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“L’improvvisa incursione dell’irrealtà”. W.G. Sebald, una biografia

Infine, c’è l’inizio: la nascita, il giorno dell’Ascensione, il 18 maggio del 1944. La data che attraversa il lavoro di Sebald come un filo nel labirinto. Verso la fine de Gli emigrati, ad esempio, nel cimitero ebraico di Bad Kissingen, vediamo la tomba di Meier Stern, morto il 18 maggio del 1889; nell’immaginazione di Sebald si tramuta in Max Stern, che nell’ultima pagina di Austerlitz incide il proprio nome sul muro del Nono forte, presso Kaunas, dove morirono più di 30mila deportati: Max Stern, Parigi, 18.5.44. Sebald sapeva perfettamente che le coincidenze non significano nulla nella cruda realtà, eppure, diceva, ciò che conta di un’idea è la sua bellezza formale, il potere di creare connessioni, il mistero intrinseco, che, come aveva imparato da E.M. Forster, è l’ingrediente più importante in un romanzo. In altre parole, la coincidenza ha una funzione artistica. Eppure, le coincidenze sfociano nella vita: in seguito, divennero quasi un’ossessione. Mostrano che le cose sono legate in modi che non comprendiamo, rispondono al bisogno, diceva lo scrittore, di assegnare “una sorta di senso, anche se, come sappiamo, un senso non esiste”.

Le coincidenze sono uno dei motori dell’immaginazione di Sebald. Il giorno della sua nascita, il 18 maggio 1944, ne è l’esempio portante e spaventoso perché va connesso con ciò che accadeva contemporaneamente nel Reich tedesco. Se c’è una cosa che ha spinto W.G. Sebald alla scrittura – ancor più dei silenzi, più del folle ricordo di aver visto Norimberga in fiamme dal grembo materno – è questo. Lo ha confermato più volte, in modi diversi: mentre lui, nato in un angolo remoto delle Alpi, intoccato dalla guerra, era cullato in una carrozzina tra i campi in fiore, la sorella di Kafka veniva deportata ad Auschwitz, insieme a centinaia di migliaia di persone dall’Ungheria, da Corfù, da tutto il Mediterraneo. “È l’oscena simultaneità che lega un’infanzia felice a eventi così terrificanti che mi pare incomprensibile”, ha detto. “Mi sembra ingiusto, per così dire, essere vissuto in una valle tanto pacifica, non so davvero se me lo sia meritato”.

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Sebald non si è mai definito un romanziere. Non era neanche uno scrittore di viaggi, perché viaggi e paesaggi, in lui, riguardano una dimensione interiore più che esteriore. Era uno storico, un biografo, l’autore della propria abbacinante autobiografia. Prima di tutto, era un visionario, un mistico. In questo, forse, è la sua singolarità nella letteratura moderna. Per questo, Austerlitz può essere considerato il suo capolavoro. Non è soltanto il culmine della sua identificazione immaginaria con le vittime dell’Olocausto, l’indagine psichica nel trauma. È il luogo di una visione mistica perseguita da sempre, velata ne Gli anelli di Saturno, che di dispiega, ad esempio, nel volo delle falene, negli schizzi di Alphonso, nel Funeral at Lausanne di Turner, nei giochi di luce lungo la Barmouth Bay…  inclusa quell’intuizione, quando Adela si china verso Austerlitz, dicendo, “Vedi la carovana che attraversa le dune, laggiù?… È stata l’improvvisa incursione dell’irrealtà nel mondo reale… ha acceso i nostri sentimenti più profondi”.

Sebald è un mistico e un visionario. E uno scrittore, secondo la formula dei suoi grandi modelli, Gottfried Keller e Robert Walser. L’immagine ricorrente di Gracco, la foresta magica nel sogno di Anna, la fantasia che il mondo sia retto dal volo delle rondini, Adela che appare in un bagliore acquatico, l’oca bianca come la neve che ascolta incantata la musica degli uomini – sono paesaggi che lacerano una bellezza di tale intensità che la vita stessa è a malapena in grado di eguagliare.

