W. S. Merwin nacque il 30 settembre 1927 a New York City. Figlio di William Stage, pastore presbiteriano, e di Anna Jaynes, visse a Union City nel New Jersey fino al 1936, quando la sua famiglia si trasferì a Scranton, in Pennsylvania, per motivi di lavoro. Vi frequentò le scuole locali seguendo un “curriculum classico” che prevedeva lo studio del latino.
Verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, il diciassettenne W. S. Merwin volle imbarcarsi come volontario nella marina americana, ma accortosi di aver compiuto un terribile errore, obiettò all’esercito. Venne mandato per circa un anno a scontare “la colpa” in un reparto psichiatrico dell’ospedale navale di Chelsea. Merwin è sempre stato nella convinzione che “non abbiamo il diritto di togliere la vita, nessuna vita”.

Nel 1946 W. S. Merwin si recò al manicomio criminale di Washington D. C., il St. Elizabeths Hospital, per incontrare il grande poeta Ezra Pound che stava scontando una condanna a 12 anni di internamento. Pound, in quel colloquio, gli disse che la poesia si dà come risultato della disciplina ma anche come esito di scoperte felici e inattese, non pianificabili. Consigliò all’emergente poeta di tradurre da una lingua straniera almeno 75 linee al giorno e di comporre quotidianamente almeno 75 versi. Lo esortò a studiare la poesia antica provenzale.
L’anno successivo W. S. Merwin conseguì una laurea in Inglese all’università di Princeton; vi continuò a studiare ancora per un anno per specializzarsi nella traduzione, in particolare dallo spagnolo e dal francese.
Nel 1949 lo troviamo in Europa, dove lavorò come precettore presso la nobile famiglia della principessa di Braganza del Portogallo. Nell’isola di Maiorca seguì per un anno l’istruzione del figlio di Robert Graves, che in quel momento stava rivedendo il suo opus magnum, La Dea bianca. Dopo un dissapore con Graves, decise di spostarsi a Londra. Per guadagnarsi da vivere traduceva dal grande repertorio della letteratura spagnola e francese su richiesta della televisione inglese. A Londra si legò d’amicizia con due grandi poeti: Ted Hughes e sua moglie Sylvia Plath. Merwin e Plath, poco prima del suo tragico suicidio avvenuto nel 1963, si scambiarono numerose lettere, ma il carteggio sembra sia andato perduto per sempre. Nel 1951 a Londra incontra Thomas Stearne Eliot, premio Nobel per la poesia nel 1948.
Nel 1952 William H. Auden premiò come il migliore dell’anno tra i giovani scrittori, il primo libro di poesia di Merwin, The Mask for Janus. Le poesie risentono dell’influenza di Eliot e di Graves per quanto riguarda l’immaginario mitico riferibile alla tradizione classica, della suggestione delle antiche saghe appartenenti alla cultura orale, ma anche dell’antica poesia provenzale che egli stava traducendo. Fu il primo di una lunghissima serie di libri e di altrettanti numerosissimi premi, importanti riconoscimenti, borse di studio.
Nel 1954 acquistò una vecchia casa di campagna nel sud-ovest della Francia, nel comune di Lacan (regione del Lot). Questo luogo irradiava un fascino particolare per Merwin sia per la bellezza del paesaggio sia per la sua storia poetica risalente alla tradizione dei trovatori medievali e della poesia provenzale.
Nei primi anni Sessanta ritornò a New York, e nel 1963 pubblicò Moving Target, un volume che risente del clima della guerra fredda, della grande crisi di Cuba e della lotta contro le armi nucleari. La sua raccolta The Lice del 1967 è comunemente considerato un manifesto poetico dell’ambientalismo. Il libro è scritto senza l’uso della punteggiatura: spetta al lettore ricostruire attivamente l’articolazione sintattica. Conformemente a questa scelta, ogni altra opera di Merwin eluderà l’impiego della punteggiatura. La punteggiatura – secondo Merwin – è un elemento che appartiene più alla prosa e alle parola scritta che alla poesia.
