17 Settembre 2026

“Se il tuo amore è pioggia”. Sherko Bekas: storia di un manoscritto ritrovato

Ci sono eventi, occasioni e circostanze, volute dal caso e guidate dall’istinto, così incredibili che devono essere raccontati. Onestamente mi chiedo: un ciclostilato ingiallito, un’immagine casereccia che alla prima occhiata sembra una coppa di gelato con una guarnizione di frutta ed un nome (a me) sconosciuto: come han fatto ad incuriosirmi, in mezzo a libri ben più attraenti sulla bancarella del Francese? 

Contratto per una bella edizione Guanda di poesie spagnole e un romanzo di Bassani. “E del ciclostilato quanto mi fai?” Omaggio del Francese, dopotutto sono una buona ed assidua cliente. 

Leggo.

LUME

In quella notte
Dentro il passo di montagna
Tutte le luci erano spente.
Solo una era accesa,
quella del poeta
sveglio,
accanto alla ferita di una poesia
sveglia come lui

 Brividi.

Mi siedo in un bar per leggermi con calma le brevi note biografiche di Sherko Bekas in seconda pagina.

Nasce nel 1940 a Sulaimania, nel Kurdistan iracheno, il padre, anch’egli poeta e patriota curdo, muore nel ʼ48, segnando l’infanzia di Sherko col dolore e l’estrema povertà. Intorno ai vent’anni pubblica le sue prime poesie; i suoi temi, l’amore per la sua terra, per il suo popolo e per la libertà gli valgono un mandato di cattura da parte del regime iracheno, per sfuggire al quale si unisce ai partigiani che combattono per l’indipendenza del Kurdistan.

Dalle montagne continua a scrivere e a lavorare, in clandestinità: poesia, critica letteraria e, soprattutto informazione. Condannato al confino per tre anni nel sud del paese, riesce a far arrivare clandestinamente i suoi versi al popolo oppresso e ai partigiani: è samizdat, come per Pasternak, Brodskij, Salamov, Achmatova: versi come linfa vitale più forte dei lacci che la vorrebbero disseccare, veri e propri fiumi carsici che sanno trovare da sé strade sotterranee ed uscire alla luce.

Sherko deve lasciare la sua terra, siamo nel 1987 e la sua vita è in pericolo, fugge in Svezia attraverso la Siria, facendo una breve sosta in Italia, prima a Firenze e poi a Torino. La tappa torinese è imprevista e improvvisa, e il poeta viene invitato a una serata di poesia già organizzata per un poeta locale.

Così scrive di quella sera Laura Schrader, giornalista e saggista italiana che ha dedicato gran parte della sua carriera a documentare la questione e la resistenza del popolo curdo: 

“Da un giorno all’altro avevamo preparato un mucchietto di fascicoli con 16 poesie tradotte in italiano e destinate ad essere lette da un attore e offerte al pubblico. I presenti sono emozionati dalla lettura dell’attore. Ma rimangono affascinati quando, inaspettatamente, Sherko le recita in kurdo. Per il suono della sua voce, la forza della sua interpretazione, la forza del suo personale magnetismo, gli ascoltatori sono in delirio. Terminato l’ultimo verso si alzano e corrono verso Sherko tendendogli il libretto”([1])

E uno di quei libretti, autografati, è qui tra le mie mani, dono del Francese, del mio istinto e del caso, prova tangibile e inconfutabile che la poesia è inarrestabile, e proprio per questo eterna.

Sedici poesie come pane spezzato, da condividere.

Daniela Bianco

Lui è Sherko Bekas

**

Dialoghi

Ho posato l’orecchio sopra il cuore
della terra: diceva dell’amore 
che porta, la terra, alla pioggia.
L’ho posato sul cuore che fluisce
dall’acqua: è la fonte, diceva, 
l’amore mio, la sorgente.
L’ho posato sull’albero: parlava
Del suo fitto fogliame, amore suo.
Però quando ho accostato 
il mio orecchio all’amore
stesso, che non ha nome,
era di libertà 
che parlava l’amore.

