Allen Tate, il grande poeta ripudiato. Riflessioni a 40 anni dalla morte (e a 120 dalla nascita)

Posted on Aprile 27, 2019, 6:43 am
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Certamente, qualcosa non funziona, qualcosa non passa. Nel mondo ideale, ogni poeta è accessibile. Piuttosto, purtroppo, alcuni poeti non hanno accesso nella variopinta galassia editoriale italiana. Perché? Perché la cultura ha natura politica prima che estetica. Cioè – la dico brutta – qualcuno ha scelto cosa andava tradotto e cosa fosse preferibile leggere. Qualcuno, allora. Quando la poesia, la letteratura, aizzava le teste come fiammiferi. Oggi no, neanche quello; oggi è un lavoro tra gli ossari, l’ossessione di ameni cretini come me, blabla tra i morti.

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Quest’anno è ornato da due anniversari: i 120 dalla nascita e i 40 dalla morte di Allen Tate. Chi è Allen Tate ve lo faccio dire da Jill Krementz, che ha firmato un accorato e accurato ‘coccodrillo’ sul New York Times il 10 febbraio del 1979 – io avevo due giorni. Incipit: “Allen Tate, poeta, critico, una delle figure più importanti della letteratura americana contemporanea, è morto ieri. Aveva 79 anni. Biografo, narratore, editore, insegnante, critico, Allen Tate, tuttavia, sarà ricordato più probabilmente per la poesia – è stato un poeta, per usare le parole di Dudley Fitts, ‘di aristocratica integrità’”. Fitts, per capirsi, è stato un critico ma anche un grande studioso di cose antiche: ha tradotto Eschilo, Sofocle, Euripide. Insomma, quando parla di aristocrazia e di integrità, sa cosa dice. Se non vi basta il classicista, vi bastino le medaglie: Allen Tate è stato ‘Poet Laureate’ nel biennio 1943-44. La carica, va da sé, va ai grandi poeti americani viventi. Sono stati ‘Poet Laureate’, per intenderci, Robert Lowell e Robert Frost, Elizabeth Bishop e William Carlos Williams, Mark Strand e Iosif Brodskij.

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Se risillabiamo quelle due parole ci avviciniamo al punto. Aristocrazia. La poesia è aristocratica non certo per vezzo snobistico – il poeta gratta la rogna, è segugio nel sottosuolo – ma per altezza connaturata. Comporta una vertigine. Integrità. La poesia – tutt’uno con il poeta – è disciplina, pretende il voto, è una scelta integrale, integerrima. In effetti, l’articolista, che in un cammeo fa il ritratto di Tate – “Biondo, occhi azzurri, fronte alta e sporgente che conferiva un aspetto erudito, era un oratore assai capace, spiritoso, molto ricercato” – coglie un punto quando dice che “la sua poesia, equilibrata, grave, declamatoria, riflette le virtù classiche che il poeta difendeva nel suo lavoro saggistico. La sua poesia è stata considerata ‘difficile’ da alcuni, con un tono più intellettuale che lirico”.

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In ogni caso, l’ostracismo verso l’opera di Allen Tate non riguarda la sua audacia lirica – fosse così, non leggeremmo quasi nulla, né Wallace Stevens, né Emily Dickinson, ma neanche Seamus Heaney. Nato a Winchester, educato alla Vanderbilt, dopo una brevissima parentesi nell’imprenditoria – “mio fratello mi diede lavoro nella azienda di carbone. In un giorno, ho fatto perdere un mucchio di soldi alla compagnia: feci spedire a Duluth del carbone che doveva andare a Cleveland – la mia carriera finì lì. Per fortuna” – Tate si dà tutto alla letteratura. Insieme a Robert Penn Warren e a John Crowe Ransom, nel 1922, fonda la rivista The Fugitive, la fucina dove nasce e si forgia il “New Criticism”, un nuovo modo di leggere la letteratura, in opposizione alla critica marxista. Eccolo qui, il punto. Allen Tate si fa fautore dei valori del Sud degli States, è portavoce dell’identità ‘insulare’ di quella parte di America, che ha caratteri e carismi propri.

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In serie, rispetto ai valori che hanno vinto in quel lotto di decenni, Allen Tate ha compiuto una serie di ‘errori’: fa una letteratura troppo ‘alta’, troppo ‘difficile’; si converte al cattolicesimo romano (nel 1950; ma si sposa tre volte); crede nelle singole individualità e nelle radici singolari di ogni luogo; non è politicamente corretto; è contro l’industrialismo selvaggio (“Tate sostiene che investendo nel puro industrialismo, cioè in macchine e scienza, gli Usa abbiano intrapreso una lenta ma inesorabile decadenza del pensiero”); si impiega per liberare Ezra Pound dal manicomio criminale in cui è recluso, a Washington. Esito: Allen Tate è uno scomparso dalla nostra editoria. Ed è un peccato mortale, perché è un poeta eccellente e un saggista di genio, è un ‘figlioccio’ di Thomas S. Eliot, “nelle sue considerazioni critiche fa leva sull’opera di Dante, John Donne, Emily Dickinson”, ha scoperto il genio di Hart Crane (“al di là delle condizioni disperate della sua vita privata, è lui che ha creato il più grande lavoro poetico della generazione”).

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In Italia, appunto, Tate lo trovate in biblioteche alquanto fornite. Di suo esistono i Saggi, editi dalle Edizioni di storia e letteratura nel 1957; il romanzo I nostri padri, di corrusca bellezza – ricorda certe atmosfere di Cormac McCarthy; pubblicato nel 1938, secondo Arthur Mizener è “uno dei romanzi più notevoli dei nostri tempi” – tradotto da Feltrinelli (quando era Feltrinelli) nel 1964, e, sia lode ad Alfredo Rizzardi, Ode ai caduti confederati e altre poesie (era il 1970, per Mondadori). “Il giorno del suo 75mo compleanno, nel novembre del 1974, fu celebrato come un evento memorabile, alla presenza di letterati da ogni parte degli Usa e delle isole britanniche”, ricorda il pio recensore. Dalle stelle all’oblio: di Allen Tate, tra i protagonisti multiformi della cultura anglofona, non giunge verbo in Italia. Prima per manovre politiche, poi per eccesso di abisso poetico, ora per semplice ignoranza. (d.b.)

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“Red Stains” appare per la prima volta nel numero primaverile di “American Poetry Magazine”, nel 1921

In un deserto pattugliato dai piloni, dove regna lo scorpione
Io e la mia amata abbiamo strappato papaveri mentre ci raccontavamo storie
Di crimini che dormono da tempo – macchie rosse
Di uomini picchiati a morte, sul mare con vele insanguinate.
La sabbia dorata è sonnambula. Un cane guaisce;
Il suo grido tormenta una nota vuota
Una sapienza profonda, che perturba, di quella folla
Di uomini che ha amato ed è morta in tempi remoti.
I papaveri sono svenuti non appena la luna è giunta;
Il randagio è immobile. Le nostre visioni appassionate
Continuano a sognare la rossa saggia follia… lei al mio fianco
Fissa la luna; sapevo che lei sapeva.
                E poi gli sorrise – è divertente, disse
               I suoi calmi occhi d’acciaio – la sua vecchia gola di miele.

Allen Tate