Nel 1971 vinse il premio Pulitzer con l’opera The Carrier of Ladders, ma Merwin lo rifiutò per motivazioni legate al suo impegno civile. Il libro continua a mostrare la preoccupazione di Merwin per la situazione ecologica e rivolge grande attenzione al mondo non umano.
In quell’anno Merwin si recò alle Hawaii per studiare buddismo zen con il maestro Robert Aitken, che viveva ad Honolulu. Aitken tradusse e commentò parola per parola le poesie del grande lirico Basho nel libro A Zen wave (1978), la cui introduzione venne affidata a Merwin. Nel 1977 Merwin acquistò alle Hawaii un capanno fatiscente con annessi tre acri e mezzo di una vecchia piantagione di ananas posta sul lato nord dell’isola di Maui, in una località chiamata Haiku. In seguito allargò la proprietà a 19 acri. Seguendo un suo disegno, vi costruì una casa di legno – volta a ricreare una sorta di nuovo Walden nel Pacifico – e iniziò a realizzare un progetto di lunga durata: quello di piantare alberi di palma delle specie più danneggiate – circa 850, come egli ricordò nel 2010 – per un totale di circa 2700.
Quella di Merwin, tenendo conto degli alberi di palma, rappresenta una delle raccolte più ricche di biodiversità al mondo. Egli si ripromise di piantare ogni giorno almeno un albero per tutto il resto della sua vita, e a questo progetto diede coerenza e straordinaria continuità. Negli anni Ottanta Merwin si unisce alle proteste per salvare il “sacro suolo” dell’isola di Maui dall’avidità dei costruttori e dei politici locali. Resterà negli anni pubblicamente attivo per preservare l’eredità culturale hawaiana e l’ambiente naturale delle isole. Nel 1982 conosce a New York Paula Dunaway Schwartz, titolare di una casa editrice per ragazzi, che sposerà l’anno successivo.
Nel 2009 Merwin ottenne il suo secondo premio Pulitzer con la raccolta The Shadow of Sirius. Nel 2010 la coppia fondò la Merwin Conservancy, un’associazione non-profit con lo scopo di conservare nel tempo la loro casa, il giardino e la foresta di palme. Sempre in quell’anno fu nominato Poeta Laureato degli Stati Uniti, cioè consulente di poesia per la Library of Congress. Negli ultimi anni Merwin, colpito da una grave forma di maculopatia, era diventato cieco. Sua moglie Paula diventò la sua amanuense, registrava le nuove poesie che il marito le dettava. Il risultato finale è Garden Time, che costituisce l’ultima sua opera pubblicata nel 2016. Merwin è morto all’età di 91 anni il 15 marzo del 2019.

Fenomenologia della percezione
Ciò che struttura il terzo periodo della poesia di Merwin – dopo l’iniziale modernismo e la successiva poetica di gusto postmoderno – è la fenomenologia della percezione. Essa si dispone come un tentativo di riconnettersi alla vita dei sensi, attraverso una rinnovata e purificata, intensificata capacità percettiva del mondo.
Se c’è un momento a partire dal quale si sviluppa in Merwin questa nuova estetica ambientalista, esso si trova nella sua decisione di radicarsi, a partire dalla fine degli anni ‘70, nel villaggio di Haiku, sull’isola di Maui, arcipelago delle Hawaii. Qui ha la possibilità di toccare con mano cosa vuol dire degradazione di un ecosistema unico e autosufficiente”. Merwin arrivò a dire che “in qualche modo le Hawaii sono la capitale mondiale dell’estinzione”. C’è un grande rammarico in queste parole, perché le Hawaii potevano essere un paradiso tropicale: la temperatura annua permane costantemente entro un range che va dai 23,5° ai 32°, e i venti che soffiano da nord-est cancellano l’umidità che si accumula in eccesso. Le Hawaii sono una bioregione con una fisionomia precisa, il risultato di fenomeni vulcanici con le loro eruzioni e sollevazioni avvenute 70 milioni di anni fa. Molti degli insetti, degli uccelli e delle piante che vi si sono evoluti nel tempo, non si trovano in nessun’altra parte del pianeta.
