Contro il controllo del pensiero. William Burroughs, o della poesia
Politica culturale
In sostanza, James Agee disseminò la propria opera con dissennatezza – come si sbriciola il pane per la truppa delle bestie da pollaio. La connaturata inquietudine – l’idea di essere perennemente in fuga, sotto assedio di un dio lupo – si legava a tre nodi a un’insana indifferenza verso i propri lavori. Insuperabile, insuperbito da una specie di morboso desiderio di distruggersi, James Agee, forse – bello, taurino, imbestiato dal bere –, sapeva di essere postumo, piantumato dall’addio. Sapeva che il suo talento era quello della cometa di Halley, a folgorare nella memoria dei venturi – è, di fatto, il James Dean della letteratura statunitense.
Per questo, lasciò tutto in forma di lascito, tragicamente incompiuto. Il libro che lo avrebbe reso leggenda, Let Us Now Praise Famous Men (1941), vendette qualche centinaio di copie, sfrattato quasi subito dal mercato editoriale; il film più bello che ha scritto, La morte corre sul fiume, con indimenticabile Robert Mitchum, uscì nell’anno in cui lo scrittore muore, d’infarto, a New York, in taxi, era il 1955 – sostanzialmente, si rivelò un fiasco. Con The Morning Watch, strepitoso romanzo breve d’iniziazione ai misteri della vita adulta, fu finalista, nel ’52, al National Book Awards: gli preferirono il più spendibile From Here to Eternity di James Jones; in lizza spiccavano Truman Capote (The Grass Harp) e William Faulkner (Requiem for a Nun). Altri tempi. Il Pulitzer gli arrivò da morto, per A Death in the Family, come una specie di risarcimento.
Scrittore dal talento conturbante e ferino, prossimo a Hawthorne e ai poeti-pastori del Seicento inglese, Agee fu vilmente frainteso come un profeta dei “Beat”. Pochi sanno che iniziò come poeta. A differenza di tutti gli altri romanzieri prestati per sfizio alla poesia (specie di sollucchero verbale: intendo, Hemingway, Faulkner, Joyce e compagnia flottante), James Agee aveva del genio. Educato ad Harvard, tre matrimoni in teca e quattro figli (per non farsi mancare il delirio da uomo braccato), Agee pubblica il primo – e unico – libro in versi nel 1934, Permit Me Voyage. Compiva 25 anni, il libro uscì nella prestigiosissima “Yale Series of Younger Poets” – guidata, negli anni, da W.H. Auden e Louise Glück, per dire; dove hanno esordito, tra gli altri, Adrienne Rich, John Ashbery e Robert Hass – con una generosa nota di Archibald MacLeish. Nella Dedication – che reca lo stigma di uno stile rintracciabile nei suoi libri più noti – Agee scrive di aver scritto quel libro in onore a
“coloro che in ogni tempo hanno cercato la verità e l’hanno testimoniata, nell’arte o nella vita, e morirono in onore; e principalmente questi: Cristo, Dante, Mozart, Shakespeare, Bach, Omero, Beethoven, Keats, Cézanne, Gluck, Schubert, Lawrence, Van Gogh, e un ignoto scultore cinese, per la sua testa di un dio…”
Con omnitonante impeto, Agee si rivolge a
“coloro che nel corso della vita furono avversati dalle circostanze e svantaggiati; coloro che morirono in un muto desiderio di verità e non conobbero né verità né bellezza né molta felicità che non fosse la bontà della sopportazione; coloro che in ogni tempo hanno lavorato la terra e amministrato il loro tempo cecamente, pazienti nel sole; e tutti i morti nelle loro generazioni… a coloro che indovinano in ogni uomo, dal concepimento in avanti, com’egli sia degno fra le creature create, come in lui tutto il male e il bene del mondo s’incontrino nel respiro di Dio: e come in quell’istante gli sia data una mente per conoscere e, sia pur egli tutti un meccanismo, la libertà nella sua condotta dinanzi al suo creatore”.
Nel gergo di Agee l’ansia catalogante di Walt Whitman si mesce al lignaggio dei Metafisici, il fango biblico al tono trascendentalista, Robinson Jeffers e “Charlot” prendono il tè nella stessa stiva.
