22 Ottobre 2024

“Invano ho scritto incantesimi…”. Poesia coreana: Hŏ Nansŏrhŏn, la donna-fenice

Aveva una casa sul fiume: da qui, forse, quella poesia ormeggiata alla malinconia, un destino da fuga interrotta. La dama alla finestra osserva il precipizio delle stagioni, l’acqua che muta come fosse albero e foglia. Il brulichio dei barcaioli – l’epica gracchiante degli uccelli di fonte. Una dedizione eraclitea al divenire, alla cosa che parola troppo accesa infiamma, corrode.

All’acqua e al fuoco è legata la vita di Hŏ Nansŏrhŏn, nata nel 1563 a Gangneung, da illustre famiglia di burocrati. Il padre – studioso, di credo confuciano – l’ebbe dal secondo matrimonio; furono i fratelli a intuire il suo talento, prodigioso. A otto anni compose il primo poema, per precocità fu detta immortale. Folgorante il genio nell’introdursi tra i meandri della letteratura cinese: nonostante fosse una donna, le fu permesso lo studio, di dominare i cinque classici di Confucio.

Figura d’acqua il suo corpo: di limpida compostezza, capace di filtrare in ogni enigma; di cristallina bellezza la dicono – qualcuno tentò di dipingerla, ma il volto (così accade nell’estremo Oriente) sfugge a ogni tenzone d’unghia, al lavacro d’indagine lombrosiana. Divenne, per un po’, leggenda: alle antiche odi sostituì lo studio della poesia d’epoca T’ang, piena di fiumi, monti, rancori. I fratelli, nel viavai dei disordini, subirono l’esilio; priva della loro protezione, Hŏ Nansŏrhŏn fu data in moglie a un alto funzionario. Finita l’era della grazia e dei circoli letterari, degli studi al calor bianco, cominciò quella della meditazione, della malinconia, dell’ira sotto la coltre di una nivea indifferenza.

Le grandi poesie di Hŏ Nansŏrhŏn risalgono a quel periodo: distaccandosi dalla compassata misura della forma cinese canonica, hanno l’urgenza dello strazio, una ferocia – come scrive lei – da fenice che invecchia. Naturalmente, fu capita da pochi – in poco conto era ritenuta la poesia intimista, dal corpo in roveto, rovinato di fiamme, di una donna. Naturalmente, il matrimonio fu fecondo di infelicità: i continui tradimenti del marito, la solitudine, la casa sul fiume. Sembra potersi contenere in una brocca, la silhouette di Hŏ Nansŏrhŏn – possiamo berne. Diverse poesie sono destinate ai fratelli; alle amiche questa giovane donna si rivolge come se avesse già vissuto tutto. A dolore si somma dolore, insopportabile. I due figli, un maschio e una femmina, morirono entrambi, poco dopo la nascita. Superba nel soffrire è la poesia che la madre dedica loro: la immaginiamo che vaga intorno alle tombe dei piccoli, bruciando cartigli su cui sono segnate preghiere, invocazioni, incantesimi, mentre evoca il loro corpo spirituale. Giocheranno ancora insieme nell’aldilà? Ma il tumulo non risponde, ed è la madre, ora, che grida: la grande poetessa non è stata capace di forgiare la parola che sana e quella che salva. La poesia, in scacco al cospetto della morte, pare inutile, paga del proprio nulla. Il fiume, poco oltre il camposanto, sibila: sciabordio che sa di serpe.

Più che negli scritti di Han Kang – che forse da questo antico poetare ha imparato la postura di ghiaccio, una lingua assertiva, che in apparenza nasconde il cuore per poi mostrarlo, all’ultimo verso, esanime, esaurito – la vita di Hŏ Nansŏrhŏn trova qualche risonanza nel bel film di Im Kwon-taek, Ebbro di donne e di pittura (2002), che narra la storia dell’estroso pittore coreano Jang Seung-eop. Donna di incomparabile pudore – ovvero: di spudoratezza artistica – ha messo in versi l’abbandono e l’abiura di sé.

Quando morì il fratello che l’aveva allevata, questa donna-fiume si fece di pietra. Pare sia morta per scelta, all’età di ventisette anni. Il fiume si riempì di fiori, ornamenti al caro defunto; l’oca selvatica gridava – il primo scalino dell’autunno. Lei, tuttavia, aveva optato per il fuoco. Hŏ Nansŏrhŏn scelse di bruciare un numero consistente di versi; altri furono inceneriti dai parenti superstiti. Alcune poesie, tuttavia, continuarono a passare di bocca in bocca, come torce. Al 1913 data la prima raccolta ragionata delle duecento poesie di Hŏ Nansŏrhŏn che sono scampate al fuoco; nel 2003 per la Cornell University Press, a cura di Yang Hi Choe-Wall, esce come Vision of a Phoenix, il canzoniere “di uno dei più importanti poeti coreani di ogni tempo, che ha operato nell’età aurea della poesia sino-coreana”.

Come la fenice, Hŏ Nansŏrhŏn fu uno scintillio, uno specchio, poi opera di cenere. Amava che le poesie avessero un suono d’acqua – dicono che alla sua morte il fiume, per rispetto, preferì ritrarsi, lasciando in secca, per tre giorni, le barche, grevi i porti, pari a sacerdotali corvi.