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L’isola di Kaho’olawe
Merwin, nel suo rinnovato impegno ambientalista, ha fatto conoscere la tragica condizione di una piccola isola, Kaho’olawe, posta a circa 11 km a sud-est di Maui.
Quando molti gli chiesero perché si era trasferito alle Hawaii, Merwin disse che il centro del mondonon doveva più cercarsi in occidente, con il suo cuore a New York, poiché esso si era spostato ad Est, nell’oceano Pacifico e più esattamente nell’isola di Kaho’olawe. A partire dalla II Guerra Mondiale, dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbour e fino al 1990, quest’isola confiscata venne scelta dall’esercito USA per delle esercitazioni militari e trasformata in un poligono di bombardamento navale, nonostante fosse considerata dagli Hawaiani un suolo sacro, che custodiva numerose tombe e templi. Ne nacque un movimento di protesta, il Kaho’olawe Nine, e tra le nove anime coraggiose, come attivi sostenitori, c’erano George Helm e Kimo Mitchell. Scomparvero in mare nel 1977 nel tentativo di salvare alcuni membri del movimento, ma i loro corpi non furono mai ritrovati. Questo evento sfortunato suscitò una enorme emozione tra gli hawaiani, molte persone aprirono gli occhi e decisero di unirsi al movimento di protesta, che divenne sempre più forte, al punto di costringere il governo americano a dismettere nel 1990 le basi militari e ad andarsene.
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Vedere il mondo per la prima volta
La consapevolezza degli ecosistemi hawaiani, ormai gravemente degradati, si riflette nel cambiamento della poetica di Merwin. Il linguaggio si fa più sobrio e spoglio – come nelle raccolte The Rain in the Trees e The Shadow of Sirius – e va in cerca di una maggiore aderenza e prossimità alle cose della natura. Merwin è convinto che l’utilizzo eccessivo dei concetti astratti faccia sorgere una sorta di barriera invalicabile tra l’io poetico e il reale. La nominazione è necessaria, l’uomo non può farne a meno, tuttavia la dismisura concettuale – quell’astrazione del linguaggio così tanto presa di mira da Wendel Berry nel suo saggio Standing by words – ci può intrappolare finendo per allontanarci dalle apparenze sensibili, da quello che Julia Kristeva chiama chora semiotica.
Quando l’indifferenza informa tutto ciò che sta intorno a noi, i concetti ci chiudono a riccio nell’universo simbolico e si crede che la natura sia un prodotto della costruzione sociale. E se il linguaggio poetico non ci può dare integralmente il contatto preriflessivo con il reale – il momento di référance secondo la terminologia di Leonard Scigaj – tuttavia ha la facoltà ostensiva di indicarci il superamento dell’ordine simbolico affidandoci al corpo vivo che vibra all’unisono con il cosmo in una rinnovata capacità percettiva, in cui parte non minima è riservata alla capacità d’ascolto. In alcune poesie facenti parte della raccolta The Rain in the Trees, come Overpass e The strangers for the Horizon, questa rinnovata percezione viene annunciata con formule che si disseminano: “vedere il mondo per la prima volta”, “alla prima luce del mattino”, “la prima cosa del mattino”.
Sono portatrici di una freschezza che è solo dell’origine, e in qualche modo rimanda alla figura del poeta concepito come un novello Adamo, dove tutto il creato gli appare nuovo per destare stupore nel suo animo. Il mondo che si vede per la prima volta appartiene ad una realtà che viene prima del linguaggio, e chi vi si immerge avverte la natura autentica delle cose. Parrebbe la riformulazione del romanticismo, con il suo tornare alla sensazione originaria dell’oggetto, ad un sentimento che il lettore non riesce a cogliere per effetto della sua assuefazione al mondo di tutti i giorni.
