prima.

Invecchiando, sono poi impazzita quel tanto che bastava per potermi permettere il lusso di giocare a briscola col disagio senza smuovere alla compassione. Del resto, non ho mai tentato di barare dinnanzi alla follia e questa lealtà di intenti ha fatto sì che diventassimo non dico complici, ma perlomeno pacifiche conviventi.

È sempre necessaria una riappacificazione per godere di un limite? Non saprei dirlo, ma la realtà fruita da un’ipersensibile riserva di certo buffe sorprese, poiché arriva alle sinapsi come attraverso quegli specchi bizzarri che popolano le “Case degli Spiriti” dei luna park anni 80 in cui ti vedevi grasso e sformato anche se eri dotato di una silhouette da silfide, la forma espansa e disintegrata nello stesso batter d’occhi. È un abbonamento open a Gardaland la mente di chi è tarato per sopportare una dose minima d’intensità, oltre la quale è d’obbligo uno sfiato, una scorciatoia, un’uscita di sicurezza, che sia pianto o vertigine.

Ed è una vertigine quella che rapida mi assale varcando la soglia di Villa Borghese e ritrovandomi davanti all’opera del Bernini.
Al centro della sala, Proserpina e Plutone sono intenti a danzare un valzer di mortale ed erotico splendore, catturati per sempre dentro alla materia dalla mano ladra dello scultore. Incuranti dei molti occhi famelici posati senza gentilezza sui loro corpi nudi, a  stento il marmo ne trattiene la furia eppure è di grazia che sono impregnate le braccia di lei. Una straziante tensione le anima, percorrendole fino alle estremità da cui schizzano fuori, invisibili eppure prorompenti, mille minuscoli germogli di rampicante o altrettanti mortaretti caricati – a salve – per la sagra del paese.
Che sia di verde o di luce, fatale o salvifico, quelle falangi sono scosse da un guizzo micidiale.
Costretta dentro la dolce violenza di uno strappo che molto partecipa della natura di un abbraccio, la dea alza d’istinto gli occhi e, nell’atto di cercare il cielo, inesorabilmente – che paradosso – sprofonda.                                     

Dunque, cielo e abisso possono coesistere nella pietra?

Persefone ama già il suo carnefice, non mente il languore che il rapimento le infonde. Del resto, come non comprenderla? Come restare estranee all’inquietudine di scoprirsi irrimediabilmente attratte dall’usurpatore?  Nessuna donna qui attorno può dirsi al sicuro dalla fascinazione del tocco preciso eppur soffice di Plutone contro la coscia già vinta dalla tentazione di cedergli. Suonano la carne con la spavalderia di un musico esperto, le falangi.

Accanto a me, intanto, innumerevoli teste si accalcano, si avvicinano e rinculano per effetto del fenomeno bizzarro che è l’attrazione/repulsione verso la meraviglia, lo stesso che provo per i pantaloni di una turista con gli occhi a mandorla, così sgambati e generosi da offrirmi una cospicua porzione di un gluteo candido e gelatinoso. Che clamoroso spettacolo è l’uomo quando usufruisce della Bellezza, avvicinandovisi quel tanto che basta per turbare il campo visivo di altri che siano intenzionati a usufruirne a loro volta.

Gode, Proserpina. Chi voglia dire di terrore la smorfia del viso ha avuto la fortuna di non imbattersi mai in un amante prepotente e dall’Ego ingombrante. È anche vero che, assennati e al riparo, è semplice confondere i nomi e finir così per chiamare gli inciampi privilegi. Gode sì, Proserpina e quel godimento sfocia nello spasmo degli alluci, rigidi e divaricati come subito dopo uno sforzo o durante l’orgasmo. “Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati”, scrive Stendhal. Siamo all’inizio dell’Ottocento e queste affermazioni sulla Bellezza gli varranno l’attribuzione della sindrome che porta il suo nome. “Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere”, prosegue. Ma le vertigini sono soltanto uno dei tanti sintomi che l’arte infligge – piuttosto, concede? – a chi soffre del patire per eccesso di maestosità. Tra gli altri, senso di stordimento, acufene, tachicardia, depersonalizzazione, derealizzazione e panico, fino allo svenimento vero e proprio.

Davanti al Bernini non perdo i sensi ma sto sudando e la vista si offusca per il pianto che ora sfonda l’orlo degli occhi e lì va a morire.
Mi salva un ragazzo alla mia destra che, riferendosi alla statua, sussurra alla  fidanzata bionda e glaciale: «Vamolà che ha le caviglie grosse!»
«Cretino», ribatte lei, compunta. Una volta solcata la soglia di casa, troverà sicuramente un modo efficace di punirlo per quel commento che ha appena imbastito una diga inconsapevole alla fiumana della mia emotività. La dea è improvvisamente una signora dalle gambe nemmeno troppo esili e il capolavoro è tornato una statua. La maestà è lesa, il pathos stracciato dall’ironia.

Beato chi ha l’ardire di scherzare al cospetto della grandezza! È salvo, di questo sono certa, io che quotidianamente sopravvivo a stento al mondo che mi si schianta contro senza filtri né misura. Mi fa male tutto ma sono fiduciosa che un “cretino” sempre mi salverà.

Francesca Viola Mazzoni   

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