***

Hagok, mio fratello

La candela brucia, sembra argento
accanto alla finestra buia.
Le lucciole sbandano presso il padiglione.
Notte infinita, sono in ansia e ho freddo.
Cadono tumide le foglie in autunno.
Dalla frontiera settentrionale le notizie
sono scarse: un’inquietudine mi trafigge.
Penso al Palazzo del Verde Loto: la montagna
è deserta, ma tra gli arbusti si intravede il lume della luna.

*

A un’amica

La mia casa è costruita su un’antica
via: da lì, ogni giorno, ammiro il fiume.
Allo specchio, anche la fenice invecchia
e la farfalla annuncia l’autunno alle aiuole.
La prima oca selvatica plana sulla gelida riva;
una barca ormeggia, buca la coltre di pioggia.
Quando cala la sera chiudo annoiata le zanzariere:
come è possibile ricordare ancora i vecchi viaggi?

*

A mio fratello

Grata di nubi, gradini di pietra, grida di sauri:
nel punto più alto, la vedetta sembra abitare il cielo.
Autunno: i pesci e i draghi dormono nella grande valle,
la pioggia intaglia la terra, l’arcobaleno incombe.
Il generale soffia nel corno: bisogna soccorrere il confine
che soccombe. Una principessa arma il liuto: si lamenta
e suona per te “Lasciando il forte”, mentre cala il sole.
Le spade luccicano: le armi si confondono con i fiori di loto.

*

Lamento il destino dei miei figli

L’anno scorso ho perso la mia amata figlia.
Quest’anno ho perso il mio amato figlio.
Così tremendo è il suolo di Gangneung!
Due tumuli gemelli davanti a me
il vento soffia tra le bianche braccia
dei rami, la luce è spettrale nel bosco.
Invoco i loro spiriti bruciando fibbie
di carta, verso il vino sulle loro tombe.
Chissà se a notte fonda le anime
dei miei figli giocano ancora insieme…
Questi bambini sono cresciuti nel mio seno:
è così sbagliato aver desiderato la loro gioia?
Invano ho scritto versi propiziatori e interrato
parole di magia: ormai soltanto lacrime
e verbi intrisi di sangue escono dalla mia bocca.  

*

Canto delle quattro stagioni: Autunno

Il freddo è un sicario e la notte non ha fine:
nel cortile deserto la rugiada diventa ghiaccio
il loto appassisce nello stagno, il suo profumo
dilegua: le foglie della paulonia crollano intorno
al pozzo – autunno è un re senza ombre.
Oltre le persiane di bambù, avvolti nella brina
gridano i grilli; la clessidra è un distillato del vento
dell’Ovest. Con un coltello d’avorio taglio la stoffa
grezza sul telaio. Al passo di Giada finiscono i sogni:
che senso ha cucire vestiti per il mio amato
se il bagliore della lampada non vince l’oscurità?
Inghiotto le lacrime, scrivo una lettera: domani
il corriere parte verso i postriboli del Sud.

*

Presso il forte

Al passo di Han non esiste primavera, nessuno
ha mai visto le fragole. I pionieri cantano, il suono
del flauto penetra le pietre. Mi sveglio di notte,
di soprassalto: ho sognato la mia città natale.
Luna piena e un abisso di montagne sotto di me.

*

In viaggio verso Xiling

La tua casa è sul fiume Qiantang:
i fiori di loto sbocciano all’inizio del quinto mese.
Appena sveglia, nascosta tra nubi di capelli,
mi appoggio alla ringhiera e canto, cupa, “Sabbia dragata dalle onde…”.

*

La casa del pescatore

Nel cortile è triste il suono del vento
d’Oriente: l’albero è bianco sopra i recinti
gonfio di fiori di pesco. Sei appoggiato
alla ringhiera, aneli il ritorno ma ti è impedito.

Le foglie crescono con lussuria, si fondono
al cielo. Tende di seta alle finestre, ma la casa
è deserta. Rivoli di pianto bagnano i fiori.

L’amore è infinito, supera le nebbie
che annientano i boschi del Nord.
Moltitudine di monti, fiumi oceanici:
e le notizie non giungono mai.

*

Canto della terra e del fiume

La terra a sud del fiume è un bel luogo:
abiti di seta, cappelli adorni di piume dorate.
Insieme, andiamo a raccogliere noci d’acqua:
tutti ruotano remi di magnolia.

Dicono che le terre a sud del fiume siano
belle: ma per me quello è il luogo del dolore.
Ogni anno al porto il mio cuore si spezza
quando vedo una barca che fa ritorno.

Nel lago splende la luna nuova:
a mezzanotte torna a casa il cacciatore di loto.
Piccola barca, non raggiungere la riva!
Una coppia di anatre si alza in volo, spaventata.

Sono cresciuta in un villaggio a sud del fiume:
non sono mai stata da altre parti.
Non sapevo che a quindici anni
avrei sposato un barcaiolo.

Radici di loto aggrovigliate alla gonna
alghe bianche come bouquet.
Le barche attraccano a quest’ora:
attendono che la fredda marea si ritiri.

Gruppo MAGOG