Ma la poetica di Merwin complica il quadro di riferimento, perché le sue poesie brulicano di reciprocità. Le cose non si dispongono passivamente, ma sono in grado di percepirci, quando noi le palpiamo esse nello stesso tempo ci palpano, come accade quando stringiamo una nostra mano con l’altra mano. Alcune poesie di Merwin mettono in moto questa dialettica della percezione, in cui il corrente punto di vista viene rovesciato in modo inatteso, non annunciato. Nell’universo biocentrico, anche l’Altro, senza discriminazione biologica, percepisce il mondo e ne ha piena consapevolezza. Ne consegue che tra l’uomo e la molteplicità delle altre specie esiste una continuità sul piano della intenzionalità e la differenza è solo di grado, non ontologica. L’animale insomma non è riducibile ad una macchina guidata soltanto dal codice genetico. Nella poesia The New Season posta nella raccolta Opening the hand, il poeta si è destato nella notte, sente il rumore dei topi muoversi nella boscaglia, ma anche i vermi sono desti, i coleotteri consapevoli di mangiare e perfino le foglie sono deste e ascoltano i rumori della notte.
Altrove il soggetto si presta circolarmente a diventare oggetto e viceversa, in un’ottica fluida e rovesciata che non consente fissità alcuna dei ruoli. La grammatica con le sue rigide determinazioni ne viene sovvertita, contestata la sintassi sedimentata. In West Wall, poesia che fa parte della raccolta The Trees in the Rain, il poeta finalmente comprende che il sole è il corpo stesso delle albicocche, e che il bacio in bocca alla donna gli dona il sapore della luce, ed in questo rovesciamento è il dolce frutto a far giungere a maturazione l’aria e a identificarsi nella pelle della donna. Merwin immagina che nelle albicocche confluiscano nel contempo la luce, l’aria, il giorno, una pluralità di elementi cosmici. Il frutto si sottrae così all’isolamento, e la vasta relazione di contiguità permette di percepirlo nella sua vera identità, nelle sue molteplici determinazioni.

Il senso del tragico
Fin dalla pubblicazione di The Lice (1967) si è notato la presenza di un’ombra oscura nella produzione poetica di Merwin, che si proietta a volte anche nelle raccolte successive: una tragica visione del mondo in cui l’uomo è implicato nella distruzione dell’ambiente, responsabile dell’estinzione di molte specie. C’è in Merwin radicato il senso dell’Apocalisse, come qualcosa di incombente e quasi inevitabile e che accelera man mano che trascorre il tempo. In questa sua percezione della storia v’è qualcosa di terribile e nello stesso tempo di profetico. Basti pensare ai tre miliardi di animali periti nel 2020 negli incendi d’Australia. La sua grandezza sta non solo nell’aver saputo anticipare il tragico che oggi si vive sulla pelle ma anche nella concreta e apparentemente semplice risposta che vi ha dato: la volontà di piantare ogni giorno della sua vita un albero di palma.
Il progetto del grande botanico italiano Stefano Mancuso: piantare miliardi di alberi per salvare il mondo, sembra ricalcare quello di Merwin. Il poeta di Maui si è dunque offerto agli altri come modello di impegno civile, colui che pur privo di speranza nondimeno continua a vivere e a resistere con la forza di cui è capace. Sotto questo punto di vista la vita quotidiana si configura come un prolungamento della sua poesia: anche il piantatore d’alberi è un poeta, ogni nuova pianta un canto in difesa della lingua. E questo non fa che rendere più potente e credibile la personalità poetica di Merwin, che finisce per trarre nuova linfa e forza dalle radici che lui stesso vuole sottrarre alla distruzione.
Il componimento più noto e antologizzato di Merwin in cui compare il senso del tragico è sicuramente For a coming extinction, poesia contenuta in The Lice. Prossima all’estinzione causata dall’uomo è la balena grigia, e a lei si rivolge la voce poetica. Nel momento in cui si estinguerà dovrà parlare a Dio e dirgli che l’uomo non è stato creato negli stessi giorni degli altri animali. L’uomo in questo senso sarebbe portatore di una diversità che lo rende altro rispetto alla natura, un ente superiore. Sembra serpeggiare un’amara ironia in questi versi. Ricorrendo all’antifrasi, Merwin vuole riscrivere il mito della Genesi, accentuarne l’antropocentrismo per arrivare a sconvolgere il Creatore. La balena grigia infine si ritroverà in un giardino nero insieme ad altre specie già estinte. Avrà ancora il tempo di predire la fine inevitabile dell’uomo. Per Merwin tutto ciò che l’uomo fa alle altre specie gli ritorna prima o poi indietro, l’uomo è connesso con la grande rete della vita, tutto risulta intrecciato.