Nonostante tutto questo, Sebald è stato bersaglio di molte critiche. O meglio, proprio per questo è stato bersagliato da molte critiche. Celebri detrattori includono Günter Grass in Germania e Alan Bennett in Inghilterra, e critici come Georg Klein, Michael Hoffmann, Adam Thirlwell. Avendo elargito critiche altrettanto violente, Sebald ha accettato quelle che gli sono state rivolte contro. Una delle obiezioni più comuni riguarda la scrittura, involuta, l’iper-letterarietà, i riferimenti costanti a scrittori come Kafka e Borges, la prestanza troppo accademica. Ma la questione non è soltanto stilistica. Sebald, dicono i suoi critici, propone una estrema oscurità, un levigato ermetismo, eticamente ed esteticamente dannoso. La profonda disperazione, l’attenzione miliare verso il dolore, il declino, l’orrendo: tutto è troppo, troppo potente per essere appetibile e addirittura autentico.

Sebald, insomma, è una doppia Cassandra: le sue profezie si rivolgono al futuro tanto quanto al passato. E chi vuole credere a Cassandra? Sulla sofferenza restiamo inguaribilmente ottimisti. Se vivessimo davvero la sofferenza del mondo, vivere ci sarebbe impossibile. Sebald ha vissuto quasi senza fiato. Come Cassandra, ha pagato il prezzo della sua onestà visionaria.

Carole Angier

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A vent’anni dalla morte (accaduta il 14 dicembre del 2001), Caroline Angier – già autrice delle biografie di Jean Rhys e di Primo Levi – ha pubblicato, per Bloomsbury, la prima narrazione biografica intorno a W.G. Sebald. S’intitola Speak, Silence – mimando l’autobiografia sbilenca di Nabokov, tra i lari letterari di Sebald, Speak, Memory – e fin nel sottotitolo – In search of W.G. Sebald – denota intenti critici, per non dire agiografici. La biografia è un libroide di 640 pagine, di cui, genericamente, si è parlato bene (a titolo di esempio: il pezzo di Dwight Garner sul “NY Times”, abile a speculare intorno “al più riverito scrittore tedesco della seconda metà del XX secolo”). Mettiamo sul fuoco – per mettere meglio a fuoco la biografia – un paio di articoli di taglio diverso. Su “Harper’s Magazine” Lauren Oyler scrive un lungo articolo/reportage, Desperately Seeking Sebald, domandandosi il senso della cieca venerazione di Sebald nel mondo letterario anglofono e criticando la Angier per aver scritto un libro a senso unico, che non sviscera lo scrittore, ma lo omaggia. L’accusa mossa da Judith Shulevitz su “The Atlantic” è più sottile: “Sebald non è innocente. Quando la Angier gli domanda ragione delle sue ‘fonti’, delle possibili obiezioni mosse dai suoi testimoni, usati come modello nei suoi libri, lo scrittore, in un’intervista del 1996, risponde, ‘Tutta questa vicenda di usurpare le vite altrui mi infastidisce… A meno che non siano morti, chiedo sempre ai miei testimoni il permesso di usare le loro storie’. Menzogna. Sebald ha usurpato molte vite. E non sempre ha chiesto il permesso. Un esempio tra gli altri riguarda Jacques Austerlitz, che appare in Austerlitz, l’ultimo e più noto lavoro di Sebald. Austerlitz, storico dell’architettura incline all’esaurimento nervoso, crede di essere il figlio di un austero ministro gallese e della sua altrettanto gelida moglie. In verità, dopo i 50 anni, scopre di essere un ebreo di Praga portato a Londra all’età di 4 anni su un Kindertransport, un treno che trasportava bambini ebrei dell’Europa orientale fuori dall’egida dei nazisti. Sebald ha basato quasi per intero la sua storia su quella di Susi Bechhofer: giunta in Inghilterra da un orfanotrofio di Monaco, su un Kindertransport, allevata da una coppia gallese, ha scoperto la propria vera identità da adulta. Aveva pubblicato un libro di memorie e quando Austerlitz apparve in Germania il suo editore si era accorto di alcuni incredibili somiglianze. Ne scrisse a Sebald. Sebald ha confermato di essersi avvalso della sua storia per scrivere Austerlitz. Lei rimase scioccata”. Fin qui, però, ci viene da provare un’ovvia simpatia per lo scrittore, impunito mentitore, corsaro compulsivo, vampiro di vite altrui. Piuttosto, la biografia di uno scrittore – al netto della pruderie inglese – ha un unico scopo: avvicinarci ai libri del biografato.

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