Per lo più ignorati in Italia, i poems of James Agee sono stati raccolti nel 1968 da Robert Fitzgerald; quest’anno, per la University of Tennessee Press, Michel A. Lofaro ha curato Complete Poetry of James Agee. Quasi ovvia la quarta: “Sebbene sia noto soprattutto come romanziere, giornalista e critico cinematografico… James Agee è stato soprattutto poeta, per altro, riconosciuto”. Al primo volume in versi, non ne seguirono altri: Agee è autore di ‘opere prime’, d’inesorabile eloquenza. Il resto: prove, porzioni di poemi, parole-palafitte, piccoli Graal poetici tenuti nel cassetto. Forse è in questo l’enigma del poeta: il continuo sottrarsi, e morire nudi, lasciando che altri – semmai – scoprano il nostro segreto, parola che oscuramente continua a vivere nel fiammante sussurrio.

In un antico studio – recluso nella raccolta Novecento americano, edita da Lucarini nel 1983, sotto la supervisione di Elémire Zolla –, Massimo Bacigalupo registra in sintesi – tutto d’un fiato – l’estro di Agee:
“La disperazione e la dissipazione che ne segnarono i quarantacinque anni di vita, l’indifferenza per la sorte dei propri manoscritti e lavori, la trascuratezza nel vestire e la contestazione del Potere, l’antintellettualismo e il culto del bambino e dell’animale, la decostruzione delle forme letterarie tradizionali in un magma lirico-autobiografico, la passione per l’immagine fotografica e cinematografica, la venerazione di Harold Lloyd, Buster Keaton e Charlie Chaplin, di Blake, Beethoven e della musica negra: tutto ciò parrebbe fare di James Rufus Agee un precursore della controcultura degli anni Sessanta e ha contribuito a crearne la leggenda, ma basta ricordare la risentita e inesausta sensibilità morale di stampo nettamente puritano, le mirabili doti espressive, la fisionomia di professionista dello scrivere, il sospetto profondo – anch’esso puritano – per ciò che è phony, per il mero atteggiarsi sentimentale e artistico, a districarne la figura dalla moda culturale ‘permissiva’ e scorgere l’aria di famiglia che lo lega, come un fratello minore, a Emerson e Thoreau, a Melville e Howthorne, a Whitman e Dickinson”.
Poesia che alterna spiazzanti ingenuità a intelletto a frotte, il culto della concretezza ai misteri celesti. Dio è acquattato ovunque, in questi versi di tenace stupefazione: ma il cuore del poeta, integro, va sorseggiato in piedi, di notte, tra umani in esodo, sotto stelle belle come frecce.
***
L’Ombra
Da fardello a falce, la luna cresce
diventa una mostruosa lacrima
ingrassa durante la notte
colossale sfera ubriaca:
rotondità in disastro
saluta, folle, il destino che la attende:
la falce si riduce a lembo, il lembo
si scioglie grato nell’oscurità.
Così, l’Ombra si placa,
ci inganna con un lento consenso:
tornerà ancora, a tempo debito,
per distruggere ciò che deve bruciare.
*
Sicuro, nella splendente notte
Sicuro, nella splendente notte
il genio della generosità veglia su di me
in questa parte della terra.
L’ultimo anno è in fasce, a Nord.
Tutto è salvo, tutto è giusto.
I cuori sono integri.
Sicuro, nella splendente notte
piango per la meraviglia che vaga
lontana, tra ombre stellate.
*
Sulla parola Regno
In quel regno è assente il pianto.
Nessuno dubita, perché nessuno mente.
Nessun figlio teme la madre
il fratello non invidia il fratello.
Le famiglie sono come alberi:
è primavera e primizia, bramiti
di api tra fiori nubiformi; ogni
angelo divora un’anima.
Si sorride di continuo perché
il cuore non conosce inganno.
Là, imperturbati, gli uomini salutano
la morte come un vecchio amico.

*
Sulla parola Dormiente
Perfetti, nel sonno, guardali, non crederesti
che possano farti del male. Quella mano che si muove,
quella gamba, possono stringerti, amare, varcare il corpo
nemico docili come una moglie.