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Sul linguaggio
Il poeta di Maui è convinto che esista un forte legame tra la perdita delle specie e la perdita della capacità espressiva del linguaggio contemporaneo. Distruggendo le cose e gli esseri si cancellano inevitabilmente le parole che esprimono quelle forme; destinati alla scomparsa sono soprattutto i linguaggi ancestrali, mentre quelli correnti subiscono quella condizione che Rimbaud aveva delineato con il suo Je ne sais plus parler. Se la vita in generale si impoverisce e le estinzioni avanzano, anche le parole si impoveriscono, si spogliano, si riducono di numero. Se si abbattono gli alberi si abbattono di conseguenza le parole, anche loro cadono a terra e muoiono, non c’è scampo in questa amara corrispondenza. Vediamo chiaramente cosa accade alle giovani generazioni nel mondo. Attingono mediamente a poche migliaia di parole per esprimersi ed è un fenomeno che non si restringe a loro.
Witness sviluppa una poetica importante nell’economia complessiva di The Rain in the Trees. Il poeta vorrebbe far conoscere al lettore com’erano effettivamente le foreste un tempo, tuttavia ne è impossibilitato perché non possiede il linguaggio ancestrale degli hawaiani, l’unico in grado di farlo, tanto più che negli anni è stato dimenticato, sostituito dall’inglese, la lingua degli stranieri conquistatori. Anche il finale di Chords si ricollega a questo tema: “e arrivò un’età in cui tutto era spiegato in un’altra lingua”, ma la composizione presenta una struttura insolita, un intreccio apparentemente comparativo che si ripete ad ogni verso tra l’attività spirituale/poetica del poeta londinese John Keats e l’attività distruttiva dei boscaioli al soldo dei dominatori occidentali. La messa a confronto in realtà non mette in luce analogie e somiglianze ma solo opposizioni radicali, ed è inevitabile per piani così diversi e incomunicabili. La poesia – nella vocazione di Merwin – produce effetti esattamente contrari. Chords ci dà il senso della tragica continuità, perché nel tempo contemporaneo continua implacabile l’abbattimento degli alberi e lo sfruttamento delle risorse naturali non ha fine, e ora al posto di John Keats il lettore potrebbe sostituirvi la figura di Merwin, con un di più di consapevolezza e premonizione.
In After the Alphabets Merwin si spinge ad immaginare un contesto in cui si è verificata l’estinzione degli umani e conseguentemente la morte del linguaggio. Se i poeti di questo tempo post-umano saranno gli insetti, al poeta non resta che applicarsi nella decifrazione del loro linguaggio, così tanto diverso dal nostro per modi e contenuto.
Altro genere di linguaggio è quello che troviamo In Utterance: il poeta seduto, in attesa di parole da scrivere, ode giungergli dei sussurrati bisbigli come fossero “l’eco di tutto ciò che non è mai stato detto”, un’unica sillaba che si prolunga tra terra e silenzio, forse ad evocare la sacra potenza dell’Om, una eco che include, come afferma Aaron M. Moe, il linguaggio degli insetti, il canto degli uccelli, lo sciame delle farfalle, il canto delle balene in estinzione.
La poesia riscopre la lingua delle origini, l’espressione primigenia, nel momento in cui è in corso l’estinzione biologica e linguistica. Quell’unica sillaba pare fecondante, una cellula viva in grado di produrre vita, generare forme, all’interno di un processo che è antitetico a quello dell’estinzione.

