“Lovecraft aprì l’orrore alla dimensione cosmica”: Gianfranco de Turris dialoga con Matteo Fais sugli scritti teorici del genio di Providence

Posted on Novembre 23, 2018, 10:14 am
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Se è pur vero, per molti autori privi della meritata gloria in vita, quel che sostiene Nietzsche, “c’è chi viene al mondo postumo”, è altresì indubitabile che per ricevere infine la giusta approvazione è fondamentale trovare qualcuno capace di riconoscere quel valore che in precedenza rimase ignoto ai più. Per quel che concerne H.P. Lovecraft, probabilmente il più noto scrittore horror del Novecento insieme a Stephen King, in Italia il successo e il recente interesse della grande editoria è dovuto al lavoro decennale condotto sulla sua opera dall’appassionato Gianfranco de Turris. Questi, per chi non lo dovesse conoscere, è un noto giornalista e tra i più famosi studiosi di letteratura del fantastico, oltre che presidente della Fondazione Julius Evola e consulente editoriale delle Edizioni Mediterranee. Abbiamo deciso di intervistarlo in occasione della recentissima uscita, per Bietti, di Teoria dell’orrore. Tutti gli scritti critici, un massiccio volume da lui curato che racchiude tutta la produzione saggistica dello scrittore di Providence. Si tratta dell’opera definitiva per fare il punto in merito alla Weltanschauung e alla teorizzazione che sta alla base della scrittura del genio americano.

LovecraftCome mai si è dovuto aspettare fino a cent’anni dalla nascita perché Lovecraft venisse riconosciuto per ciò che è stato?

In parte per una contingenza dell’editoria americana e, al contempo, per il suo carattere refrattario a mettersi in mostra. Purtroppo, Lovecraft scriveva esclusivamente su riviste popolari come Weird Tales, Amazing Stories e altre di racconti fantastici, ma non diede mai alle stampe un vero e proprio libro in vita. Tutto ciò che di suo possiamo vedere oggi fu pubblicato dopo la morte, quando due suoi giovani amici, Donald Wandrei e August Derleth, fondarono la Arkham House – dal nome della città inventata da Lovecraft stesso – per raccogliere i suoi scritti editi o inediti. A ogni modo abbiamo dovuto aspettare tanto solo in Italia, per fruire della sua opera completa – per la precisione fino al 1990, quando finalmente uscì una buona edizione, curata da Giuseppe Lippi, per gli Oscar Mondadori. All’estero questa sua fama era già consolidata da un pezzo, per esempio in Francia. In America, a partire dal ‘45, il suo nome divenne pian piano sempre più leggendario.

Tra i fattori che portano al successo dello scrittore di Providence c’è anche quello di intercettare una certa sensibilità diffusa, come sottolinea giustamente lei, dal clima di precarietà esistenziale al degrado sociale, fino alla mancanza di ogni riferimento saldo nella nostra società. Ma dunque Lovecraft, malgrado il suo sentire così politicamente scorretto – penso a certe sue simpatie ideologiche –  è molto attuale?

Sicuramente Lovecraft ebbe simpatie per il fascismo, al momento della sua ascesa, come si legge nelle sue lettere. Poi, col tempo, andò maturando una posizione di tipo conservatore, anticapitalista – ecco perché nutrì, negli ultimi due anni di vita, un certo interesse per il New Deal di Roosevelt, interesse che peraltro manifestava il fascismo stesso –, sicuramente anticomunista e antimarxista. La radice fondamentale del suo essere è quella di un uomo che si sentiva fuori dal suo tempo e radicato nel passato, quello coloniale americano – si riconobbe sempre come un suddito di Sua Maestà Britannica –, oltre a quello ancora più lontano della Roma repubblicana e soprattutto imperiale. Un personaggio di questo genere, con simili coordinate, naturalmente dà molto fastidio a determinati ambienti che accettano un autore solo se riescono a trascinarlo totalmente dalla loro parte. Perché uno scrittore che non abbia le loro stesse idee, quella particolare ideologia, può essere accolto ma solo in parte, al punto che questi signori non essendo capaci di far altro protestano se qualcuno ne mette in evidenza certe caratteristiche “scorrette”. Devono riuscire a dimostrare che era un progressista, altrimenti si sentono a disagio, come per Tolkien. Missione impossibile. Siamo, purtroppo, a questo livello di ridicolo. Durante gli anni ’70, nelle sezioni del PCI, molti leggevano Tolkien di nascosto perché non era permesso, come poi hanno confessato in tanti. Adesso alcuni sostengono che la Destra se ne sia appropriata, quando in verità sono loro ad averlo respinto. Ma venendo al punto, Lovecraft è attuale, proprio come Tolkien, perché, pur situandosi idealmente fuori dalla realtà, la critica, ma senza il bisogno di essere engagé. Lo fa inventando questi mondi in cui predominano valori diversi da quelli attuali.

