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Beethoven “tocca nel profondo, è una forma capace di rigenerare l’umano, di esaltarne ogni aspetto della vita, di ‘invitare’ il dolore alla danza per superarlo col coraggio del comporre”. Intervista al biografo Simonelli

Negli ultimi mesi, ho avuto il piacere di farmi accompagnare da una lettura dai toni affascinanti fin dall’inizio: Cercando Beethoven di Saverio Simonelli, edito da Fazi editore. Sono venuta a conoscenza dell’esistenza di questo testo grazie al domenicale de Il Sole 24 ore e da subito ho deciso di acquistarlo perché, come pochi libri, prometteva un viaggio nella storia della musica classica non borioso o pieno di aneddoti tecnici, bensì come una storia alla portata di tutti e soprattutto di coloro che amano leggere storie, che amano sapere la biografia dietro a un nome per immaginarsi il volto, la fisionomica, i gesti con i quali si ricordano grandi composizioni che hanno fatto la storia della musica classica. In particolar modo, il profilo di Beethoven mi colpisce da sempre per il suo essere stravagante e, allo stesso tempo, paradossale in ogni sua forma: non solo per la sua connotazione di fragilità e forza insieme, ma per la sua connotazione caratteriale che più lo contraddistingue. Devo riconoscere che la lettura di questo testo mi ha stupita e trascinata all’interno di un viaggio che non aveva per nulla le fattezze di una pura biografia, bensì di un vero e proprio romanzo,di quelli più accattivanti, perché sostenuto da una capacità narrativa unica, quella di saper tenere un lettore sempre presente alla lettura. Per tale ragione, ho maturato allo stesso tempo una grande curiosità inerente lo scrittoio di Saverio Simonelli: com’è giunto ad immaginare un libro di tal fatta? E com’è giunto ad accompagnare noi lettori in questo magnifico viaggio? Da queste domande nasce l’intervista che oggi vi propongo. (Paola Tricomi)

Da dove sorge questo desiderio di inseguire il personaggio Beethoven?

È una figura che mi ha affascinato fin da bambino per la sua forza espressiva e per la singolarità del personaggio, ma soprattutto perché ha ‘battezzato’ il mio rapporto con la musica a partire da una serata degli anni Settanta in cui sorpresi mio padre davanti a un televisore in bianco e nero mentre seguiva l’esecuzione dell’Eroica di Herbert Von Karajan. Quella musica straripante, eccessiva, vorticosa assieme alla figura ieratica del direttore d’orchestra mi colpì a tal punto da rimanere fissata nella memoria ‘uditiva’ e visiva’.

Quale tratto della sua vita le risulta più affascinante?

Sicuramente il suo essere figura di contraddizione, uomo del Settecento ma che si affaccia sulla nuova sensibilità romantica pur rimanendo classico nella concezione della forma. Beethoven aveva un carattere burbero, era irriducibile alle convenzioni ma anche capace di gesti di tenerezza e di solidarietà umana, come quando si recava a casa di amiche malate o depresse per consolarle con veri e propri concerti privati.

Quale aspetto del suo temperamento può risultare a noi più complesso?

Proprio la sua complessità, il suo sfuggire alle facili etichette. Ma è proprio qui che risiede il suo fascino, nell’essere pienamente umano e così straordinariamente ‘sovrumano’ nella sua concezione della vocazione artistica, una sorta di messianismo musicale ma che si sviluppa su un tessuto umano pieno di contraddizioni. L’uomo che stentava a esibirsi in pubblico per timore che le sue improvvisazioni venissero ‘copiate’, ma che poi donava i diritti delle sue opere in beneficenza, come nel caso, raccontato nel romanzo, del rapporto con un convento di Suore Orsoline.

Quali dati storici rispetto alla sua vita sono più scarni o confusi?

Non parlerei di dati storici confusi quanto di aneddoti ed episodi riportati spesso in maniera incompleta o fuorviante da biografi poco fedeli.

In che cosa Beethoven, a suo dire, è figura moderna?

Beethoven non è moderno, per sua fortuna. Ma ha spalancato le porte alla modernità per il suo modo rivoluzionario di porgere la creazione musicale. Talmente innovatore nella concezione dell’arte come qualcosa che tocca nel profondo, una forma capace di rigenerare l’umano, di esaltarne ogni aspetto della vita, di ‘invitare’ il dolore alla danza per superarlo col coraggio del comporre. Dopo di lui ogni musicista si sentì obbligato a ‘dire’ il nuovo, ad essere originale, a concepire la propria opera come un contributo del tutto personale e diverso a questo “banchetto” artistico inaugurato dal genio di Bonn.

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