Una poesia errante
The Vixen pubblicato nel 1996 è un libro dedicato agli anni di permanenza di Merwin in Francia prima del radicamento alle Hawaii. Sempre alla ricerca di un posto in cui ritrovarsi, Merwin credeva di essersi imbattuto finalmente nel luogo giusto per trascorrere il resto della sua vita, ne amava il paesaggio tanto più che miracolosamente recava tracce e profumi dell’antica poesia trobadorica, da lui amatissima. Siamo lontani dal senso di oppressione, dall’angoscia che The Lice comunicava quando descriveva spazi e luoghi.
Molti componimenti di The Vixen ritraggono posti ancora incontaminati, resi mentre il dicente si muove, cammina, girovaga. In questa poesia errante si sente risuonare l’eco del grande modello dantesco, che già Dino Campana (amante della vita nomade) aveva definito “poesia di movimento”. È probabile che l’archetipo dantesco agisca in The Vixen alla luce del grande interesse dimostrato da Merwin nei confronti del “sommo poeta”, confermato dal lavoro di traduzione del Purgatorio. In quest’opera Merwin pare in alcuni passi riallacciarsi alle convinzioni del poeta contadino Wendel Berry riguardo la terra e l’uso dei trattori. Proprio a Lacan assistette all’azione certe volte distruttiva dei trattori meccanici, perché l’aratro che essi trascinano trancia le radici degli alberi di noce senza che nessuno se ne accorga; per Merwin è preferibile l’aratro trascinato dai cavalli, perché se incappa in un ostacolo, il conducente è obbligato a fermarsi, e le radici della pianta restano intatte.
La forma della raccolta si affida a versi lunghi, distribuiti in coppie indentate, quasi a voler suggerire iconicamente il transito dei passi. L’indentatura è in grado di generare energia, flusso vitale, qui declinati necessariamente nel modo binario.
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Non avere paura
Nel 2009 Merwin pubblica il suo ultimo lavoro importante, The Shadow of Sirius. Ad aprire la raccolta una poesia che è un manifesto della sua poetica: The Nomad Flute. Niente vieta di sospettare che il flauto sia per Merwin simbolo della poesia, della cui insorgenza nulla sappiamo. La poesia è quella musica che si può soltanto ascoltare nel suo erompere dall’ignoto, da ciò che non sappiamo, dall’ombra, dopo che la luce di Sirio – la stella più luminosa – svanisce dai nostri occhi. Il pensiero dovrà perdersi, scompattarsi nell’ascolto e quando si arresterà sarà una sola cosa con il vasto vuoto, con il mistero dell’universo.
Nel libro del 2009 un’altra poesia accende il nostro interesse: The Mole (La Talpa). Per il fatto che noi non la vediamo se non dall’esterno, attraverso tracce e segni che lascia sulla terra – il grande “palinsesto” afferma Gary Snyder – essa ci suggerisce che la vita è molto più ricca, intensa, diffusa rispetto a quanto di solito supponiamo. Occorre superare il limite dell’esterno che ci confina in uno spazio molto più ristretto se messo a confronto con la vastità e diffusione della vita. Ritorna il grande tema della necessità di una nuova percezione per avvertire la pervasiva risonanza vitale, che richiede altra attenzione, altro tipo d’occhi ed orecchi.
Un tema rilevante affrontato in questa raccolta è quello dell’assenza dell’angoscia di fronte alla morte. Nell’intervista a Terry Gross Merwin afferma di aver ereditato dai suoi genitori il dono di non avere alcuna paura di morire. I suoi genitori sono morti senza alcuna espressione di ansia o di paura o di aggrapparsi a qualcosa. Anche il suo cane Muku, un chow nero che all’età di 8 anni è diventato cieco, ha da insegnargli molto. In quel tempo Merwin stava perdendo la vista per una malattia, ed egli pensava sempre più spesso al modo in cui “Muku aveva affrontato assolutamente tutto senza paura, senza panico, senza niente del genere”, e lo considerava una delle grandi esperienze guida della sua vita. Non per nulla la seconda sezione del libro è dedicata alla memoria di Muku, Makana e Koa, i cani tanto amati nel corso della sua vita.
Loris Canalia