Ma Dio deve soffrire
vegliando sulle ombre della terra
vegliando come una candela sull’incalcolabile perdita
nella notte navata in cui ciascuno vive:
chi geme, chi sorride, chi bisbiglia; trafitto
dal corno, si assembla in alto, rinasce,
coronato da destrezza e coraggio – quando
è sveglio opera perché lo mettano a morte.
*
L’incontro
I corni della resurrezione
sfere, mondi, teschi che giubilano nell’inno
perfetti, l’anima e il corpo
conchiusi tra il vivente cielo e la terra mortale.
Ah, fedele al nostro appuntamento
a me ti unisci perché insieme possiamo
ascendere all’amore eterno…
ma dimmi: cosa rattrista i tuoi occhi?
“Tu, che tanto mi hai amato,
a lungo hai atteso un nuovo amore:
ora, davanti al Dio che arde
quell’amore è nube, brucia nella più chiara aria”.
“Non essere triste, dimenticami
come ora ti dimentico, perduto in Dio:
non ho saputo districare dal bianco
baratro della morte la tenue febbre d’amore!”
*
Parabola delle porte (o del loro erigersi)
Esistere è la cronaca di molte porte:
l’uomo può varcarle tutte – non deve
interrogare né implorare: con insensata
facilità gli è permesso l’accesso.
Benché gli uomini siano miriadi, la porta si apre
ed essi sciamano, tenui, senza curarsi del perché,
iniziati a quei misteri negati soltanto a chi
incessantemente li tenta: reclutatemi tra quelli.
Vorrei esporre le verità inalterabili
sconciandole in rigorose armonie che nessuna
intelligenza ha mai cantato. So che il vero si fonda
su assi e assiomi: ma la mia esagerata mente ha rotto
tutti i cardini. È andata così: la brutale mente
ha preso a spallate il cardine perché lì era
il vero. Non cedo e non mi lamento ma affogo,
sbatto e una disperazione mi affina.
Ho serrato le porte dell’amore per sempre,
ogni bellezza è disastrata in me,
Dio è inchiodato al cervello, ma ora
vedo una porta la cui portata spaura gli altri.
Questa porta è la morte: sebbene abbia
architettato lì il mio capolavoro, la più astuta
opera, quegli oscuri cardini che nessuna congiura
può aggiogare mi faranno cadere in un cielo senza ante.
*
Il poema dei poeti
Le crude, feconde stagioni passano
ciascuna con il proprio inestimabile fardello:
amore con la sua peculiare felicità, assenza d’amore
con quell’appropriato gracchiare; bellezza ha la sua figura, assennata
sapienza reca il proprio soffrire: la mente ha estrose decorazioni
e fa appassire i guardoni della grazia; esangue, arida
e senza gioia, sussurra enigmi mortali all’erba screziata
e morente – la sua verde ora è stata breve, ma presto
l’intelletto tornerà spensierato, presto l’autunnale stallo
non sarà altro che il luminoso memoriale della pioggia.
Stordita è l’intelligenza, lingua priva di verbo
inabile a raccattare il più infimo pensiero
sottomessa al terribile istante del sommo annuncio
sottomessa a fuoco celeste che acceca
a rendere riconoscente onore a Colui che opera nel fuoco
con frasi blindate nell’oro e ingannevoli lamenti.
Cantiamo al cielo che tardivo si oscura e non ci ode,
Che presto saranno obbligati alla terra e all’umiltà
che sfama la quercia di orgoglio e brucia il papavero di desiderio.
Passano le stagioni, sterzano verso le altezze
ancora una volta la mente si libra nel vivo fuoco
ancora quelle foglie verdi e sante con cui modelliamo,
come fossero fiori di campo, la nostra aureola ghirlanda
di orgoglio, artificio, disperazione:
per incoronare la mente di ambizione
e recidere Dio dai desideri terreni,
per distruggere la verità con la bellezza
e impennare il tormentato amore nella sacra prostituzione:
Ancora e ora e sempre è il rito a cui ci immoliamo
di cui godiamo, per dannare altri poeti di tale semi-cieco potere.
James Agee