Lei definisce Lovecraft come il retroterra di tanti odierni scrittori di best-seller. Chiaramente il riferimento principale è a Stephen King. Ma non trova che il noto scrittore del Maine contravvenga completamente ai dettami estetici del maestro, diciamo per capirci a un’idea di arte per l’arte, producendo una letteratura dalle finalità ideologiche e soprattutto pedagogiche, per quanto stilisticamente bene espresse? Penso per esempio a It, ma non solo, che ha un portato educativo non trascurabile rispetto a certe tematiche e valori.

Per valutare con cognizione di causa il rapporto tra lo scrittore del Maine e quello di Providence, bisogna anzitutto leggere il saggio di King, Danse Macabre, uno dei suoi testi meno fortunati quanto a ricezione del pubblico, e l’elogio che questo contiene di Lovecraft e del suo modo di scrivere e di presentare l’horror. Nessuno però lo legge e quindi in molti hanno difficoltà a comprendere quanto di HPL sia alla base della narrativa di King. In secondo luogo non si deve perdere di vista che King è un autore di oggi, un contemporaneo, ma non è un imitatore – altrimenti sarebbe come Auguste Derleth, che infatti nessuno ricorda, avendo quest’ultimo semplicemente replicato i cliché lovecraftiani. Certo, come dice lei, King ha una sua ideologia, un intento pedagogico. Non si può dire che Lovecraft volesse evitare, come si dice con orrida espressione, di trasmettere un messaggio – che anch’egli aveva, per quanto diverso da quello di King. Il suo era semplicemente che l’uomo non è nulla nell’universo, poiché vi sono degli dèi cosmici che lo sovrintendono, e che essendo la sua conoscenza limitata non bisogna mai oltrepassare una certa soglia – per esempio varcare la porta che nel Necronomicon separa il nostro mondo da quello degli Antichi, onde evitare la catastrofe.

Perché, a fronte del successo del narratore, il critico, che pure ha una cospicua produzione, è rimasto semisconosciuto?

Ovviamente, uno scrittore viene letto in misura maggiore per la narrativa piuttosto che per la saggistica. La prima è molto più appetibile, immediata e con un più vasto richiamo. Essendo peraltro il pubblico lovecraftiano prevalentemente giovane, è naturale che il suo interesse sia orientato maggiormente verso quel versante della sua produzione. La stessa cosa credo valga anche per King, del resto. Bisogna inoltre sottolineare, pure in questo caso, che tale assenza di attenzione per il Lovecraft saggista è anch’essa tutta italiana. Io ho avuto l’idea di pubblicare in un unico volume i suoi scritti critici, per Bietti, con il titolo Teoria dell’orrore. Negli Stati Uniti non esiste un solo tomo complessivo, ma ve ne sono tanti che raggruppano i diversi testi. Poi, certo, anche negli USA la sua narrativa è molto più conosciuta e letta della saggistica.

De Turris

Gianfranco De Turris (1944) è tra i decani nello studio della letteratura ‘fantastica’ in Italia. Pionieristici i suoi lavori su J.R.R. Tolkien e H.P. Lovecraft

Per il nostro autore esistono almeno due tipi di orrore a livello narrativo. Ce li potrebbe spiegare?