*

Neve di quattro stagioni

Poveri “montanari”, 
il vostro amore è una neve…
una neve di quattro stagioni…
Nevica e m’imbianca il verso…
Come posso lasciare che cada 
nel male, e che s’imbronci 
il nostro cielo con me?
E come può ingrigire la polvere nera della rabbia
il suo candore bianco?
Abbassare la fronte 
per rispetto all’HALGURT dei vostri cuori?
Non c’è vita in me, se non esplode il tempo
di quella vostra neve, ma non voglio
se non in quella neve
morire

*

Paragoni

È venuta la storia e ha misurato
la sua statura con quella
delle tue pene: due o tre dita meno
è cresciuta, sì, la storia….
E quando il mare ha voluto
misurare con le tue le sue profonde ferite,
ecco, ha gridato il mare
al soccorso, ché in te
faceva il mare naufragio

*

La neve

Ero bambino
e il tuo amore era 
come una pallina di neve
piccola come quella del ping pong
e sono passati giorni
e ora guardo
più scendono gli anni
la pallina di neve rotola
e scende
e s’ingrandisce
e verrà il giorno,
mio triste paese,
in cui il mio cuore non sopporterà il peso
di una montagna di neve,
e tranquillamente so
che sarò ucciso con la mano
del tuo immenso amore,
patria mia

*

La mia infanzia

Mi ricordo
a distesa d’occhio
neve e neve
tutto
bianco, bianco
tranne il vestito nero di mia madre:
quella era la mia infanzia.

*

Contare

Se puoi contare 
Le foglie di quei giardini
Se puoi contare
Tutti i pesci grandi e piccoli
In quel fiume che scorre davanti a te
E se puoi contare 
Tutti gli uccelli nel tempo delle migrazioni
Dal Nord al Sud
E dal Sud al Nord
Allora ti prometto che io conterò
I martiri del mio paese Kurdistan 

*

Il grido

Quando è venuta l’alba
quando è venuta la prima luce
e ha toccato le spalle delle vette
per svegliarle
allora era già ritornato dalla vetta
l’uccello della poesia
e continuava
a cantare sulla neve della carta
sul mio tavolo

*

La morte

Quando muore una foglia 
muore una delle mie lettere,
quando muore una sorgente 
muore una mia parola, quando muore un giardino
muore parte dei miei scritti.
Ma quando tu, ragazzina
di dieci anni 
sei caduta
morta
sono morte 
dieci e dieci delle mie poesie

*

L’Eufrate

Spesso viene l’Eufrate
tossendo
e si siede accanto a me
toccando le onde della sua barba con la mano
dicendo:
delle poesie
quello che rimane fino alla fine
è la mia acqua
e le poesie 
che non dimenticano i poveri.

*

L’amore

Se il tuo amore è pioggia
io sono fermo, sotto:
se il tuo amore è fuoco
io sono caduto sulla fiamma,
amore di Kurdistan.
Le mie poesie dicono
finché la pioggia e il fuoco esisteranno
NIENTE MORTE, VIVRO’.

*

Speranza

Alla fine della notte
tutte le notti 
mormoro alla mia penna:
se il lume della mia poesia
non si accende
che con il sangue di un nuovo martire,
allora
che siano paralizzate le mie mani,
che diventi cieco
perché la gente possa vivere
ed io morire.

*

La cavalletta

Una cavalletta si è arrampicata
sulla spalla di una nuvola di fumo
e ha scritto sulla faccia della notte:
vietato alla pioggia passare
da ora in poi.
Allora le nuvole si sono alzate sulle vette più alte
e hanno scritto
la loro risposta 
sul cielo del mattino
con i lampi
e i torrenti

*

In un bosco

Scese l’oscurità
E il leone pensò
Come assalire il giorno dopo la tigre vicina
Mentre la tigre 
Pensava come fare
Per uccidere una volpe e scuoiarla il giorno dopo
E la volpe pensò 
Come arrivare al nido
Sul muro
Per mangiare i piccoli dei piccioni
Mentre la stupidità
Pensava
Come poter
Fare la pace tra i cacciatori
Gli uccelli
E tutti gli animali del bosco.
Come potrà?

*

La Vita

Quella cella dove
Hanno ucciso la luna
È stata invasa dal sole
E quel fiume che ha inghiottito il ruscello
È stato ricoperto dal mare

*

Pianto

Perché piange quella foresta?
Forse ha perso un altro albero giovane
Forse l’alluvione della scorsa notte
Ha rapito una giovane betulla.
Forse ha saputo
Dell’uccisione di uno stormo
Di uccelli?
No… non per questo
Perché sa
Che da domani sarà sola
Quando il suo villaggio
Da mille e mille anni amato
Sarà deportato dalle vette dei monti
Verso valle

Sherko Bekas

*In copertina: Jean-Léon Gérôme, Marche au désert, 1870


[1] Il testo integrale di Laura Schrader è reperibile qui:  https://www.panoramakurdo.it/2024/08/10/un-ricordo-di-sherko-bekas-poeta-curdo/

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