Fino a che Lovecraft non cominciò a scrivere, stiamo parlando di cento anni fa, l’orrore era quello tradizionale che avevamo conosciuto negli scrittori dell’Ottocento, e che si ripresentava anche in quelli della narrativa popolare americana, sui vari pulp magazine dell’epoca. Gli elementi sono ben noti: lo spettro, il fantasma, il redivivo, il vampiro, il lupo mannaro, la maledizione ancestrale, lo zombie, cimiteri infestati, case stregate ecc. Lovecraft ha sconvolto tutto questo creando “l’orrore cosmico”, che proviene dall’ignoto, non dall’aldilà ma da un altro cosmo, da dèi che non sono le divinità terrestri ma altri. Purtroppo, per la maggior parte, essendo il lettore e poi lo spettatore del cinema bisognosi di materiali forti, è il primo genere di orrore ad aver trionfato, divenendo splatter o gore, tra sangue, morti ammazzati, frattaglie e seghe elettriche. Ed è proprio per questo motivo che Lovecraft può difficilmente essere trasposto sul grande schermo. I pochissimi tentativi che vi sono stati in tal senso, tra cui Herbert West rianimatore, hanno fallito proprio perché caduti in questi errori. Solo Carpenter, con Il seme della follia, 25 anni fa, è riuscito a riportare in qualche misura l’atmosfera lovecraftiana, pur non proponendo esattamente una sua storia.

Perché l’autore di Le montagne della follia avversa particolarmente il realismo?

Perché la realtà ce l’aveva già intorno a sé e non gli piaceva per nulla! Che motivo poteva avere dunque per metterla su carta? Quando lui si immerse nel realismo più totale, cioè quando si sposò con Sonia Greene e andò ad abitare a New York, standoci per due anni tra il ’24 e il ’26, si stancò e divorziò. Certo i motivi sono vari, tra cui quello di non aver trovato lavoro in città, ma più in generale quell’esperienza fu traumatica e infatti, appena tornò a Providence, cominciò a scrivere i suoi capolavori, proprio come reazione. Naturalmente, non tutti quelli che hanno una brutta esperienza della realtà poi scrivono del fantastico. Alcuni riescono anche a produrre dei capolavori realistici, ma questo proprio non rientrava nello spirito di Lovecraft.

Come riesce Lovecraft a coniugare materialismo e meraviglia di fronte all’ignoto?

Cominciamo col dire che per materialismo in lui si deve intendere l’assenza di qualsiasi credenza religiosa e superstiziosa, nonostante fosse vissuto in una famiglia di devoti – o forse proprio per quello. Egli aveva fede unicamente nel puro razionalismo, ancor più che nel semplice materialismo, e ciò si nota anche nei racconti che, pur essendo di genere fantastico, sono costruiti con estremo rigore logico. Ma non vi è contraddizione tra il suo realismo-materialismo, una certa mentalità scientifica e il senso del fantastico. Si tratta di aperture su un’altra realtà. Altrimenti non avrebbe mai descritto gli altri dèi, esseri che sono più fisici che spirituali, direi addirittura materici – non c’è traccia di Spirito Santo nel suo pantheon.

Mi piacerebbe conoscere, esulando per un attimo dal testo da lei curato, la sua opinione in merito al saggio Contro il mondo, contro la vita, scritto da Michel Houellebecq e dedicato al maestro di Providence. Lei si riconosce nell’interpretazione fornita dal francese?

Quando uscì il libro, la prima edizione e poi la ristampa, ne feci due recensioni abbastanza negative su “Il Domenicale” e su “L’Indipendente” perché, pur apprezzando Houellebecq e la sua attenzione per Lovecraft, dovetti riconoscere che non dice alcunché di originale. Chi non ha mai letto la critica lovecraftiana potrà trovarvi alcuni spunti interessanti, ma Houellebecq fondamentalmente proietta sul proprio mentore la sua visione del mondo, senza introdurre alcuna novità interpretativa. Io e Fusco, da parte nostra, crediamo di aver dato un apporto originale curando alcune raccolte per Fanucci, a metà degli anni ’70, senza fare riferimento ad altre guide critiche. Abbiamo proposto una visione di Lovecraft e poi di Tolkien totalmente nostra, secondo i nostri parametri, quelli del mito e del simbolo, scrivendo poi per la Nuova Italia quello che dopo 40 anni rimane ancora, pur se datato, l’unico saggio storico-critico sul Maestro di Providence.

Matteo Fais